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  • Lunedì 12 gennaio 2026

Un’attesa sentenza sui dazi potrebbe ribaltare tutto

La Corte Suprema statunitense dovrà decidere se cancellare gran parte di quelli imposti da Trump

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump quando annunciò gli enormi dazi contro il resto del mondo, il 2 aprile del 2025 alla Casa Bianca (AP Photo/Mark Schiefelbein)
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump quando annunciò gli enormi dazi contro il resto del mondo, il 2 aprile del 2025 alla Casa Bianca (AP Photo/Mark Schiefelbein)
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Nei prossimi giorni (non si sa esattamente quando) è attesa un’importante sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che deve decidere sulla legittimità di gran parte degli enormi dazi imposti dal presidente Donald Trump lo scorso anno: sono ciò che più ha condizionato l’economia globale nel 2025, e se la Corte decidesse di annullarli non solo ci sarebbero enormi conseguenze sul commercio mondiale, ma Trump perderebbe anche una grossa leva negoziale nei suoi rapporti con gli altri stati.

Trump ha imposto i dazi non tanto per ragioni economiche, ma perlopiù li ha usati come strumento di ricatto per spingere i paesi colpiti a negoziare per ottenere condizioni favorevoli: dietro la minaccia di vedere penalizzate le proprie esportazioni verso un mercato importante come quello statunitense, paesi come Messico, Canada, Giappone, Regno Unito e anche l’Unione Europea, tra gli altri, gli hanno fatto grosse concessioni (l’unico paese che ha resistito di più è stato la Cina). Se la Corte Suprema dovesse annullare i dazi e limitare la capacità del governo statunitense di imporne di nuovi, questo smonterebbe gran parte degli accordi fatti. Non è chiaro inoltre cosa succederebbe ai miliardi di dollari che nel frattempo sono stati incassati dalla dogana statunitense.

Il caso discusso dalla Corte Suprema si basa sull’ipotesi di un abuso di potere da parte di Trump: per imporre i dazi ha usato una legge del 1977, l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA), che dà al governo la possibilità di intraprendere azioni straordinarie in situazioni di emergenza. Tra le varie cose la legge prevede che il presidente possa imporre un’emergenza nazionale e ottenere il potere di regolamentare importazioni ed esportazioni, qualora ci sia «una minaccia fuori dal normale o straordinaria» alla sicurezza nazionale o all’economia statunitense.

– Leggi anche: Con i dazi di Trump abbiamo scherzato?

La legge non parla esplicitamente di dazi, e in passato in materia commerciale era stata usata solo per embarghi, blocchi commerciali e sanzioni. La possibilità di usare lo IEEPA per introdurre dazi è stata ritenuta dubbia dagli esperti fin dall’inizio, ma secondo Trump questi rientrerebbero tra i casi previsti dalla legge perché sarebbero giustificati da quella che lui ritiene un’emergenza nazionale: l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti, cioè il fatto che importano più merci di quante ne esportano. Trump sostiene da sempre che questa è una condizione di enorme debolezza, e ritiene che sia uno squilibrio che vada corretto.

Su queste basi è stato il primo presidente a usare lo IEEPA per imporre dazi, quelli che ha definito “reciproci” (in modo fuorviante) e quelli specifici contro Messico, Cina e Canada, accusati di non aver ostacolato a sufficienza la diffusione del fentanyl, un oppioide molto potente.

La causa in questione è partita dal ricorso di gruppi di piccoli imprenditori statunitensi, che lamentano il fatto che i dazi abbiano danneggiato i loro affari, e di 12 stati statunitensi, gran parte dei quali governati dai Democratici. Sostengono che lo IEEPA non dia a Trump il potere di imporre dazi, e quindi quelli decisi finora sarebbero illegali e da annullare.

La causa era arrivata fino all’ultimo grado di appello, e il tribunale federale aveva dato torto a Trump, che aveva infine fatto ricorso alla Corte Suprema. Questa aveva accettato il ricorso e la sentenza è attesa a giorni, insieme ad altre che riguardano l’amministrazione Trump.

Alcuni studenti coreani protestano contro i metodi negoziali di Trump, a novembre, a Seul (AP Photo/Ahn Young-joon)

Finora le decisioni dei nove giudici della Corte Suprema (sei dei quali nominati da presidenti Repubblicani, di cui tre da Trump) hanno perlopiù riguardato ordini esecutivi e più circoscritti emessi dall’amministrazione Trump, come quello sull’invio della Guardia Nazionale a Chicago, ritenuto illegale dalla stessa Corte. Il caso dei dazi è però diverso e potenzialmente molto più problematico per Trump, perché riguarda una politica più ampia e strutturale.

Se la Corte Suprema dovesse ritenere i dazi illegali e decidesse di annullarli, le conseguenze sarebbero sostanzialmente tre. La prima è la più immediata, e riguarda il fatto che con ogni probabilità il governo dovrebbe restituire alle imprese che hanno pagato i dazi tutto quello che ha incassato. Secondo gli ultimi dati disponibili, nei primi tre trimestri del 2025 gli Stati Uniti hanno ottenuto 599 miliardi di dollari dai dazi, che comprendono sia quelli che erano già in vigore che quelli di Trump: sono il doppio rispetto alle entrate doganali dello stesso periodo del 2024.

La seconda conseguenza è che cambierebbero di nuovo e in modo sostanziale le regole del commercio internazionale, che già lo scorso anno si era dovuto adeguare agli erratici annunci di Trump. I dazi sono un ostacolo al commercio, e le aziende che esportano o importano devono tenerne conto nelle loro decisioni: devono rivedere i prezzi, stabilire se conviene ancora commerciare con gli Stati Uniti, eventualmente aprire nuovi mercati, e via così. Sono decisioni che impattano nel lungo periodo, e l’annullamento dei dazi, sebbene sicuramente favorevole per il commercio internazionale, causerebbe una nuova e grave ondata di incertezza.

Container in un porto della Georgia, Stati Uniti (AP Photo/Mike Stewart)

La terza conseguenza è quella più politica.

Senza lo IEEPA, Trump non avrebbe più il potere di mettere dazi con effetto immediato, senza limitazioni né controlli esterni, e perderebbe quindi una parte importante della sua forza nei negoziati con altri paesi: un conto è mettere dazi immediati, un altro è minacciare dazi che però entreranno in vigore solo dopo mesi, o con limitazioni di vario tipo.

Non significa che non ha a disposizione altre leggi, e di fatto, con un po’ di fatica, Trump potrebbe ricostituire molti dei dazi eventualmente annullati dalla Corte Suprema. Però servirebbe tempo e perderebbe il potere di fare minacce con effetti potenzialmente immediati. Non è chiaro cosa succederebbe agli accordi già conclusi con vari paesi che avevano fatto grosse concessioni proprio per la minaccia dei dazi.

Manifestanti contro i dazi di Trump, in Corea del Sud, a ottobre (AP Photo/Ahn Young-joon)

Fin da quando furono annunciati, molti esperti sostennero che mancavano le basi giuridiche per imporre dazi, e ora ritengono concreta la possibilità che la Corte dia torto a Trump. Già nelle prime udienze di novembre i giudici della Corte, anche quelli ritenuti più vicini a Trump, si erano dimostrati scettici sull’utilizzo dello IEEPA. I dubbi sono sostanzialmente due.

Il primo riguarda proprio il presupposto per cui il governo ha usato questa legge specifica, cioè il fatto che gli squilibri commerciali denunciati da Trump si possano effettivamente considerare un’«emergenza nazionale» suscettibile di misure straordinarie. Gli Stati Uniti sono da sempre un paese importatore (così come l’Italia e la Germania sono paesi storicamente esportatori, per esempio), ed è una caratteristica come un’altra della loro economia, né positiva né negativa di per sé. Non dipende da una situazione di emergenza o dalla malafede delle controparti commerciali, che invece secondo Trump andrebbero punite con i dazi per essersi approfittate degli Stati Uniti per anni.

Il secondo elemento di discussione riguarda poi la natura stessa dei dazi. L’accusa sostiene che i dazi siano da considerare a tutti gli effetti tasse, per la cui autorizzazione non basta lo IEEPA, ma anzi servirebbe il Congresso, al quale la Costituzione degli Stati Uniti attribuisce esplicitamente il ruolo di imporre e riscuotere le imposte.

Il governo di Trump sostiene invece che i dazi siano semplici misure commerciali, che rientrano tra i casi previsti dallo IEEPA e quindi di competenza del presidente, e il fatto che abbiano comportato un aumento delle entrate dello stato, al pari di qualsiasi tipo di tassa, è stata solo una conseguenza «incidentale».

I dazi sono però a tutti gli effetti delle tasse, e anche i giudici durante le udienze erano sembrati concordi con questa interpretazione. Per definizione i dazi sono imposte che le aziende di un paese devono pagare allo stato per importare certi beni dall’estero, e sono calcolati in percentuale del valore della merce che passa la dogana. Proprio Trump ha sempre sostenuto che i dazi avrebbero fatto guadagnare agli Stati Uniti miliardi di dollari e che li avrebbero resi più forti sul piano finanziario.

– Leggi anche: Come funzionano nella pratica tutti questi dazi