In Italia c’è troppo latte
Da mesi se ne munge più di quanto ne serva, tanto che diversi allevatori sono costretti a buttarlo

La scorsa settimana l’allevatore di Pavia Renato Fiocchi ha aperto diverse volte le cisterne d’acciaio in cui conserva il latte per buttarlo di proposito: in pochi giorni ha buttato circa 16.000 litri munti dalle sue 340 vacche. Non sa a chi darlo, tutto questo latte. L’azienda con cui aveva un accordo lo ha disdetto, quasi tutti i caseifici ne hanno già in abbondanza e donarlo è complicato. Ora ha trovato un caseificio che ne prende 50 quintali a settimana, ma lui ne produce 30 al giorno. «Un centro di raccolta mi aveva proposto di comprarlo a 6 centesimi al litro. Piuttosto lo butto», dice Fiocchi.
Dopo anni di crescita, negli ultimi mesi il prezzo del latte è diminuito moltissimo, fino a quote che non coprono nemmeno i costi per allevare le vacche, dare loro da mangiare e mungerle. Dietro a questo calo ci sono molte cause, che si possono riassumere con un banale principio economico: c’è molta offerta e poca domanda; c’è insomma molto più latte di quanto ne serva alle aziende che producono latticini e formaggi. Gli allevatori sono preoccupati perché quello del latte è un mercato delicato, sensibile a sollecitazioni minime che però hanno effetti sul lungo periodo, a cui è difficile rimediare.
Proprio per via di questa sensibilità, la maggior parte del latte viene venduta con contratti a lungo termine. Gli allevatori si accordano con aziende e caseifici per fornire una certa quantità di latte a un prezzo stabilito che rimane lo stesso per mesi o addirittura anni. È un modo per dare stabilità al mercato.
Una parte del latte invece viene venduta fuori da questi accordi a un prezzo che segue le regole della domanda e dell’offerta, giorno per giorno. Viene chiamato “latte spot”, venduto da allevatori che hanno un surplus di produzione a industrie che a loro volta vogliono produrre più formaggi, yogurt o altri latticini rispetto alle previsioni.

La produzione di formaggio a Valmorel, in provincia di Belluno (Simone Padovani/Getty Images)
Anche se il latte spot rappresenta solo una quota tra il 5 e il 10 per cento dell’intero mercato, il suo prezzo è molto importante perché determina almeno in parte gli accordi sul lungo periodo. Molti contratti annuali o pluriennali infatti calcolano il prezzo del latte con una media tra diversi indici come il prezzo del formaggio Grana Padano, il costo dei mangimi e appunto il prezzo del latte spot.
Oltre ai calcoli e agli indici, nei meccanismi per determinare il prezzo spesso subentrano risvolti più psicologici e umani, come succede in Borsa: quando il prezzo del latte spot diminuisce moltissimo, le aziende sono sotto pressione perché con i contratti a lungo termine sentono di pagare molto più del valore di mercato. In molti casi la pressione è così alta che arrivano a minacciare di non rinnovare i contratti o addirittura li disdicono improvvisamente, o ancora cercano di ridurre il più possibile la quantità di latte comprato per convincere gli allevatori ad accettare un adeguamento del prezzo, ovviamente al ribasso.
Negli ultimi giorni il prezzo del latte spot è arrivato a 27 centesimi al litro, il 54 per cento in meno rispetto a un anno fa, a livelli mai raggiunti negli ultimi anni. I consumatori rimangono quasi all’oscuro di questo calo perché non ci sono conseguenze sui prezzi finali, stabili per via di accordi che proteggono i consistenti margini ottenuti dalla grande distribuzione organizzata, la GDO.
Il prezzo del latte spot è sceso fino a questo punto per tanti motivi. Tra il 2023 e il 2024 i prezzi del latte erano molto alti, sopra i 60 centesimi al litro, e questo ha spinto molti allevatori a investire: hanno comprato più mucche per produrre più latte e fare più soldi. Poi si sono aggiunte questioni internazionali. In Germania e in Francia un’epidemia di Bluetongue, una malattia infettiva, ha fatto concentrare molte nascite di vitelli nello stesso periodo, a cui è seguito un picco di produzione di latte offerto a prezzi bassi anche in Italia.
A un aumento dell’offerta non è seguito un aumento della domanda, che anzi è scesa sia in Italia che in Europa. Negli ultimi due anni molte famiglie hanno ridotto il consumo di latte fresco e formaggi per via dell’aumento dell’inflazione, cresciuta molto soprattutto nel settore alimentare.
A livello internazionale, invece, ci si è messa di mezzo la Cina che nel 2024 ha avviato un’indagine sull’importazione di molti prodotti europei tra cui i latticini, conclusa con l’annuncio di dazi fino al 42,7 per cento arrivato a dicembre. L’indagine era iniziata in risposta all’aumento dei dazi sulle auto elettriche prodotte in Cina introdotto dall’Unione Europea nel 2024. Sull’andamento della domanda hanno inciso in parte la svalutazione del dollaro e i dazi imposti lo scorso anno dagli Stati Uniti, ma anche le temperature più basse del solito tra luglio e agosto, che hanno fatto diminuire il consumo di mozzarelle e formaggi freschi in molti paesi europei.
In un’intervista al sito specializzato Informatore zootecnico, il presidente di Granarolo, Gianpiero Calzolari, ha detto che un calo del prezzo del latte era prevedibile, ma non di questa portata. Granarolo è una grande azienda di Bologna, controllata da molte cooperative, che produce latte, yogurt, formaggi e molti altri latticini. «Tutti speravamo che la discesa avrebbe avuto un andamento più dolce», ha detto.
Secondo Calzolari, l’errore delle aziende produttrici di formaggi è stato immaginare che si potesse produrre all’infinito, senza pensare che prima o poi le persone avrebbero avuto meno soldi da spendere. «Questa situazione ha chiamato latte: gli allevatori, allettati da un prezzo del latte alto come mai hanno visto, hanno prodotto molto latte. Dopodiché è arrivato il momento in cui il mercato si è fermato per ragioni di prezzo, perché chiaramente non si può pensare che il consumatore non abbia limiti di spesa».
Per evitare un tracollo improvviso di tutto il mercato, a dicembre il ministero dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare ha favorito un confronto tra gli allevatori e le aziende, che si sono impegnate a pagare il latte a un prezzo considerato ragionevole: 54 centesimi al litro a gennaio, 53 a febbraio e 52 a marzo. Gli allevatori speravano in qualche centesimo in più, le aziende in qualche centesimo in meno.
L’accordo tuttavia non è vincolante, anzi è più un impegno non obbligatorio, un modo per evitare che tutti perdano qualcosa. Molte aziende hanno ritirato le disdette dei contratti sul lungo periodo, diverse altre invece no, e ora molti allevatori come Renato Fiocchi si ritrovano con moltissimo latte che nessuno ritira oppure che riescono a vendere solo al prezzo bassissimo del latte spot. Ma anche tutti gli altri allevatori non sono tranquilli perché temono che a marzo, quando l’accordo finirà, il prezzo del latte spot influirà drasticamente sul rinnovo dei contratti annuali o pluriennali.
Non è così facile trovare una soluzione in così poco tempo. In provincia di Padova le cooperative che gestiscono la raccolta e la vendita del latte hanno chiesto agli allevatori di produrne di meno per limitare l’offerta. In Piemonte sia Confagricoltura che Coldiretti, associazioni che rappresentano gli allevatori, hanno chiesto di fermare le importazioni dall’estero.
Alberto Lasagna, direttore di Confagricoltura Pavia, dice che tutto questo è il risultato di un mercato schizofrenico, che si comporta come un mercato azionario. «Vengono applicate le logiche delle speculazioni di Borsa a una filiera che si regge su beni concreti come le vacche e che ha tempi di investimenti molto lunghi», dice. «Non è che puoi spegnere una vacca con un pulsante, come se fosse una macchina». Secondo Lasagna e Calzolari, servirebbero più regole per proteggere gli allevatori dalle oscillazioni violente del mercato e soprattutto una pianificazione più attenta e condivisa della domanda e dell’offerta tra allevatori e aziende, cercando di programmare con molto anticipo quanto latte servirà e quanto se ne può mungere.



