“Little Miss Sunshine” creò un genere
Uscì vent'anni fa e piacque così tanto che divenne il film più pagato del Sundance Film Festival, condizionando quelli che vennero dopo

L’arrivo al Sundance Film Festival di Little Miss Sunshine, vent’anni fa, fu un evento fino a quel momento senza precedenti. Nonostante il Sundance fosse da più di vent’anni il posto più importante per presentare film indipendenti, e nonostante ci fossero passati registi come Quentin Tarantino e Paul Thomas Anderson, quella commedia ebbe così successo che scatenò tra le società di distribuzione un’asta al rialzo mai vista prima. Terminò con la cifra più alta mai pagata fino a quel momento per un film del Sundance e ancora oggi una delle più alte: 10,5 milioni di dollari.
La prima proiezione aveva infatti generato un grandissimo entusiasmo negli spettatori. Addirittura John Sloss, la persona incaricata di gestire la vendita ai distributori, uscì dal cinema prima della fine anche se non aveva mai visto il film. Le reazioni furono infatti così entusiaste da fargli intuire che sarebbero arrivate molte offerte, anche aggressive, e che gli serviva un po’ di vantaggio. Allestì una postazione in uno dei bar locali e si preparò per ricevere chiamate e visite.
Alla fine Little Miss Sunshine se lo aggiudicò la Fox Searchlight, divisione per “film da premio” della 20th Century Fox. Molti pensarono fosse un’acquisizione esagerata, ma si rivelò un affare. Pagato 10,5 milioni di dollari, il film ne incassò 60 solo negli Stati Uniti e 100 contando anche il resto del mondo, oltre a vincere due Oscar (miglior sceneggiatura e miglior attore non protagonista per Alan Arkin). Una svolta per loro ma anche per il festival dove era stato comprato.
Fino a quel momento il Sundance era infatti famoso quasi solo negli Stati Uniti e per il suo pubblico, abbastanza rappresentativo di quello nazionale. I grandi studi, invece che sviluppare internamente un film da 6 milioni di dollari che poteva anche fallire, preferivano pagare di più (anche 8 o 9 milioni) per comprare film fatti e finiti che avessero dimostrato di piacere al Sundance. Lo ritenevano una buona garanzia.
Dopo Little Miss Sunshine questa pratica diventò uno standard, con tanti più studi a litigarsi più film. Come conseguenza il Sundance diventò noto in tutto il mondo come sinonimo di un certo tipo di film, quelli come Little Miss Sunshine appunto: commedie amare a basso budget, con personaggi molto realistici ma al contempo caratterizzati da ossessioni o problemi, e inseriti in un contesto conformista in cui vivono male.
La storia di Little Miss Sunshine è infatti quella di una famiglia che si mette in viaggio in un van per portare la figlia più piccola (una bambina di nove anni, interpretata da Abigail Breslin) a un concorso di bellezza. Ogni membro della famiglia ha un problema ed è concentrato su di sé. C’è un fratello adolescente che ha deciso di non parlare fino a che non realizzerà il sogno di diventare un pilota di jet, uno zio che ha tentato il suicidio e vive male la propria omosessualità, un nonno ex tossicodipendente, una madre in crisi e un padre ossessionato dal successo, che tuttavia è il primo a non essere un vincente nella vita. Il viaggio li unisce e li spinge a risolvere o superare alcuni di questi problemi grazie all’aiuto degli altri.

(Photo12/7e Art/Fox Searchlight/contrasto)
Ci sono molti temi dentro il film, almeno uno per ogni personaggio: la salute mentale, la discriminazione, le droghe, il body shaming, l’ossessione per il successo, la paura del fallimento e la sessualizzazione infantile. Tutte trovano una chiusura dolce e amara, cosa che in quel momento non era una novità per il cinema americano, ma non aveva neanche ancora trovato un successo di questo tipo.
Little Miss Sunshine dimostrò che c’era un potenziale commerciale, anche negli Stati Uniti, per storie in cui le persone non sono belle e idealizzate come il cinema americano aveva sempre proposto, ma hanno un aspetto mediocre e vivono in case brutte e di provincia. Non era una grande novità per il cinema in generale, ma in quel momento fu quasi rivoluzionario per il pubblico americano dei film mainstream e influenzò molto di quello che è venuto dopo. Film come Juno di Jason Reitman, CODA – I segni del cuore o (500) giorni insieme di Marc Webb ne sono un esempio, e poi anche altri che hanno cominciato a prevedere anche attori più noti come Paradiso Amaro con George Clooney o Frank con Michael Fassbender.
Quel successo fu anche la conseguenza di una strategia molto accorta fondata sulla consapevolezza che il film sarebbe piaciuto. Fox Searchlight fece uscire Little Miss Sunshine inizialmente in soli 7 cinema in tutti gli Stati Uniti, per poi aumentarli gradualmente. È una tecnica che mira a riempire molto pochi cinema, così da creare conversazione e curiosità intorno a un film, ma che funziona solo se c’è un passaparola positivo. E ci fu. In poche settimane Little Miss Sunshine passò da 7 cinema a 691, facendo la miglior media di incassi per sala di quel periodo. All’apice della sua diffusione arrivò su 1.400 schermi contemporaneamente.
Gli stessi registi, Jonathan Dayton e Valerie Faris, ricordano che capitava loro di entrare nei minimarket e sentire persone che parlavano del loro film. I due venivano dal mondo dei video musicali: avevano girato quelli molto famosi di “Tonight Tonight” degli Smashing Pumpkins (con lo stile dei primi film di Georges Méliès) e “Otherside” dei Red Hot Chili Peppers (nello stile dei film muti dell’Espressionismo tedesco) e cercavano un modo di fare un primo film. L’opportunità arrivò quando gli fu chiesto di girare una sceneggiatura scritta da Michael Arndt.

Il produttore David Friendly con le attrici Toni Collette e Abigail Breslin al Sundance Film Festival (George Pimentel/WireImage)
Arndt era stato per molti anni assistente personale dell’attore Matthew Broderick, un lavoro che usava per fare soldi mentre cercava di diventare sceneggiatore. Quando Broderick ebbe una parte importante nel film Godzilla del 1998, ci fu molto più lavoro del solito per lui e quindi molti più soldi. Intascato quel capitale Arndt si licenziò e decise che avrebbe passato l’anno successivo a scrivere sceneggiature. Ne completò sette: Little Miss Sunshine era una di quelle, l’unica che suscitò qualche interesse.
L’aveva pensata a partire da una frase che aveva sentito pronunciare ad Arnold Schwarzenegger in visita a una scuola: «Se c’è una cosa che odio sono i perdenti. Li disprezzo». L’intento era spronare i ragazzi a sognare in grande e lavorare sodo per raggiungere i loro obiettivi, ma Arndt la trovò odiosa. Scrisse così un film di soli perdenti, in cui l’unico modo di essere felici è smettere di essere ossessionati dall’idea di essere dei perdenti secondo i canoni della società.
I due registi, Dayton e Faris, decisero di non usare delle celebrità. L’unico attore famoso doveva essere Bill Murray, nel ruolo dello zio gay, ma non rispose mai alle molte richieste e probabilmente non lesse mai la sceneggiatura. Per quel ruolo così amaro allora scelsero, con una buona intuizione e un po’ di rischio, Steve Carell, attore ai tempi quasi sconosciuto che aveva fatto il caratterista in alcuni film comici e lavorava nel Daily Show di Jon Stewart con un personaggio ricorrente, anche lì molto comico. Gli altri due attori che ai tempi erano poco famosi e oggi sono nomi noti di Hollywood erano Toni Collette e Paul Dano.



