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  • Giovedì 15 gennaio 2026

Le corse di cavalli clandestine, un vecchio problema difficile da risolvere

Malgrado le sofferenze degli animali, nel Centro e nel Sud Italia sono una consuetudine radicata e legata alla criminalità organizzata

Una corsa di cavalli clandestina ripresa con i droni della polizia a Camporotondo Etneo, in provincia di Catania, il 9 gennaio 2026 (Ufficio stampa della polizia via ANSA)
Una corsa di cavalli clandestina ripresa con i droni della polizia a Camporotondo Etneo, in provincia di Catania, il 9 gennaio 2026 (Ufficio stampa della polizia via ANSA)

A inizio gennaio la polizia di Catania ha interrotto una corsa clandestina di cavalli e ha denunciato 15 partecipanti, tra cui anche alcuni minorenni. Non succede così spesso che le forze dell’ordine intervengano per interrompere gare di cavalli di questo tipo, benché siano in realtà un fenomeno frequente, conosciuto e consolidato da decenni in molte regioni del Centro e del Sud Italia. Spesso le corse sono organizzate da persone vicine o interne ai gruppi criminali, anche mafiosi, che le usano sia come forma di guadagno, attraverso le scommesse, sia come strumenti di controllo e affermazione sul territorio. Di questa pratica si sta occupando anche una commissione parlamentare d’inchiesta, ma eliminare le gare resta difficile, soprattutto perché sono radicate nella cultura di molti territori.

La regione dove le corse sono più frequenti è la Sicilia, in particolare nella zona tra Catania e Messina, ma ci sono anche in Campania, Puglia, Calabria, Abruzzo, nel Lazio e nelle Marche. Vengono organizzate con una certa frequenza, soprattutto nel fine settimana, su strade rettilinee e tendenzialmente isolate, per evitare di attirare l’attenzione delle forze dell’ordine. I fantini si sfidano a bordo di calessi trainati da cavalli o da pony, circondati da auto e motorini che suonano il clacson o sparano in aria con armi da fuoco per spaventare gli animali e farli correre più veloce. Sono eventi che attirano molte persone, anche da fuori, e spesso partecipano minorenni.

Nelle regioni del Sud Italia le gare vengono spesso promosse, o comunque autorizzate, dalla criminalità organizzata. In passato alcune inchieste antimafia hanno dimostrato il coinvolgimento nelle corse dei clan mafiosi (tra i più noti, i Casalesi nel casertano e i Casamonica a Roma), interessati al guadagno delle scommesse clandestine. Attraverso il blocco delle strade pubbliche per le gare e l’esibizione di uomini e mezzi, i gruppi criminali dimostrano anche il loro potere. In Abruzzo e nel resto del Centro Italia, invece, le corse sono spesso organizzate da persone appartenenti a gruppi di etnia rom e sinti.

I cavalli e i pony utilizzati nelle corse hanno provenienze poco chiare. Le indagini hanno accertato che alcuni cavalli sequestrati erano stati precedentemente utilizzati negli ippodromi, ed erano arrivati alle gare clandestine attraverso passaggi di proprietà difficili da ricostruire. Gli animali usati nelle corse sono maltrattati: durante le gare sono frustati, spaventati e obbligati a correre su superfici non idonee. Vivono spesso in baracche abusive, oppure nei “bassi” umidi e senza luce (cioè locali al piano terra) del centro delle città. Infine non di rado vengono trattati con sostanze dopanti o curati con farmaci non autorizzati da persone non specializzate.

Le gare sono un rito collettivo di affermazione sociale per chi le frequenta. Nelle zone dove sono più diffuse, a volte i ragazzi ricevono come regalo di compleanno gli animali da usare nelle corse clandestine, mentre i partecipanti si organizzano in scuderie con stemmi e colori riconoscitivi per competere. In questi contesti il cavallo diventa un simbolo di potere, anche economico, e di prestigio. I giovani nutrono rispetto nei confronti dei “cavallari”, cioè i proprietari di cavalli, e sono affascinati dal fatto che a volte frequentano ambienti criminali. I video delle corse pubblicati su YouTube e sui social sono spesso accompagnati da musiche di cantanti neomelodici che esaltano la criminalità e incitano al disprezzo delle forze dell’ordine.

Ciro Troiano, criminologo e responsabile dell’osservatorio sulle zoomafie (cioè le forme di sfruttamento di animali connesse alle attività mafiose) della Lega anti vivisezione, dice che questa dimensione culturale e sociale delle gare clandestine è proprio ciò che le rende difficili da eliminare. Questa narrazione ha successo, dice, soprattutto «dove mancano servizi, c’è degrado culturale e sociale, e c’è un alto tasso di criminalità».

Una stalla abusiva scoperta dai carabinieri a Casoria, in provincia di Napoli, il 24 maggio 2013 (ANSA/Cesare Abbate)

Secondo il deputato Jacopo Morrone, presidente della commissione parlamentare d’inchiesta che si occupa, tra le altre cose, del contrasto alle corse clandestine di cavalli, la difficoltà di eliminarle dipende anche dal fatto che non tutte le istituzioni percepiscono la gravità del fenomeno in modo omogeneo. Secondo lui, polizia e magistratura percepiscono l’allarme sociale più di alcune amministrazioni locali che, proprio per il loro legame con il territorio, faticano a essere coinvolte nelle attività di prevenzione e di contrasto.

La riforma che ha introdotto pene specifiche per le persone coinvolte nelle gare clandestine è del 2004; prima di allora le corse potevano essere sanzionate solo in violazione del codice della strada. Lo scorso luglio è entrata in vigore una legge che rende più severe le sanzioni per chi organizza, promuove o dirige le corse clandestine con i cavalli, che ora rischia dai due ai quattro anni di reclusione e una multa fino a 160mila euro. Chi invece partecipa alle gare, o detiene o alleva i cavalli che vengono utilizzati, è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e una multa fino a 30mila euro. Lo stesso vale anche per chi scommette. La partecipazione di minorenni e la registrazione di immagini e video sono considerate aggravanti.

Secondo i dati raccolti dalla Lega anti vivisezione, nel 2024 per le gare clandestine sono state denunciate 70 persone, di cui due sono state arrestate. Per questi reati la legge non prevede l’arresto in flagranza (cioè i partecipanti non possono essere arrestati quando la corsa viene interrotta dalle forze dell’ordine), che diventa possibile solo se alla gara partecipano anche dei minori. C’è anche da tenere presente, dice Ciro Troiano, che intercettare e fermare una corsa non è semplice, perché spesso vengono organizzate con poco preavviso e in strade isolate.

Secondo Troiano, però, le corse clandestine potrebbero essere indagate più a fondo, come fenomeni criminali più complessi, non limitandosi a interrompere le gare o a sequestrare le stalle abusive. A volte, dice, dopo che una stalla viene sequestrata si denuncia il proprietario per le cattive condizioni in cui sono tenuti gli animali, ma non si indaga per accertare se quegli animali sono utilizzati per corse clandestine e, nel caso, fare denuncia anche per quel reato. Sarebbe anche utile, secondo Troiano, cercare di ricostruire i rapporti personali delle persone già denunciate, o fare approfondimenti patrimoniali sui proprietari di cavalli, per capire se per mantenerli utilizzano denaro proveniente da scommesse illecite.

Qualcosa in questa direzione è stato fatto, comunque. Per esempio è diventato possibile applicare le misure previste dal codice antimafia (come il sequestro dei beni) a chi commette abitualmente reati legati alle corse clandestine di cavalli.

Nell’ultima relazione della commissione parlamentare d’inchiesta è stato proposto di includere giuridicamente le gare clandestine tra le “attività organizzate”, e quindi sistematiche e ricorrenti, come è stato fatto per il traffico illecito di rifiuti. Questo renderebbe il reato più grave, permettendo di aumentare le pene e di utilizzare strumenti investigativi più potenti come le intercettazioni, concesse solo per alcune categorie di reati. Un altro strumento da creare, secondo il deputato Morrone, è una banca dati nazionale interforze dedicata ai crimini contro gli animali, in modo da monitorare più facilmente i soggetti e le situazioni a rischio. Infine in molti casi mancano anche le strutture idonee per accogliere i cavalli sequestrati, che spesso per questo motivo finiscono per essere affidati nuovamente agli stessi proprietari.