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  • Domenica 18 gennaio 2026

Il blocco di Israele alle ong che operano a Gaza sta già avendo i suoi effetti

Quattro organizzazioni umanitarie ci hanno descritto le loro ultime settimane, tra vecchi problemi e nuove incertezze

di Ginevra Falciani

Una donna aspetta del cibo nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, il 10 gennaio 2026 (ANSA/Salhi/APA Images via ZUMA Press Wire)
Una donna aspetta del cibo nel campo profughi di Nuseirat, nella Striscia di Gaza centrale, il 10 gennaio 2026 (ANSA/Salhi/APA Images via ZUMA Press Wire)
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A partire dal 1° gennaio Israele ha vietato a 37 organizzazioni umanitarie di operare nella Striscia di Gaza, e ha dato loro due mesi di tempo per andarsene. È successo perché queste organizzazioni si sono rifiutate di fornire al governo israeliano una lista dei loro dipendenti palestinesi, che il governo sosteneva fosse necessaria per accertare l’assenza di presunti legami con organizzazioni terroristiche, come Hamas.

È una richiesta contraria al diritto internazionale, e più che altro un pretesto per continuare a complicare e delegittimare il lavoro delle organizzazioni umanitarie. Nonostante diversi appelli internazionali, nelle ultime due settimane il divieto ha iniziato a essere messo in pratica. Il Post ha parlato con quattro ong a cui Israele dice di non aver rinnovato il permesso: hanno detto che la situazione era già estremamente problematica, e che il blocco l’ha resa ancora più incerta e caotica.

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Tra queste c’è Medici Senza Frontiere: da due settimane Israele sta vietando l’ingresso nella Striscia ai suoi operatori internazionali, e ha ordinato all’ong di cessare tutte le attività entro fine febbraio. Israele sostiene che l’organizzazione abbia un ruolo minimo nella gestione della crisi sanitaria a Gaza e che le sue attività siano un «pretesto» per promuovere una «narrazione estremamente anti-israeliana». Non è così.

Medici Senza Frontiere è presente nella Striscia e in Cisgiordania dal 1989, e nel 2025 i suoi operatori hanno curato centinaia di migliaia di persone a Gaza. Il suo personale è composto da una quarantina di operatori internazionali e da circa mille medici e operatori palestinesi, che già lavorano con mezzi ridotti dato che Israele non lascia entrare i suoi camion con attrezzatura medica, considerata come potenzialmente utilizzabile per costruire delle armi.

«Il cessate il fuoco non ha fermato la crisi umanitaria a Gaza, i bombardamenti sono rallentati ma noi continuiamo a trattare pazienti, inclusi bambini, con ferite da esplosione e dovute ad attacchi», dice Monica Minardi, presidente di Medici Senza Frontiere Italia. In questi mesi l’organizzazione ha chiesto più volte un colloquio con il governo israeliano per rinegoziare le condizioni e poter continuare a lavorare, senza ricevere risposta. Intanto MSF ha già stanziato più di 100 milioni di euro per le sue operazioni nei Territori palestinesi occupati (ossia la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est) nel 2026, sperando di riuscire a raggiungere un accordo.

L’esterno di uno dei centri di Medici Senza Frontiere nella città di Gaza, il 4 gennaio 2026 (Saher Alghorra/The New York Times/contrasto)

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Un’altra organizzazione che ha già ricevuto l’ordine di andarsene è il Danish Refugee Council (DRC). Dal 2024 a Gaza fornisce beni di prima necessità e si è specializzata in un compito molto delicato: la gestione del materiale inesploso, come le bombe che potrebbero attivarsi da un momento all’altro a causa di un cambiamento delle condizioni atmosferiche o perché vengono toccate da qualcuno che ci si imbatte spostando delle macerie.

Il DRC fornisce aiuto psicologico e finanziario alle persone ferite da esplosivi, o le indirizza verso altre associazioni che possano occuparsi di loro, e fa formazione sul tema alla popolazione e alle associazioni locali. Manfredi Miceli, a capo dei progetti del DRC a Gaza e in Cisgiordania, dice che più di recente l’organizzazione aveva iniziato a creare delle squadre di professionisti internazionali (principalmente ex militari) che si sarebbero occupate della gestione e dello smaltimento degli esplosivi rimasti. Dall’inizio dell’anno però Israele ha negato l’ingresso di una squadra di questo tipo due volte, proprio per via del mancato rinnovo del permesso.

Anche Miceli dice che il Danish Refugee Council vorrebbe continuare le sue operazioni nella Striscia e che insieme ad altre organizzazioni ha provato più volte a trovare un punto d’incontro con il governo israeliano, per ora senza successo. Spera che sarà possibile continuare a sostenere i suoi dipendenti locali e altre organizzazioni da remoto, ma il blocco potrebbe creare grossi problemi pratici: pagare gli operatori o far arrivare loro l’attrezzatura di cui hanno bisogno – anche solo dei telefoni cellulari per restare in contatto – diventerebbe enormemente complicato.

Raed Muhammad Maarouf, un ventenne palestinese che ha perso entrambe le gambe e il braccio sinistro in un attacco israeliano mentre raccoglieva legna da ardere a Jabalia, fotografato in una tenda improvvisata nella città di Gaza, il 14 gennaio 2026. A causa del blocco dell’entrata di attrezzatura medica Maarouf sta ancora aspettando delle protesi (Omar Ashtawy/APA Images via ZUMA/ansa)

Altre organizzazioni comparse nella lista delle ong il cui permesso non è stato rinnovato, diffusa da diversi giornali, non hanno ancora ricevuto una comunicazione ufficiale dal governo israeliano: per questo sono in un limbo. Fra loro ci sono Oxfam e ActionAid.

Oxfam è presente nella Striscia di Gaza dal 1980 e una parte importante del suo lavoro riguarda l’approvvigionamento di acqua pulita. Il portavoce italiano Paolo Pezzati dice che l’organizzazione sta cercando di rendersi indipendente dall’ingresso di beni dall’esterno, per aggirare i continui blocchi imposti da Israele. Per esempio si sta concentrando sulla riparazione della rete idrica nella Striscia, distrutta dai bombardamenti israeliani. Al momento Oxfam riesce a fornire acqua a 150mila persone, ma Pezzati dice che potrebbero essere molte di più: l’organizzazione avrebbe le capacità e gli strumenti per ampliare le sue attività, ma tutto va a rilento perché Israele le contesta l’entrata nella Striscia di tubature e pezzi di ricambio necessari per aggiustare i dissalatori e le infrastrutture danneggiate, citando ragioni di sicurezza.

Anche i camion di ActionAid sono bloccati da settimane alla frontiera fra la Striscia e l’Egitto, dice Riham Jafari, responsabile della comunicazione di ActionAid Palestina. Per questo l’organizzazione, presente nella Striscia dal 2007, sta principalmente dando fondi alle organizzazioni locali per acquistare cibo al mercato e distribuirlo alla popolazione palestinese (nelle ultime settimane molti dei camion che entrano nella Striscia non contengono aiuti umanitari, ma beni da acquistare). La co-segretaria generale di ActionAid Italia, Katia Scannavini, dice che l’organizzazione ha un «piano di mitigazione» pronto per quando Israele le chiederà di andarsene, che però inevitabilmente renderà tutte le operazioni più complicate e permetterà all’organizzazione di raggiungere ancora meno persone.