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  • Venerdì 16 gennaio 2026

La scuola superiore di quattro anni in Italia non funziona

Doveva essere un modo per allinearsi ad altri paesi europei, ma dal 2017 è ferma a poche classi

Studenti nel loro primo giorno di scuola (Stefano Guidi/Getty)
Studenti nel loro primo giorno di scuola (Stefano Guidi/Getty)

Nel 2017 la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli (morta mercoledì) introdusse una sperimentazione per ridurre da cinque a quattro anni la durata della scuola superiore. L’idea era quella di rendere gli studenti italiani più competitivi nel confronto con i coetanei di altri paesi europei in cui la scuola dura meno e si accede all’università già a 18 anni. Fu avviato un “progetto pilota” in 100 scuole, per valutare poi un’estensione negli anni successivi.

Da allora la sperimentazione è stata rinnovata di anno in anno, ma senza riuscire a diffondersi davvero. Il numero totale delle scuole che l’hanno avviata è rimasto all’incirca lo stesso negli ultimi nove anni, ma molte di quelle che avevano partecipato all’inizio hanno rinunciato.

I motivi per cui la scuola superiore quadriennale non si è affermata sono diversi e difficili da sintetizzare, anche perché l’esperienza è stata molto diversa da scuola a scuola. In generale, però, il progetto non è mai riuscito a convincere né una parte significativa delle famiglie né il mondo della scuola.

Fin dall’inizio i sindacati degli insegnanti sono stati molto scettici. Secondo Graziamaria Pistorino, rappresentante della CGIL, uno dei principali problemi della sperimentazione riguarda la gestione dei programmi scolastici. I contenuti infatti non sono stati ripensati, ma semplicemente concentrati in quattro anni. «Gli studenti, quindi, devono studiare le stesse cose in meno tempo, con meno possibilità di approfondire e di “far sedimentare” i concetti. Inoltre hanno meno tempo libero, perché la scuola occupa una parte maggiore della settimana».

Nel 2017 infatti la sperimentazione fu avviata solo in una classe per ogni istituto coinvolto e gli studenti del percorso quadriennale dovevano raggiungere gli stessi obiettivi didattici degli altri. Per questo le ore di scuola poterono aumentare da circa 900 a 1050 all’anno. In molte scuole questo significava rientri pomeridiani e lezioni anche il sabato. L’esame di maturità restava identico. Per evitare squilibri tra le sezioni la sperimentazione prevedeva che le classi quadriennali venissero formate con studenti che avevano ottenuto i voti più alti alle scuole medie. Non era consentito l’accesso a chi era stato bocciato o a chi cercava di abbreviare il proprio percorso scolastico.

Per gli studenti e per le famiglie non c’è un vero incentivo a scegliere questa sperimentazione rispetto alle classi normali. Come fa notare Pistorino «di solito i genitori vogliono che i loro figli studino, non sono interessati a farli andare a lavorare prima».

L’idea del liceo quadriennale è da molti anni una fissazione dei ministri dell’Istruzione a prescindere dal loro orientamento politico, ed è stata portata avanti più per volontà loro che per richiesta del mondo della scuola. Questo si è riflesso nei numeri: dal 2017 a oggi i tassi di adesione sono rimasti pressoché invariati. Nel febbraio 2018 la sperimentazione era stata ampliata con altre 92 scuole, arrivando a un totale di 192 (127 statali e 65 paritarie), di cui 144 licei e 48 istituti tecnici.

Nel corso degli anni, però alcune scuole hanno rinunciato. Nel 2021 l’allora ministro Bianchi si era posto un obiettivo di 1000 scuole, che non è mai stato raggiunto. Quest’anno scolastico i rinnovi sono stati 101, un numero vicino a quello iniziale e molto lontano dagli obiettivi dichiarati.

Un altro problema è la mancanza di dati. Non esiste infatti un progetto del ministero dell’Istruzione per monitorare in modo esaustivo l’andamento e i risultati della sperimentazione dal 2017 a oggi. L’unica analisi disponibile è stata condotta dalla Fondazione Agnelli, istituto di ricerca nel campo delle scienze sociali, che ha esaminato un campione di scuole in cui erano attivi sia i percorsi quadriennali sia quelli tradizionali quinquennali, così da poter confrontare studenti formati in contesti simili.

Dallo studio emerge che i diplomati dei percorsi quadriennali ottengono in media voti leggermente più alti alla maturità. La Fondazione Agnelli spiega però questa differenza c’entra con il fatto che gli studenti selezionati per i corsi quadriennali erano già, alle scuole medie, quelli con i risultati migliori. All’università, infatti, il quadro si ribalta: gli studenti diplomati nei percorsi quinquennali ottengono risultati migliori sia in termini di voti sia di numero di esami superati, accumulando più crediti formativi. Negli istituti tecnici quadriennali il numero di studenti che non si sono iscritti all’università e che, a due anni dal diploma, non avevano mai avuto un contratto di lavoro era superiore rispetto a quello delle classi quinquennali.

La sperimentazione era stata presentata come un modo per allinearsi ai paesi dell’Unione Europea dove la scuola superiore dura quattro anni, ma questo divario era stato in parte enfatizzato. In Europa esiste infatti una distribuzione piuttosto equilibrata tra sistemi quadriennali e quinquennali. In Francia e in Spagna, per esempio, il percorso è di quattro anni, mentre nei paesi scandinavi è di cinque.