La storia dell’ennesimo suicidio in carcere di un uomo con gravi disturbi psichiatrici
Christian Guercio era in cella da soli tre giorni: secondo il suo avvocato nel carcere di Asti nessuno sapeva che era malato

Il 29 dicembre erano passate da poco le 17 quando Christian Guercio si è ucciso nel carcere di Asti. Aveva 38 anni, faceva l’elettricista e il deejay. Era in cella da tre giorni, accusato di resistenza a pubblico ufficiale, ma secondo il suo avvocato non doveva stare lì perché era malato, depresso, e già in passato aveva tentato il suicidio. La procura di Asti ha aperto un’inchiesta. La famiglia di Guercio vuole ricostruire con precisione cosa è successo, ogni passaggio, ogni decisione presa in quei tre giorni: vuole sapere soprattutto perché un uomo in quelle condizioni era in cella da solo e senza controlli.
Il suo avvocato Maurizio La Matina dice che fin da piccolo a Guercio era stato diagnosticato un disturbo oppositivo provocatorio, un disturbo del comportamento che si caratterizza per gravi momenti di collera ingiustificata. Negli ultimi anni era diventato dipendente dalle sostanze stupefacenti. Era seguito dal SerD, i servizi per le dipendenze, ma spesso non si presentava agli appuntamenti. Era in cura anche per una grave depressione, trattata con una terapia farmacologica e sedute di psicoterapia.
Il 26 dicembre intorno alle 4 e mezza di mattina, mentre era a casa dei genitori, Guercio aveva avuto una crisi in stato di alterazione dopo aver assunto sostanze, prima di perdere conoscenza. Secondo il racconto dell’avvocato, i genitori avevano chiamato i soccorsi e insieme all’ambulanza si era presentata una pattuglia di carabinieri. Alla vista dei militari Guercio si era agitato, urlando. Sempre secondo quanto riferito dall’avvocato, i carabinieri avevano chiamato rinforzi e solo dopo diversi tentativi erano riusciti a bloccarlo, ammanettando le caviglie e i polsi per caricarlo sull’ambulanza e portarlo al pronto soccorso dell’ospedale di Asti.
In quelle fasi concitate un carabiniere aveva rimediato un graffio a un dito. L’avvocato La Matina dice che dai documenti risulta una ferita molto lieve, con una prognosi di zero giorni ottenuta dal carabiniere dopo una visita in ospedale. L’avvocato dice anche che i carabinieri avevano suggerito ai genitori di Guercio di rimanere a casa in attesa di notizie dall’ospedale. Lo stesso avevano detto alla sorella del 38enne, che lavora come assistente sociale, e al cognato, operatore socio sanitario in un istituto psichiatrico.
Secondo i documenti ottenuti dall’avvocato, al pronto soccorso Guercio non sarebbe stato sottoposto a una visita psichiatrica. Inoltre nessun medico o infermiere avrebbe controllato il suo fascicolo sanitario, un passaggio indispensabile per verificare lo stato di salute ed eventuali malattie. Con una rapida consultazione del suo fascicolo sanitario era possibile comprendere la sua condizione di paziente psichiatrico e la dipendenza da sostanze.
Interpellato per verificare queste informazioni, l’ufficio stampa dell’azienda sanitaria di Asti ha scritto che nel rispetto della legge, a tutela dei dati sanitari e della dignità della persona, e richiamate le norme anche deontologiche a protezione delle persone fragili e vulnerabili, non è possibile fornire dettagli sui riscontri clinici e diagnostici effettuati, nonché sui percorsi di cura avviati dall’azienda sanitaria di Asti.
Nella lettera di dimissione ospedaliera si legge che Guercio era stato dimesso poco dopo le 10 di mattina in «stato confusionale e di agitazione», nonostante fosse stato sedato. Era stato portato prima in caserma e poi nel carcere di Asti, accusato di resistenza a pubblico ufficiale.
Era stato portato in carcere perché aveva già un precedente simile risalente a qualche anno prima, quando dopo un caso quasi identico era stato condannato al termine di un processo per direttissima a una pena di otto mesi di reclusione, senza nessun tipo di misura cautelare diversa dal carcere.
Guercio è rimasto in carcere per tre giorni in una cella singola nel carcere di Asti, che è destinato perlopiù all’alta sicurezza e quindi ospita soprattutto detenuti condannati per reati particolarmente gravi. La presenza di detenuti comuni è inusuale e solitamente temporanea. L’avvocato dice che nessun operatore del carcere era stato informato delle condizioni di salute di Guercio, messo in una cella da solo e senza controlli aggiuntivi come sarebbe stato opportuno per un uomo che aveva già tentato il suicidio. Su questo punto finora non è stato possibile avere informazioni dalla direzione del carcere di Asti.
Nella mattinata del 29 dicembre un giudice per le indagini preliminari aveva convalidato il fermo senza concedere misure alternative, principalmente per via del precedente penale. L’udienza si era tenuta online. «Ho cercato di spiegare che una persona in quelle condizioni non poteva stare in carcere, ma che anzi andava curata al più presto», dice La Matina. «In ogni caso con un’ipotesi di resistenza a pubblico ufficiale così lieve potevano essere scelte delle soluzioni alternative». Poche ore dopo Guercio si è ucciso.
La legge prevede che le persone con disturbi psichiatrici, se riconosciute incapaci di intendere e di volere, e accusate di reati o che commettono reati non possano essere detenute in carcere, ma debbano essere ospitate in una REMS (Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza), strutture che dal 2014 sono subentrate agli Ospedali psichiatrici giudiziari (OPG, che a loro volta sostituirono negli anni Settanta i vecchi manicomi criminali). La verifica dell’imputabilità, cioè della possibilità di processare una persona, è un istituto giuridico previsto dal codice di procedura penale: l’incapacità di intendere e di volere deve essere accertata da una visita psichiatrica di un perito e poi approvata da un giudice.
Il problema è che in Italia ci sono solo una trentina di REMS con circa 600 posti disponibili, troppo pochi per accogliere tutte le persone incapaci di intendere e di volere. Le liste di attesa per accedere sono molto lunghe. Succede molto spesso che anche persone che dovrebbero essere accolte nelle REMS vengano detenute in carcere in attesa che si liberi un posto. L’attesa può durare anni. Negli ultimi anni nelle carceri italiane si sono suicidate diverse persone detenute che avrebbero dovuto essere assistite in una REMS.
La famiglia di Guercio, dice l’avvocato La Matina, vuole capire cosa è successo non con un intento vendicativo, ma per evitare che in futuro si ripetano casi simili. I parlamentari di Alleanza Verdi Sinistra Ilaria Cucchi e Marco Grimaldi hanno presentato un’interrogazione parlamentare al ministro della Giustizia Carlo Nordio.
***
Dove chiedere aiutoSe sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 tutti i giorni dalle 9 alle 24, oppure via WhatsApp dalle 18 alle 21 al 324 0117252.Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.



