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  • Venerdì 9 gennaio 2026

Dan Peterson: allenatore, telecronista, commentatore

Non solo di basket e non per forza in quest'ordine: oggi compie 90 anni

Dan Peterson, allora "coach" dell'Olimpia Milano, durante una partita della Serie A di basket, 29 gennaio 2011 (Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
Dan Peterson, allora "coach" dell'Olimpia Milano, durante una partita della Serie A di basket, 29 gennaio 2011 (Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images)
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Oggi compie 90 anni Dan Peterson, un allenatore, telecronista e commentatore molto popolare in Italia da oltre quarant’anni, pur non essendosi mai occupato di calcio. La sua notorietà è dovuta in parte ai numerosi e importanti successi nel basket, ottenuti ormai decenni fa, ma soprattutto al modo in cui ha raccontato questo e altri sport.

Sin dagli anni Ottanta il suo spiccato accento statunitense e il suo modo di allenare e di comunicare – diretto, istrionico e appassionato, talvolta «vulcanico» – lo hanno reso uno dei tecnici e commentatori più riconoscibili d’Italia. Con le sue telecronache ha creato espressioni e modi di dire originali e memorabili. Alcuni entrati nel linguaggio di altri telecronisti: per il commentatore e narratore sportivo Federico Buffa, che si è sempre ispirato molto a lui, Peterson «ha cambiato completamente la narrazione dello sport in Italia».

Secondo Buffa fu Peterson il primo a parlare di «inerzia della partita», traducendo male dall’inglese

Dan Peterson – secondo Buffa «un uomo irripetibile» – nacque il 9 gennaio 1936 a Evanston, vicino a Chicago. Iniziò ad allenare da ragazzo, ma nel baseball, sport molto seguito in città grazie alla presenza delle due squadre storiche dei Cubs e dei White Sox. I Chicago Bulls, dal 1966 la squadra di basket della città, sarebbero diventati popolari solo negli anni Ottanta, dopo l’arrivo di Michael Jordan.

Peterson passò alla pallacanestro con alcune esperienze nelle università statunitensi, poi dal 1971 al 1973 fu allenatore della nazionale cilena, con buoni risultati. In Italia quegli anni sono ricordati soprattutto per una leggenda metropolitana secondo la quale Peterson fu inviato in Cile come agente della CIA (la principale agenzia di intelligence statunitense per l’estero) con la missione di monitorare il governo di Salvador Allende, che fu rovesciato con un colpo di stato proprio pochi giorni dopo che Peterson se n’era andato (trasferendosi proprio in Italia). Se ne parla quasi in ogni sua intervista, ma non ci sono mai state prove, anche se gli Stati Uniti hanno di certo avuto un ruolo prima, durante e dopo quel colpo di stato.

È vero, invece, che quando Peterson arrivò in Italia per allenare la Virtus Bologna (allora una delle squadre più forti e ricche d’Europa) le aspettative erano molto basse, dato che era un allenatore praticamente sconosciuto. Eppure alla Virtus, alla fine, fece bene: vi rimase fino al 1978, vincendo una Coppa Italia e uno Scudetto. Fu lì che si distinse per il modo combattivo con cui gestiva e motivava la sua squadra, per cui è stato spesso paragonato all’allenatore portoghese (di calcio) José Mourinho.

Nel 1978 Peterson passò all’Olimpia Milano, che allenò fino al 1987. Vinse quattro Scudetti, allenando tra gli altri Dino Meneghin, uno dei più forti cestisti italiani di sempre. La sua stagione più memorabile fu quella del 1986/87, quando Milano fece il “triplete”: campionato, Coppa Italia e Coppa dei Campioni, al tempo il principale trofeo europeo di basket. Quella vittoria di Coppa dei Campioni fu storica: nella partita di ritorno dei quarti di finale contro l’Aris Salonicco, Milano riuscì a recuperare i 31 punti di scarto subiti nella gara d’andata in Grecia vincendo 83 a 49.

Fu subito dopo quella stagione che Peterson decise di smettere di fare l’allenatore. Aveva solo 51 anni, ma stava già prendendo forma la seconda e più remunerativa parte della sua carriera, cioè quella televisiva.

Nel 1981 Peterson aveva iniziato a fare le telecronache delle prime partite di NBA trasmesse in Italia (all’inizio su Primarete Indipendente, e poi sui canali Mediaset). La NBA, il campionato di basket nordamericano, era già il più spettacolare del mondo e Peterson la commentava con aneddoti e racconti da grande conoscitore e appassionato, che univano storia e sport e che contenevano espressioni e frasi che moltissimi appassionati si ricordano ancora. Tra le tante, «non fare una cosa stupida è come fare una cosa intelligente» e «mai sanguinare davanti agli squali!».

A fine partita Peterson urlava invece «Mamma, butta la pasta!». Raccontò di aver italianizzato una frase di Bob Elson, radiocronista di baseball di Chicago che in situazioni simili diceva «mamma, metti il caffè sulla stufa». Ispirandosi proprio a Elson, Peterson fu tra i primi telecronisti in Italia – insieme a Sandro Piccinini – a introdurre uno stile più colloquiale e vivace, meno tecnico e meno distaccato rispetto ai fatti.

«PANDEMONIO!» era un’altra delle sue

Questo suo modo carismatico di parlare e di porsi, unito al fascino del suo accento, spinse Mediaset ad affidargli anche la conduzione e il commento di altri eventi, come la cerimonia degli Oscar o l’inaugurazione della presidenza di Ronald Reagan nel 1985. Nello stesso anno iniziò anche a fare le pubblicità del tè Lipton, che lo resero popolarissimo anche oltre lo sport.

«Per me numero uno!»

Negli anni Novanta Peterson fece telecronache della Serie A italiana di basket e di alcuni seguitissimi eventi di wrestling. Nel 2007 finì pure a commentare lo Slamball, uno sport simile al basket ma con quattro giocatori per squadra e diversi elastici sul campo per fare schiacciate spettacolari.

Dopo due stagioni da consulente della Reyer Venezia, nel 2011 Peterson tornò a fare l’allenatore. Chiamato all’Olimpia Milano dal proprietario Giorgio Armani, accettò spinto anche dal rimorso di aver abbandonato troppo presto la sua prima carriera. La sua seconda carriera da allenatore durò solo sei mesi e non portò nessun trofeo, ma l’anno dopo Peterson fu inserito nella Italia Basketball Hall of Fame, il massimo riconoscimento della FIP (la federazione italiana di pallacanestro).

E pur essendo diventato celebre in Italia per la sua lunga carriera televisiva (di cui le telecronache sono state solo una parte), Peterson è rimasto una figura autorevole nel basket. Non a caso il suo soprannome è ancora “The Coach”, cioè “l’allenatore”.

A 90 anni è ancora molto attivo. Non allena più, ma concede numerose interviste, scrive spesso per la Gazzetta dello Sport e ha una newsletter – si chiama “The Coach”, per l’appunto, è in inglese e lui la chiama blog – in cui si occupa di basket, ma anche di Seconda guerra mondiale e della vita in Italia: il 6 gennaio 2026, per capirci, ha scritto del bidet.