Cosa vuol dire richiamare un ambasciatore

Di solito si fa per suscitare una reazione istituzionale, e non per le ragioni per cui il governo italiano l'ha appena fatto con la Svizzera

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani al telefono, 6 ottobre 2025 (Valeria Ferraro/ZUMA Press Wire)
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani al telefono, 6 ottobre 2025 (Valeria Ferraro/ZUMA Press Wire)

Nella diplomazia il richiamo di un ambasciatore è un gesto politico forte, che quasi sempre segnala l’interruzione del dialogo tra due paesi. L’Italia lo ha fatto sabato con il suo ambasciatore in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, per decisione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: in questo caso però il richiamo dell’ambasciatore è stato usato in modo del tutto irrituale, per protestare contro la decisione di un tribunale svizzero di scarcerare Jacques Moretti, il proprietario del locale di Crans-Montana in cui è avvenuto il grave incendio di Capodanno che ha ucciso 40 persone.

Richiamare un ambasciatore è una decisione piuttosto drastica e poco frequente, specie fra paesi in buoni rapporti come l’Italia e la Svizzera, ma il suo valore è soprattutto simbolico. Concretamente significa che l’ambasciatore torna nel suo paese per un tempo indefinito, da pochi giorni fino a diverse settimane o mesi, e generalmente torna al suo posto quando i governi dei due paesi si chiariscono o risolvono i problemi che avevano portato al richiamo dell’ambasciatore.

Solitamente, in questi casi, si usa la formula che l’ambasciatore viene richiamato per consultazioni, quindi per discutere col suo governo di una crisi più o meno grave. Anche in questo caso c’è più un significato simbolico che una reale esigenza di consultarsi. Si richiama un ambasciatore, insomma, per suscitare qualche reazione istituzionale e stimolare un dialogo che per qualche ragione è diventato difficoltoso. Nel frattempo l’ambasciata e i consolati non chiudono e continuano a funzionare, ma il paese che ha richiamato l’ambasciatore resta senza un rappresentante formale.

Gli ambasciatori spesso considerano il richiamo come problematico a livello personale: sono costretti a rimanere in Italia ad aspettare, senza poter far niente anche per mesi, e a volte capita che le loro famiglie rimangano invece all’estero, magari perché i figli frequentano le scuole locali.

Il richiamo dell’ambasciatore in ogni caso non è l’unico atto che si può adottare per mandare un segnale nella diplomazia tra due paesi. Un’alternativa, meno forte sul piano simbolico, è che il governo che intende protestare convochi l’ambasciatore dell’altro paese. In questo caso, il tragitto è più corto, perché le ambasciate hanno sede nella capitale, come il governo. È una pratica più frequente: Tajani, per esempio, lo ha fatto più volte con l’ambasciatore russo in Italia.

C’è anche una possibilità più forte e con conseguenze più concrete: il ritiro di un ambasciatore, che a differenza del richiamo è presentato come permanente. Si può tenere l’ambasciata aperta anche in caso di ritiro per evitare la rottura formale delle relazioni, che è invece lo stadio più grave di un conflitto diplomatico e comporta il rientro di tutta la missione e la chiusura dell’ambasciata (ma è quello che succede tra due paesi in guerra, o tra cui siano avvenuti atti gravissimi e ritenuti irreversibili). Da quel momento i rapporti sono affidati a intermediari o a organismi internazionali.

Un esempio recente e piuttosto esemplificativo di richiamo dell’ambasciatore è quello che coinvolse l’Italia nel 2019, quando la Francia richiamò il proprio ambasciatore dopo che due importanti esponenti del Movimento 5 Stelle, che era al governo, avevano incontrato la fazione più estremista del movimento dei “gilet gialli”, che protestava contro il governo francese. I due esponenti del M5S erano Luigi Di Maio, che era vicepresidente del Consiglio, e Alessandro Di Battista, che non aveva ruoli di governo ma era uno dei dirigenti del partito più in vista: l’obiettivo dell’incontro era sondare la possibilità di un’alleanza a livello europeo in vista delle elezioni di quell’anno (nonostante i gilet gialli non fossero un movimento organizzato in un partito).

Un altro esempio recente nell’Unione Europea è del 2017, quando l’Ungheria richiamò il suo ambasciatore nei Paesi Bassi, dopo che l’ambasciatore olandese in Ungheria aveva paragonato il governo ungherese allo Stato Islamico per la sua tendenza a crearsi dei nemici.

L’ultima volta che l’Italia aveva richiamato un ambasciatore era nel 2016: in quel caso venne richiamato l’ambasciatore in Egitto, a causa della scarsa collaborazione delle autorità locali nelle indagini sull’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, in cui quattro membri dei servizi segreti egiziani sono accusati di averlo sequestrato, torturato e ucciso.

Da questi esempi si capisce bene quanto sia lontano dalle consuetudini diplomatiche il modo in cui il governo italiano ha usato il richiamo dell’ambasciatore in Svizzera: non per chiedere qualcosa al governo svizzero, ma piuttosto per «rappresentare viva indignazione» alla procuratrice generale del Canton Vallese, che sta indagando sull’incendio di Capodanno, e per protestare contro il tribunale che ha permesso la scarcerazione del proprietario del locale.

D’altra parte il governo svizzero non potrebbe in alcun modo influenzare la decisione di un suo tribunale, dal momento che nel paese la magistratura è indipendente dalla politica (come in Italia del resto). Intervistato dal Corriere della Sera, il presidente della Confederazione svizzera Guy Parmelin ha detto che «non è compito della politica interferire nel nostro sistema giuridico».