Le statue greche e romane avevano dei colori orrendi?

Ebbene sì, almeno per i gusti di oggi: ma c'erano diversi motivi per cui venivano dipinte in quel modo

Una visitatrice osserva da vicino due statue
Una copia in gesso bianco e una copia a colori in marmo della statua di Artemide scoperta a Pompei e risalente al I secolo d.C., esposte al museo Liebieghaus a Francoforte nel 2020 (EPA/Armando Babani)

Quando immaginiamo le statue greche e romane pensiamo a opere osservate innumerevoli volte sui libri di storia dell’arte, in tv, o magari persino dal vivo: il Discobolo Lancellotti, l’Augusto di Prima Porta, la Venere Townley, i Bronzi di Riace. E ce le figuriamo come le vediamo oggi: di un unico colore, cioè quello del materiale di cui sono fatte. Sappiamo però che in origine quelle statue erano colorate: policromatiche, nel gergo di storici dell’arte e archeologi. E ne siamo certi da più di un secolo, in base alle numerose tracce di colore residuo trovate su statue, oggetti e parti di edifici.

Eppure l’immagine delle sculture antiche monocolori, perlopiù quello del marmo, è talmente radicata che quando osserviamo le ricostruzioni di come dovevano apparire secoli fa fatichiamo a credere possibile che le statue avessero davvero quell’aspetto. In molti casi le troviamo anzi di cattivo gusto: con una stesura del colore troppo piatta e toni pastello troppo vividi, lontanissimi sia dall’estetica classica per come la conosciamo, sia dai gusti estetici prevalenti nella contemporaneità. Siamo noi, il problema, o le colorazioni originali di quelle statue erano effettivamente bruttine?

L’arlecchino di Egina
Uno dei gruppi di lavoro più noti e rispettati al mondo nel campo della ricostruzione a colori delle statue antiche è guidato dall’archeologo tedesco Vinzenz Brinkmann, dell’università di Francoforte. Dal 2003 il gruppo di Brinkmann cura una mostra itinerante di successo mondiale dedicata alla policromia antica, intitolata Bunte Götter (“Divinità a colori”).

La mostra propone ricostruzioni di statue ed elementi architettonici antichi greci e romani, realizzate sulla base dei residui di vernice – in molti casi invisibili a occhio nudo – tramite tecniche non invasive come la fluorescenza ultravioletta o quella a raggi X. Per dare al pubblico un termine di paragone, di fianco a ogni ricostruzione di una statua a colori viene esposto un calco in gesso bianco della statua: cioè una versione senza colori non per scelta dell’autore, ma perché i pigmenti si sono degradati nei secoli.

Una ricostruzione dall’effetto di solito molto respingente è quella che Brinkmann e il suo gruppo fecero dell’arciere del frontone del tempio di Egina, un famosissimo gruppo di sculture risalente al V secolo a.C. che decorava un tempio di Afaia sull’isola di Egina, al largo di Atene. L’arciere di Egina è stato studiato per secoli per la sua posa flessuosa e la maestria con cui gli scultori lavorarono a elementi indistinguibili dalla distanza a cui veniva osservata la statua: il suo malleolo, per esempio.

In origine però l’arciere di Egina era colorato con tonalità brillanti: il pantalone e le maniche, ricostruite dal gruppo di lavoro di Brinkmann, ricordano vagamente il costume di Arlecchino.

L'arciere ricostruito a colori

L’arciere dei frontoni del tempio di Afaia sull’isola di Egina, ricostruito a colori ed esposto nella mostra “Divinità a colori” al museo Liebieghaus a Francoforte nel 2021 (Wikimedia)

Anche i Bronzi di Riace, due statue risalenti con ogni probabilità alla Grecia del V secolo a.C., sono stati studiati e riprodotti in copie policrome da Brinkmann, tra il 2015 e il 2016. Da allora le copie sono state esposte all’Altes Museum di Berlino, al Metropolitan Museum di New York e in altri musei nel mondo, attirando molte attenzioni. Per cercare di ricreare l’aspetto originale delle figure il gruppo utilizzò, oltre ai colori, anche inserti in pietra, argento e vetro per ricostruire elementi delle statue andati perduti.

I Bronzi di Riace, ricostruiti a colori e con l'aggiunta di altri elementi andati perduti

I Bronzi di Riace ricostruiti a colori, esposti nella mostra “Divinità a colori” al museo Liebieghaus a Francoforte nel 2021 (Wikimedia)

I coloristi anonimi
La repulsione alla vista delle statue antiche greche e romane a colori è una reazione molto comune, in parte indipendente da quanto le ricostruzioni siano accurate – come quelle di Brinkmann – o approssimative. Oggi la sensibilità per i colori è molto diversa da quella che avevano i Romani, e ancor più diversa da quella diffusa nella Grecia arcaica (tra il 600 e il 480 a.C.). «La nostra tavolozza è fatta di colori anche sintetici, che nell’antichità proprio non esistevano», spiega l’archeologo classico Paolo Liverani, professore di topografia antica all’università di Firenze e per vent’anni direttore del reparto di antichità classiche dei Musei Vaticani.

Liverani fu tra i primi in Italia a dare inizio a lavori di ricerca sistematici sulla policromia nella scultura antica, con la mostra internazionale “I colori del bianco”, tra il 2003 e il 2005. Le persone che fanno questo lavoro in diverse parti del mondo – «i coloristi anonimi», come li chiama lui – tra loro si conoscono tutte o quasi.

L’avversione alle ricostruzioni è prima di tutto una questione di abitudine: siamo abituati a vedere le opere d’arte in un certo modo per via delle modalità con cui le abbiamo scoperte e conservate.

Non è avversione a prescindere. Ci sono opere antiche i cui colori si sono perfettamente conservati, per esempio il Busto di Nefertiti, e che non ci fanno lo stesso effetto, anzi: in parte perché le abbiamo osservate dipinte fin da subito.

Abbiamo invece una scarsa abitudine a osservare antiche statue greche e romane ricostruite a colori, e per contro una familiarità estrema con la versione di quelle statue per come si presentano nei musei e sui libri.

A quella versione si ispirarono a loro volta anche gli scultori del Rinascimento e del Neoclassicismo occidentale, che associarono l’assenza di colori – e quindi un certo carattere universale e un po’ etereo – alla bellezza e agli ideali classici. Anche grazie alle loro opere si è rafforzato ulteriormente il mito delle statue antiche monocolori. Lo scultore neoclassico Antonio Canova, per esempio, non dipinse mai nessuna delle sue opere più famose: e anche le sue opere, dichiaratamente ispirate a quelle greche per come erano sopravvissute ai suoi tempi, hanno contribuito a costruire il nostro immaginario.

La Piccola Ercolanese, la statua di una figura femminile, ricostruita a colori

Una ricostruzione a colori della Piccola Ercolanese scoperta nel Settecento nel teatro di Ercolano e risalente al II secolo d.C., esposta nella mostra “Divinità a colori” al museo Liebieghaus a Francoforte nel 2020 (EPA/Armando Babani)

L’idea che gli antichi disprezzassero i colori vivaci è però «l’equivoco più comune sull’estetica occidentale nella storia dell’arte occidentale», «una bugia che tutti noi abbiamo a cuore», disse al New Yorker nel 2018 Mark Abbe, storico dell’arte greca e romana all’università della Georgia, ad Athens.

Agli storici e agli specialisti è noto da secoli che sculture e architetture antiche avessero dei tratti di colore, e che le loro tracce fossero probabilmente andate perdute nel tempo per effetto dell’esposizione alla pioggia e alla luce solare. Anche il più famoso e influente storico dell’arte del Settecento, il tedesco Johann Winckelmann, aveva scoperto in Italia sculture antiche con tracce evidenti di colore. Si dice però che fosse così affezionato all’estetica tradizionale che ignorò la scoperta, continuando a promuovere l’idea che le statue antiche fossero monocolore. Ancora oggi si parla di una «condanna winckelmanniana» nel considerare le statue antiche come monocrome.

Fatiche antiche e contemporanee
Ci sono anche delle ragioni concrete per cui per secoli la nozione che le statue antiche fossero colorate era andata perduta. Nei manufatti sepolti sotto terra il colore si conservava meglio, ma spesso i pigmenti restavano nascosti sotto accumuli di sporco e calcite, e finivano per essere rimossi durante le fasi di pulizia.

Inoltre l’idea che l’arte greco-romana fosse monocromatica era talmente radicata che quando capitava di scoprire statue con colori quasi intatti, gli esperti tendevano ad attribuirle agli Etruschi o ad altre civiltà pre-romane da loro considerate inferiori. E rimuovere eventuali pigmenti residui, per commercianti e trafficanti di opere d’arte, era un modo per provare ad aumentarne il valore e venderle meglio.

Un busto di Afrodite, in copia dell'originale e in versione ricostruita

Una ricostruzione a colori di un Busto di Afrodite, esposto nella mostra “Divinità a colori” al museo Liebieghaus a Francoforte, nel 2020 (EPA/Armando Babani)

Anche oggi però, in un’epoca in cui ogni studioso d’arte antica sa molto bene che le statue antiche erano colorate, le preferiamo monocolori. Non solo per abitudine.

Lo storico dell’arte Fabio Barry disse al New Yorker di trovare «eccessivamente vivaci» i colori utilizzati per una ricostruzione del 2004 dell’Augusto di Prima Porta, la statua romana in marmo bianco risalente al I secolo d.C. È uno degli esempi più noti e citati di statua le cui tracce di colore erano ben visibili anche a occhio nudo al momento della scoperta, avvenuta nel 1863 nello scavo della villa di sua moglie Livia Drusilla, vicino a Roma.

Nella ricostruzione a colori Augusto ha capelli ramati, mantello e tunica rosso cremisi, e dettagli dell’armatura in marrone e blu intensi. Barry sostenne che gli studiosi avessero utilizzato apposta le tonalità più sature dei colori da loro individuati per «una sorta di orgoglio iconoclasta»: come se il loro obiettivo fosse demolire il preconcetto che le statue antiche fossero bianche.

Ralph Stefan Weir, docente di filosofia antica all’università di Lincoln, in Inghilterra, ha scritto in un recente articolo sulla rivista Works in Progress che il motivo più plausibile dell’avversione delle persone per le ricostruzioni, secondo lui, è semplicemente perché sono orrende, colorate in modo pessimo e senza alcun gusto estetico perché realizzate da persone che non sono artisti o artiste. «Anche i Greci e i Romani le avrebbero detestate, perché la policromia ricostruita non è buona», scrive Weir.

Una statua che raffigura Apollo, ricostruita a colori

Una ricostruzione a colori del Kouros di Tenea, una statua in marmo scoperta nell’Ottocento vicino a Corinto e risalente al VI secolo a.C., esposta nella mostra “Divinità a colori” al museo Liebieghaus a Francoforte nel 2020 (EPA/Armando Babani)

Un aspetto da tenere in considerazione è che le stesse ricostruzioni non possono essere accuratissime: è impossibile, cioè, identificare con chiarezza ogni tipo di traccia di colore. Rimane sempre un certo margine di interpretazione: del resto è un po’ come se cercassimo di immaginarci i colori di un quadro di Van Gogh partendo da pochissimi tratti di colore.

Le ricostruzioni possono cercare di non urtare il nostro gusto, ma non possono ignorare la realtà. «Si può fare di meglio, ma entro certi limiti», spiega Liverani. Introdurre un giudizio estetico personale nella valutazione delle ricostruzioni «è qualcosa da evitare accuratamente», aggiunge, perché il colore non è una semplice decorazione né un abbellimento delle statue, ma una parte essenziale del loro significato storico e contestuale.

Liverani fa l’esempio della cosiddetta Kore con il peplo, una statua greca in marmo scoperta tra il 1886 e il 1887 sull’acropoli di Atene. Le fu attribuito questo nome perché aveva forme compatibili, ma solo in parte, con quelle delle altre korai dell’acropoli, cioè statue idealizzate di donne mortali (korai, al singolare kore, significa “ragazze”). Oltre un secolo dopo, proprio gli studi di Brinkmann sulle tracce di colore residuo permisero di comprendere che la statua in realtà non raffigurava né una kore né un peplo (il tipico abito bianco femminile dell’antica Grecia), ma probabilmente una divinità.

C’è infine una questione di distanza irriducibile tra il gusto estetico contemporaneo e quello dell’antichità. Anche di fronte a un’ipotetica ricostruzione policromatica perfetta di un’antica statua greco-romana, ragionando per assurdo, è probabile che la maggior parte delle persone contemporanee proverebbe comunque un certo smarrimento. Si ritiene infatti che l’uso dei colori nell’antica Grecia non fosse guidato soltanto da criteri estetici, perché i colori avevano un valore simbolico e ciascuno era correlato a un particolare significato sociale e culturale. I capelli biondi, tipici di certe divinità guerriere, simboleggiavano il potere, per esempio, e la carnagione grigia simboleggiava virtù e coraggio. La pelle bianca delle figure femminili era invece associata alla grazia e alla gioventù.

L’uso del colore dipendeva inoltre dalla funzione della statua e dagli altri elementi che aveva intorno: le diverse tonalità permettevano a ogni singola figura di risaltare all’interno della composizione complessiva. In alcuni casi è probabile che la scelta di tinte di colore decise e vivaci dipendesse anche dall’esigenza di rendere le statue visibili e riconoscibili da lunghe distanze, molto superiori a quelle da cui siamo abituati a osservarle nei musei. E anche in condizioni ambientali molto diverse: sotto il sole dell’acropoli, per esempio, dove tenui colori pastello settecenteschi sarebbero state semplicemente invisibili, spiega Liverani.

Apprezzare le ricostruzioni policromatiche, o immaginarne altre possibili a partire da statue greco-romane non ancora analizzate, non implica tra l’altro rinunciare all’aspetto di quelle statue per come sono state conservate e ammirate nei secoli scorsi. «Possiamo avere la botte piena e la moglie ubriaca», disse Abbe al New Yorker: possiamo «ammirarle come opere monocromatiche e neoclassiche», e allo stesso tempo «recuperarne l’estetica antica e correggere un equivoco».