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  • Lunedì 19 gennaio 2026

L’accordo con il governo della Siria è una resa per i curdi

Che prima governavano su ampie zone del nord-est e avevano una propria milizia: col cessate il fuoco cambierà tutto

La statua di una guerriera curda viene abbattuta a Tabqa, nell'est della Siria, dopo il ritiro delle SDF, 18 gennaio 2026 (AP Photo/Ghaith Alsayed)
La statua di una guerriera curda viene abbattuta a Tabqa, nell'est della Siria, dopo il ritiro delle SDF, 18 gennaio 2026 (AP Photo/Ghaith Alsayed)
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Dopo settimane di combattimenti, domenica il governo siriano e i combattenti curdi delle Forze democratiche siriane (SDF nel più noto acronimo inglese) hanno fatto un accordo per il cessate il fuoco. L’accordo prevede lo scioglimento di fatto delle SDF, la loro integrazione nell’esercito regolare siriano e la cessione allo stato di gran parte dei territori controllati dai curdi.

Sono grosse concessioni da parte dei curdi, indeboliti dai combattimenti recenti e senza aiuti esterni: l’accordo è considerato una loro resa. È invece una grossa vittoria per il presidente siriano, Ahmed al Sharaa.

Secondo l’accordo i curdi devono cedere immediatamente allo stato le province a maggioranza araba di Raqqa e Deir Ezzor, che controllano da anni: di fatto la cessione è già avvenuta, perché in queste ore l’esercito siriano ha rapidamente occupato gran parte di quei territori, man mano che le SDF si ritiravano. Le due province sono anche quelle più ricche di pozzi di petrolio, che secondo l’accordo finiranno direttamente sotto il controllo dello stato. I curdi avevano chiesto una condivisione dei profitti della vendita del greggio, ma è improbabile che questo succederà.

Lo stato siriano, oltre che dei pozzi di petrolio, prenderà il controllo di tutti i varchi di confine e delle altre infrastrutture, tra cui le dighe sul fiume Eufrate. Di fatto ai curdi rimarrà un certo grado di autonomia soltanto nella provincia di Hasakah, quella più propriamente curda. Anche lì però il governatore sarà nominato dal governo centrale.

Dal punto di vista militare, i curdi avevano chiesto inizialmente che le SDF si potessero integrare nell’esercito siriano mantenendo le proprie formazioni e divisioni. L’accordo prevede invece che i combattenti entrino nell’esercito come semplici individui, per evitare ogni rischio di solidarietà tra combattenti curdi. Il governo prenderà anche il controllo dei campi di prigionia dove sono rinchiusi migliaia di combattenti dello Stato Islamico con le loro famiglie, sorvegliati per anni dai combattenti dell’SDF dopo la sconfitta del gruppo terroristico.

Per rendere meno duro il colpo, al Sharaa ha firmato un decreto che fornisce ai curdi alcune garanzie dal punto di vista culturale e sociale. Il curdo sarà riconosciuto come lingua nazionale (ma non ufficiale) e potrà essere insegnato nelle scuole delle regioni a maggioranza curda. Nowruz, l’anno nuovo per i curdi e per altre popolazioni, sarà riconosciuto come festa nazionale. Ai curdi sarà inoltre concessa la piena nazionalità siriana, e potranno tra le altre cose ottenere un passaporto: per decenni il vecchio regime degli Assad aveva negato la nazionalità ai curdi, togliendo loro molti diritti.

Un soldato siriano vicino al pozzo di petrolio di al Thawra, dopo il ritiro delle forze curde, 18 gennaio 2026 (AP Photo/Omar Albam)

Un soldato siriano vicino al pozzo di petrolio di al Thawra, dopo il ritiro delle forze curde, 18 gennaio 2026 (AP Photo/Omar Albam)

I curdi sono circa il dieci per cento della popolazione della Siria, ma durante la guerra civile siriana (2011-2024) erano riusciti a ottenere il controllo di circa il 30 per cento del paese, a nord-est. In quella zona avevano instaurato un governo di fatto indipendente, con istituzioni proprie e proprie forze armate, le SDF. Fin dai primi mesi dopo la caduta del regime del dittatore Bashar al Assad, il nuovo governo di al Sharaa aveva avviato negoziati per reintegrare la comunità curda in uno stato unitario.

Era stato trovato un primo accordo a marzo, che però non era mai stato messo in pratica a causa di sospetti reciproci. In questi mesi peraltro il governo di al Sharaa ha già represso con la violenza altre minoranze riottose, come quella dei drusi a sud e degli alawiti sulle coste.

Nelle ultime settimane però l’esercito siriano ha cominciato ad avanzare nei territori controllati dai curdi. A inizio gennaio ha sloggiato dopo duri scontri le forze curde da Aleppo, dove le SDF avevano una piccola presenza militare. Negli ultimi giorni ha attaccato il territorio controllato dai curdi a nord-est. I curdi hanno subìto anche le pressioni diplomatiche del governo degli Stati Uniti, che negli ultimi anni aveva protetto e tollerato il loro dominio su parte della Siria, ma che con Donald Trump si è molto avvicinato ad al Sharaa.

A causa delle pressioni militari siriane e di quelle diplomatiche americane il comandante delle SDF, Mazloum Abdi, si è trovato costretto a firmare l’accordo di domenica, benché sia molto svantaggioso. Abdi ha detto in un videomessaggio che spiegherà le sue ragioni alla popolazione curda «nei prossimi giorni».

Ahmed al Sharaa mostra l'accordo per il cessate il fuoco, 18 gennaio 2026 (Getty Images)

Ahmed al Sharaa mostra l’accordo per il cessate il fuoco, 18 gennaio 2026 (Getty Images)