I curdi nel nord-est della Siria sono sempre più deboli
Il governo ha preso il controllo di molte zone, e rimane il grosso problema delle prigioni dell’ISIS

Dopo settimane di scontri e combattimenti con le forze del governo siriano, culminati la scorsa settimana in un cessate il fuoco molto precario, i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF) hanno perso gran parte dei territori che controllavano nel nord-est della Siria. Il gruppo è anche indebolito internamente: era composto da un misto di forze curde e arabe, ma nelle ultime settimane le componenti arabe si sono allontanate per avvicinarsi al governo centrale del presidente Ahmed al Sharaa.
A metà gennaio le forze vicine al governo avevano ripreso il controllo di Aleppo, e in seguito hanno conquistato altri territori. In sostanza i curdi sono rimasti nelle zone in cui erano più radicati, e dove c’è una minore presenza di persone di etnia araba: lo si vede nella mappa qui sotto.

Questa mappa diffusa dal governo siriano mostra le attuali aree di controllo, anche se la situazione è in continua evoluzione. I territori segnati in verde chiaro sono quelli indicati come ancora sotto parziale controllo dei curdi, quelli in verde scuro sono del governo siriano. La seconda città da destra, in alto, è Hasakah, quella al centro (nella parte verde scuro) è Raqqa: gli scontri sono avvenuti in quest’area.
L’accordo di cessate il fuoco era stato una resa per i curdi, che avevano accettato di cedere buona parte dei territori che controllavano da anni, incluse le province a maggioranza araba e più ricche di petrolio, e di integrarsi nell’esercito siriano come semplici individui (e non come corpo a sé). In cambio avevano ottenuto alcuni riconoscimenti culturali e sociali, come il passaporto (che gli era stato negato per decenni dal vecchio regime degli Assad).
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Nei giorni successivi all’accordo ci sono stati combattimenti in varie zone e soprattutto intorno ad alcune prigioni e campi di detenzione per terroristi dell’ISIS e loro familiari. La stabilità della regione passa soprattutto da questi luoghi, dato che liberare i prigionieri causerebbe enormi problemi.
Le prigioni erano da tempo controllate dai curdi, che però negli ultimi giorni hanno abbandonato alcune strutture: è successo per esempio con il campo detentivo di al Hol, un’enorme struttura in cui sono detenute circa 30mila persone, tra cui molte mogli ed ex mogli di combattenti dell’ISIS e i loro figli, di varie nazionalità.
Ci sono anche stati scontri intorno alla prigione di al Shaddadi e a quella di al Aqtan a Raqqa, la città che fino al 2017 era considerata la capitale dello Stato Islamico in Siria. Il governo ha accusato i curdi di aver abbandonato le prigioni senza permettere un passaggio di consegne sicuro, e di voler sfruttare l’instabilità per negoziare accordi più favorevoli.
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Con la fine del regime di Bashar al Assad e il passaggio al governo di al Sharaa, a dicembre del 2024, i curdi hanno perso il sostegno degli Stati Uniti, che negli ultimi anni avevano protetto e tollerato il loro dominio su parte della Siria. Tom Barrack, l’inviato speciale degli Stati Uniti in Siria, ha scritto che il loro ruolo come principale forza anti-ISIS è «scaduto» e che ora è il governo di al Sharaa a dover prendere il controllo di quelle regioni.



