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  • Martedì 20 gennaio 2026

In Italia il congedo mestruale funziona quasi solo nelle scuole

Dove è stato introdotto grazie alle iniziative di studenti e studentesse: le aziende invece sono ancora molto indietro

Prodotti mestruali in una farmacia in Spagna (AP Photo/Emilio Morenatti)
Prodotti mestruali in una farmacia in Spagna (AP Photo/Emilio Morenatti)

Nelle ultime settimane alcune scuole superiori italiane hanno introdotto il congedo didattico mestruale, cioè la possibilità di restare a casa fino a due giorni al mese per chi soffre, in modo certificato, di dolori forti e debilitanti durante le mestruazioni. Per il momento in Italia questa misura sembra funzionare solo nelle scuole visto che, in mancanza di una legge nazionale che la renda obbligatoria sul posto di lavoro, solo pochissime aziende l’hanno adottata.

L’ultima scuola che ha introdotto il congedo, nei primi giorni di gennaio, è stato il liceo Alessandro Manzoni di Milano. A dicembre, invece, erano stati il liceo Quinto Orazio Flacco e l’istituto Da Vinci-Nitti, entrambi di Potenza. Oltre a loro, negli ultimi anni l’hanno approvato una decina di altre scuole superiori, alcune sempre a Milano e Potenza, altre anche a Roma, Catania, Frosinone e Torino. La prima è stata, nel 2022, il liceo artistico e musicale Nervi Severini a Ravenna.

Essendo un permesso giustificato, i giorni di congedo non vengono considerati nel calcolo delle assenze scolastiche, che per legge non possono superare un quarto delle ore totali di lezione (equivalenti, nelle scuole superiori, a una quarantina di giorni). Per utilizzarlo serve presentare a inizio anno, o comunque entro i termini previsti da ciascun istituto, una certificazione medica che attesti la presenza di dismenorrea, cioè dolori mestruali intensi.

– Leggi anche: Che cos’è il congedo mestruale

In molte scuole il congedo è stato introdotto grazie all’attivismo di studentesse e studenti. A Potenza l’iniziativa è stata proposta nel febbraio del 2025 dalla consulta provinciale degli studenti, ed è stata poi avviata dai rappresentanti degli alunni nei singoli consigli d’istituto. A Ravenna lo avevano chiesto alcune studentesse, che avevano allegato alla loro proposta un sondaggio sulla diffusione della dismenorrea tra chi frequentava l’istituto e un approfondimento sulla legge nazionale che all’epoca, nel 2022, stava per essere approvata in Spagna. Gianluca Dradi, dirigente scolastico del liceo di Ravenna, ha detto che a distanza di tre anni dalla sua introduzione il congedo viene utilizzato da circa 20 studentesse su 600, cioè il 3 per cento.

Uno studio risalente al 2024 di WeWorld (un’organizzazione non profit che si occupa di diritti umani) in collaborazione con l’istituto di sondaggi Ipsos aveva misurato che in media le studentesse italiane perdono 6,2 giorni di scuola all’anno a causa del dolore delle mestruazioni, mentre le donne si assentano dal lavoro in media 5,6 giorni all’anno.

Al di fuori delle scuole, però, le aziende e le istituzioni che in Italia hanno introdotto il congedo mestruale nel loro piano di welfare sono ancora pochissime. Le prime sono state, nel 2022, l’azienda veneta di spedizioni Ormesani, e la Zeta Service, specializzata nella gestione delle risorse umane e degli stipendi. Un altro dei pochi esempi è il sistema bibliotecario di Vibo Valentia, in Calabria, che nel 2024 ha attivato per le sue dipendenti la possibilità di chiedere il congedo. In Italia non c’è, come in Spagna e in Portogallo, una legge nazionale sul congedo mestruale, e l’introduzione del permesso dipende solo dalla sensibilità dei datori di lavoro.

In passato ci sono stati diversi progetti di legge sul tema, soprattutto su iniziativa dei partiti di centrosinistra. In un primo progetto, presentato alla Camera nell’aprile del 2016, alcune deputate del Partito Democratico avevano proposto un congedo fino a tre giorni al mese, con retribuzione e contribuzione equivalenti a un qualsiasi altro giorno lavorativo, per le lavoratrici con contratto subordinato o parasubordinato che soffrivano di dismenorrea. Il progetto di legge è stato ripresentato anche nel 2022, durante la legislatura successiva, ma non è mai stato discusso in parlamento.

Un’altra proposta di legge è stata presentata alla Camera nel febbraio del 2023 da deputati e deputate di Alleanza Verdi e Sinistra: insieme alla gratuità dei contraccettivi ormonali, prevedeva di introdurre il congedo mestruale nelle aziende con le stesse caratteristiche contributive e retributive proposte nel 2016. Aggiungeva il congedo anche per le scuole, ma riduceva il numero massimo di giorni mensili da tre a due. Anche questa proposta non è mai stata discussa, così come quella presentata nell’ottobre dello stesso anno dal PD, che non è stata nemmeno assegnata alla commissione parlamentare competente.

Alcuni tentativi sono stati fatti, con pochi successi, anche a livello locale. Una proposta sul congedo mestruale presentata a giugno del 2023 dal PD nel consiglio regionale del Lazio non è mai stata discussa, mentre a luglio dello stesso anno il consiglio comunale di Torino ha respinto un ordine del giorno che proponeva di introdurre il congedo in via sperimentale negli uffici pubblici e nelle aziende (quelle controllate dal comune, cercando poi dei modi per favorirlo in quelle private). Lo scorso ottobre, però, il consiglio regionale della Liguria ha approvato una mozione che impegna la giunta di centrodestra a promuovere l’introduzione di una legge nazionale sul congedo mestruale.

Il principale esempio in questo ambito è la Spagna, primo paese europeo a introdurre il congedo mestruale nel 2023, seguito dal Portogallo lo scorso giugno. La legge spagnola, però, riguarda una categoria di persone più ristretta rispetto alle proposte di legge italiane, ma con permessi più lunghi. Prevede infatti un congedo mestruale retribuito dai tre ai cinque giorni, ma solo per le lavoratrici che soffrono di dismenorrea secondaria, cioè dolori mestruali forti derivati, nello specifico, da patologie dell’apparato riproduttivo come endometriosi, malformazioni o cisti ovariche.

Il ministero della Salute spagnolo aveva segnalato che nel primo anno dall’introduzione della legge il congedo era stato utilizzato solo 1.559 volte, su un totale di circa 10 milioni di lavoratrici (in questo numero però erano comprese le donne in menopausa e quelle che non soffrono di dismenorrea secondaria). Gli oltre 1.500 permessi richiesti avevano avuto una durata media di circa tre giorni. In mancanza di dati più aggiornati, è difficile dire se il congedo sia ancora così poco usato.

Per capire le ragioni della bassa adesione El País, il principale quotidiano spagnolo, aveva raccolto diversi pareri intervistando donne, medici e associazioni: la spiegazione più semplice ha a che fare con l’esclusione dal congedo delle donne con dismenorrea primaria, cioè dolori invalidanti ma non provocati da patologie specifiche e diagnosticate, che sono ampiamente la maggioranza rispetto a chi soffre di dismenorrea secondaria. Per attivare il congedo, poi, è necessario fare richiesta al proprio medico, ma soprattutto all’inizio molti non sapevano come fare. Infine secondo El País aveva influito anche il timore, da parte di molte donne, di subire conseguenze e stigmatizzazioni sul posto di lavoro qualora avessero usufruito del permesso.

Questa è una paura manifestata anche da chi è contrario all’introduzione del congedo mestruale in Italia. Le principali critiche sostengono che la misura alimenterebbe lo stereotipo della donna come “sesso debole” bisognoso di protezione, e rischierebbe di spingere i datori di lavoro a preferire candidati maschi, a cui non dovrebbero pagare giorni di permesso retribuiti. Alcuni, poi, dicono che esistono già sistemi codificati per restare a casa nelle giornate di dolore intenso, come i permessi per malattia.

Chi invece è favorevole al congedo dice che non è giusto che le donne usino giorni di malattia (che in alcuni casi, a seconda dei contratti di lavoro, sono in numero limitato e retribuiti diversamente rispetto a un normale giorno lavorativo) per affrontare una condizione fisiologica e ricorrente come i dolori mestruali. Grazie al congedo, inoltre, chi ne soffre con frequenza potrebbe evitare di chiedere e presentare il certificato medico ogni volta che sta male.

Più complesso, invece, è il rischio che le donne subiscano discriminazioni di genere per il pagamento dei permessi. In Spagna i giorni di congedo sono pagati dall’istituto di previdenza sociale con un’indennità corrispondente al 60 per cento della retribuzione giornaliera. Nelle proposte di legge presentate in Italia, invece, non è mai specificato se il pagamento sarebbe a carico del datore di lavoro o dello stato, e mancano ancora molti dati per calcolare l’eventuale costo complessivo di questa misura.