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  • Sabato 24 gennaio 2026

Come si vive oggi a Gaza

Le cose sono migliorate solo un po': continuano a esserci poche case, poche cure, poca sicurezza e molti detriti

di Valerio Clari

Una donna palestinese e sua figlia in una tenda a Deir al Balah il 27 dicembre 2025 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Una donna palestinese e sua figlia in una tenda a Deir al Balah il 27 dicembre 2025 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
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Sono passati più di tre mesi dall’inizio del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e la vita della popolazione è migliorata solo un po’. Si muore meno che in passato per attacchi e bombardamenti israeliani, ma le persone uccise sono ancora centinaia. Sono entrati beni di prima necessità, ma non quanti ne servirebbero. La ricostruzione non è cominciata e si continua a vivere in tende e strutture di fortuna. Gli Stati Uniti hanno annunciato la scorsa settimana l’inizio della cosiddetta “fase due” degli accordi: prevede che Hamas lasci armi e potere, e che cominci davvero la ricostruzione. Ma i piani sono poco chiari o controversi, e nemmeno tutti gli accordi previsti dalla prima fase sono stati rispettati. Le condizioni di vita restano molto precarie.

Sopravvivere
Zain Alabedin Alasaad è uno studente di ingegneria di 22 anni e vive nella città di Gaza. Dice: «I droni continuano a essere una presenza fissa all’interno della Striscia, con un rumore costante. E ogni giorno sentiamo anche esplosioni e spari».

Le maggiori attività dell’esercito israeliano si svolgono all’interno della zona che Israele controlla, a est della Striscia, e nelle vicinanze della cosiddetta “linea gialla”, che divide quell’area, vietata ai palestinesi, da quella definita “sicura”, a ovest. I soldati israeliani hanno sparato a chi si è avvicinato alla linea, segnalata con alcuni blocchi di cemento colorati di giallo. La demarcazione però non è sempre chiara e Israele l’ha spostata più volte verso l’interno. Ma bombardamenti e attacchi sono stati compiuti anche dentro la zona ovest, formalmente abbandonata dall’esercito israeliano.

Dall’inizio del cessate il fuoco, lo scorso ottobre, oltre 470 palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani e oltre 1.300 sono stati feriti.

Abitare
Più di 1,2 milioni di abitanti vivono ancora in tende o sistemazioni di fortuna. Francesco Sacchi è il coordinatore di progetto a Gaza di Emergency, che è presente nella Striscia dall’agosto del 2024 e gestisce due cliniche di assistenza medica. Dice che circa 800mila persone, quasi il 40 per cento del totale della Striscia, vivono in zone a rischio allagamento, ed è un grosso problema in queste settimane di forti piogge e venti: «Le tende sono spesso piazzate su un terreno sabbioso, con la pioggia manca il terreno a cui ancorarle e vengono portate via dal vento».

Altre persone vivono in case parzialmente distrutte dai bombardamenti. Mancano ancora quasi totalmente i materiali edili, che Israele non lascia entrare perché considerati “dual use”: ritiene cioè che potrebbero essere usati per fini militari. Muri, finestre e porte mancanti vengono rimpiazzate da teli di plastica o nylon. Queste case sono costantemente a rischio di crollo e possono nascondere bombe inesplose: in questi mesi gli incidenti sono stati numerosi e talvolta fatali.

Tende sulla spiaggia nella città di Gaza, il 13 gennaio 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)

Una casa parzialmente distrutta e abitata nella città di Gaza, nel novembre del 2025 (AP Photo/Jehad Alshrafi)

Mangiare
Trovare il cibo non è più impossibile come nei mesi di blocco totale. Nei mercati oggi ci sono molti alimenti, anche se alcuni a prezzi assai alti e per parte della popolazione ora il problema è avere i soldi per comprarli.

Noura Al Qasasia vive nella città di Gaza e dice che molte persone dipendono ancora dalle cucine comunitarie e che il gas per cucinare resta carissimo: «100 shekel per un chilo», cioè quasi 30 euro (le bombole da 10 kg in Italia costano fra i 25 e i 40 euro). La malnutrizione resta un problema grosso e colpisce ancora più di 300mila minori. L’acqua potabile e quella corrente per uso quotidiano sono difficili da trovare: la rete idrica, così come quella elettrica, non è stata ripristinata, se non in zone molto limitate.

Un mercato per le strade della città di Gaza, il 19 dicembre 2025 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Lavorare
La maggior parte di negozi, officine e piccole imprese non esiste più. In alcune tende lungo la strada sono state improvvisate piccole botteghe di riparazioni, di ciclisti, mini-negozi e bar. L’agricoltura si pratica solo in piccoli orti, perché le zone in cui c’erano più campi agricoli erano quelle vicine al confine con Israele, che oggi sono oltre la “linea gialla”. Anche l’attività di pesca è molto limitata: i pescatori non possono allontanarsi più di 500 metri dalla costa, e sono costantemente sotto minaccia di essere bloccati o attaccati dalle navi militari israeliane.

Andare a scuola
A Gaza ci sono oltre 650mila bambini e bambine in età scolastica: per oltre due anni non sono andati a scuola ma da novembre le lezioni sono parzialmente ricominciate, anche se spesso all’interno di tende.

Secondo dati dell’Unicef, più del 97 per cento delle strutture scolastiche è stato distrutto o danneggiato, e molte sono state usate come rifugio da persone che tuttora ci vivono. Con poche aule, lavagne, sedie, banchi e insegnanti le scuole si sono organizzate perlopiù su tre turni quotidiani. Sono ricominciate anche le lezioni in 4 delle 18 università: sono ripartiti alcuni corsi di discipline scientifiche, in presenza ma ovviamente in situazioni emergenziali. Per gli studenti alcuni dei problemi principali sono la connessione internet molto instabile e i trasporti carenti o complessi: per raggiungere le lezioni possono volerci molte ore di viaggio.

Una classe a Khan Yunis, nel novembre del 2025 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Ricostruire
La ricostruzione non è partita. Secondo Jorge Moreira, direttore esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i progetti infrastrutturali (UNOPS) a Gaza ci sono più di 60 milioni di tonnellate di detriti: «Ogni persona è mediamente circondata da 30 tonnellate di detriti», sotto cui si trovano anche ordigni inesplosi, corpi e resti umani, materiale tossico. Al momento sono state liberate solo le strade principali, per permettere trasferimenti un po’ meno complessi, e alcuni abitanti hanno ripulito autonomamente le zone in cui vivono.

Per lavori più consistenti servono macchinari, ruspe e bulldozer, che entrano nella Striscia con grande difficoltà per le limitazioni imposte da Israele. Fra le cose che hanno bisogno di un permesso speciale per superare i controlli di frontiera ci sono tutti i veicoli, materiale da costruzione, attrezzature per la rimozione dei detriti, pompe per il drenaggio (che servirebbero per evitare allagamenti), materiale idraulico, depuratori, pannelli solari, cemento e cartongesso.

Una tenda in mezzo alle macerie, nel quartiere di Sheikh Radwan, nella città di Gaza, il 30 dicembre 2025 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)

Curarsi
La situazione degli ospedali è la stessa ormai da alcuni mesi: 18 sono funzionanti, altri 18 no, o perché si trovano nella parte occupata dall’esercito israeliano o perché distrutti o troppo danneggiati.

Ospedali e cliniche riescono a fornire un’assistenza di base, fra continue difficoltà legate anche alla scarsità di materiale medico e medicine, che prosegue. Ma trattamenti di maggiore complessità o terapie specialistiche restano complesse o impossibili, soprattutto per l’assenza di macchinari. In tutta Gaza non c’è una macchina per risonanze magnetiche funzionante (MRI) e i responsabili di Emergency raccontano di aver dovuto acquistare sul mercato locale a prezzo maggiorato macchinari come concentratori di ossigeno, elettrocardiografi o strumenti per ecografie, che non riuscivano a far entrare.

Fra le 20mila persone in attesa di un’evacuazione medica molti sono pazienti che hanno dovuto sospendere terapie e trattamenti per tumori, impossibili a Gaza.

Una sala dell’ospedale al Shifa della città di Gaza, l’8 gennaio 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)

Governarsi
Nella “fase due” il governo di Gaza dovrebbe essere gestito da un Comitato tecnocratico composto da 15 persone e guidato da Ali Shaat, un ex viceministro dell’Autorità nazionale palestinese, l’entità che già governa in modo semi-autonomo la Cisgiordania. Sarà supervisionato dal “Consiglio di Pace” guidato da Donald Trump, su cui negli ultimi giorni si sono concentrate molte discussioni.

Noura Al Qasasia dice che finora non c’è stata una vera amministrazione e le persone hanno continuato a dipendere da aiuti reciproci di membri della famiglia e di amici, oltre che da quelli delle ong. La presenza di Hamas continua a essere forte e visibile in diverse zone della Striscia. Lungo le strade sono frequenti posti di blocco creati da membri del gruppo, in cui vengono controllati soprattutto i pochi operatori stranieri presenti.

Una strada in mezzo alle macerie nella città di Gaza (AP Photo/Jehad Alshrafi)