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  • Martedì 13 gennaio 2026

La legge sui caregiver per ora non basta

Era molto attesa, ma i soldi per sostenere chi si prende cura delle persone non autosufficienti sono pochi e per pochi

(Getty Images)
(Getty Images)

Lunedì il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge per riconoscere e regolamentare i cosiddetti caregiver, cioè le persone che assistono qualcuno che non è autosufficiente, o come familiare o come operatore.

Era un disegno di legge atteso, visto che in Italia i caregiver operano in larga parte senza un riconoscimento giuridico e con tutele limitate, spesso gestite dalle singole regioni: della necessità di riconoscerli formalmente e istituire un sistema strutturato di sostegno sociale ed economico si discuteva da anni. Il disegno di legge prevede un contributo economico per chi assiste qualcuno, ma è insufficiente: i soldi messi a disposizione sono pochi e i criteri per godere del sostegno escludono molte persone.

L’insufficienza è stata ammessa dallo stesso governo. Annunciando il disegno di legge, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli ha detto: «Non posso dire di essere felicissima ma sono contenta di questo primo tassello», e ha auspicato che il disegno di legge venga migliorato e arricchito già durante la discussione in parlamento.

Il disegno di legge prevede di dare un contributo economico a chi si prende cura di un coniuge, di un partner con cui ha un’unione civile, di un convivente di fatto, di un parente fino al secondo grado e in alcuni casi entro il terzo grado. Il sistema prevede tutele differenziate a seconda del tipo di impegno previsto: il più consistente è quello di chi dedica all’assistenza di un familiare non autosufficiente almeno 91 ore settimanali (circa 13 ore al giorno). Il disegno di legge identifica altri profili anche per chi ha un impegno minore, benché consistente: è previsto anche per chi assiste una persona con cui non convive (che per godere del sostegno economico dovrà avere un impegno di almeno 30 ore settimanali).

Per poter ottenere il contributo bisogna fare domanda all’INPS, inviando una serie di documenti sulla propria posizione economica.

Il primo problema, ammesso dalla stessa ministra Locatelli, è che i requisiti sono troppo rigidi: sono calcolati sulla base dell’ISEE, che non dev’essere superiore a 15mila euro (l’ISEE è l’“Indicatore della Situazione Economica Equivalente”, uno strumento che serve a inquadrare il reddito delle famiglie e regolare l’accesso ad alcuni sgravi fiscali e prestazioni). Il contributo verrà erogato a partire dal 2027, per un massimo di 1.200 euro a trimestre (400 euro al mese), e sarà esentasse.

In Italia i cosiddetti caregiver sono tanti, e diventeranno sempre più importanti dato il progressivo invecchiamento della popolazione, e quindi l’aumento del numero di persone che possono aver bisogno di assistenza più o meno continuativa nella propria quotidianità. Secondo un rapporto dell’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) del 2022, in Italia ci sono circa 7 milioni di persone che si prendono cura con frequenza almeno settimanale di familiari con problemi di salute dovuti all’invecchiamento o a patologie croniche; quasi un milione di persone si dedica all’assistenza di persone esterne alla famiglia.

Secondo lo stesso rapporto i cosiddetti caregiver hanno prevalentemente tra i 45 e i 64 anni, e sono più donne che uomini (una donna su quattro e un uomo su cinque, dice l’ISTAT). Ci sono anche caregiver più anziani, che generalmente, secondo gli stessi dati, si occupano di familiari non autonomi.

Per la mancanza di un riconoscimento giuridico, di tutele e di sostegno economico a questo tipo di figura, nel 2022 l’Italia è stata redarguita dal Comitato delle Nazioni Unite sui Diritti delle persone con disabilità, un organo dell’ONU che riunisce esperti che valutano quanto gli stati membri rispettino le norme previste dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, un trattato dell’ONU entrato in vigore nel 2008.

Nello specifico, il Comitato aveva esaminato il ricorso di una caregiver italiana che si occupava sia della figlia che del marito e denunciava la mancanza di riconoscimento, tutele e sostegno: fu una pronuncia importante, perché era la prima volta che il Comitato si esprimeva su una denuncia di questo tipo.

In Italia si discute da oltre trent’anni della necessità di riformare il sistema per creare una rete di servizi efficiente e integrata: alcune regioni si sono dotate di strumenti in maniera autonoma, e a livello nazionale c’è molto poco. La legge 104, ad esempio, prevede un massimo di tre giorni al mese di permesso dal lavoro retribuiti per assistere un parente con disabilità; esiste poi un fondo per l’inclusione delle persone con disabilità, insufficiente per far fronte a tutta la platea di persone non autosufficienti e a chi se ne prende cura, e alcuni tipi di detrazione fiscale.

Qualcosa ha iniziato a muoversi negli ultimi anni, finora senza risultati concreti. Tempo fa il tema era stato inserito tra gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), il piano di riforme e investimenti finanziato con fondi europei, e nel 2023 il governo aveva infine approvato una riforma della non autosufficienza, una legge delega basata sulle proposte di decine di associazioni del settore (riunite nella rete Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza).

Il problema è che finora non erano mai stati stanziati fondi per attuare la riforma. Locatelli ha detto che è la prima volta che il governo mette a disposizione dei fondi per farlo: nella legge di bilancio appena approvata sono stati stanziati 257 milioni di euro.