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  • Giovedì 8 gennaio 2026

Avere lo stesso compleanno dei tuoi genitori, fratelli e amici

È il caso di molti profughi che ufficialmente risultano nati il 1° gennaio: dietro alla data fittizia ci sono ragioni storiche e pratiche, e vari problemi

Un gruppo di rifugiati rohingya appena arrivati in fila per registrarsi al campo profughi di Thankhali a Teknaf, in Bangladesh, il 12 novembre 2017 (AP Photo/A.M. Ahad)
Un gruppo di rifugiati rohingya appena arrivati in fila per registrarsi al campo profughi di Thankhali a Teknaf, in Bangladesh, il 12 novembre 2017 (AP Photo/A.M. Ahad)
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Nel campo profughi di Kutupalong, il più grande al mondo e al confine fra Myanmar e Bangladesh, il 1° gennaio non è solo il primo giorno dell’anno, ma è anche quello in cui sono nati ufficialmente due terzi degli abitanti. Non è una coincidenza: ha a che fare con questioni burocratiche e con le molte difficoltà di gestire e identificare decine di migliaia di migranti, che spesso non hanno i documenti o con cui è difficile comunicare. 

Nel campo vivono più di 650mila persone di etnia rohingya, di religione musulmana e originarie soprattutto del Myanmar, un paese a maggioranza buddista. Da decenni, ma in particolare a partire dal 2017, sono scappate principalmente nel vicino Bangladesh per sfuggire alle persecuzioni etniche del governo birmano.

Oggi in Bangladesh vive oltre un milione di rohingya: quasi tutti sono nel campo di Kutupalong e negli altri campi profughi che il governo bangladese ha messo in piedi in collaborazione con le Nazioni Unite e con altre organizzazioni non governative nella provincia di Cox’s Bazar, al confine con il Myanmar. Sono stati creati una decina d’anni fa nel momento di massima emigrazione del popolo rohingya, a partire da insediamenti informali di decine di migliaia di persone creati durante una delle prime ondate di migrazione, iniziate negli anni Settanta.

Una veduta aerea di uno dei campi profughi abitati dai rohingya in Bangladesh, al confine con il Myanmar, nella provincia di Cox’s Bazar, il 25 novembre 2025 (AP Photo/Mahmud Hossain Opu)

A partire dalla fine del 2016 e soprattutto da agosto del 2017 il governo birmano mise in atto una campagna di persecuzione della minoranza rohingya senza precedenti, fatta di uccisioni indiscriminate, incendi di interi villaggi e stupri sistematici. Questo portò in pochi mesi all’emigrazione in Bangladesh di quasi 700mila persone, troppe da gestire per le autorità bangladesi e per gli operatori delle Nazioni Unite in un periodo così breve. 

Le persone che arrivavano ai campi erano tantissime e in condizioni psicofisiche disastrose; spesso erano anche analfabete e senza documenti: per questo gli operatori umanitari iniziarono a registrarne molte con la data di nascita del 1° gennaio. Md Tajwar Rashid Ayan, che lavorava in un centro di registrazione delle Nazioni Unite in quel periodo, ha detto al New York Times che molti non erano neanche in grado di fornire una data: «Non avevamo molto tempo e i rifugiati avevano bisogno di un documento. Dovevamo inserire qualcosa». Mohammed Anis, un residente del campo di Kutupalong, ha detto che al suo arrivo nessuno gli aveva chiesto una data precisa, ma solo quanti anni avesse: ora compie gli anni il 1° gennaio, invece del 15 gennaio.

Anche Mohammed Faruque, un altro residente del campo, ha raccontato di condividere il compleanno con sua moglie, i suoi cinque fratelli e sorelle, i suoi genitori e il suo migliore amico. In realtà Faruque è nato il 13 settembre, e anche i suoi cari hanno compleanni diversi.

Alcuni rifugiati di etnia rohingya vengono registrati dal personale dell’esercito bangladese presso un centro di registrazione nel campo profughi di Kutupalong a Cox’s Bazar, in Bangladesh, il 20 ottobre 2017 (REUTERS/ Zohra Bensemra)

– Leggi anche: Il reportage fotografico più forte sulla crisi dei rohingya

Sebbene quello dei rohingya sia il caso più eclatante, molti altri gruppi di persone fuggite da paesi in guerra condividono questo problema, a partire da quelle scappate dall’Afghanistan, dalla Siria e dal Sudan. La prassi di inserire il 1° gennaio come data di nascita di molti migranti, richiedenti asilo e rifugiati risale agli anni della guerra in Vietnam, dopo la quale centinaia di migliaia di persone vietnamite fuggirono dal paese o vennero ricollocate principalmente negli Stati Uniti attraverso un programma creato in collaborazione con l’UNHCR, l’agenzia delle Nazioni Unite per la gestione dei rifugiati.

In alcuni casi l’inserimento del 1° gennaio come data di nascita può dipendere anche dal fatto che i rifugiati provengono da luoghi e culture che hanno un calendario diverso, difficile da convertire velocemente durante la registrazione, oppure in cui il compleanno non è una data importante: per esempio per il gruppo etnico degli Hmong, che vivono in Cina ma anche in vari paesi del sudest asiatico come il Laos e il Myanmar, gli eventi più importanti sono il matrimonio e la morte. In altre culture il compleanno non è associato a un singolo giorno, ma più allo specifico periodo dell’anno in cui si è nati, come la stagione delle piogge, o in prossimità di eventi importanti.

Le nuove carte d’identità di tre rifugiati rohingya in cui non è registrata la data di nascita, emesse dal governo bangladese nel campo di Kutupalong, il 13 settembre 2017 (Allison Joyce/Getty Images)

Salvo queste eccezioni, alla maggior parte delle persone l’incongruenza fra la data di nascita reale e quella presente sui loro nuovi documenti crea diversi problemi pratici, ma soprattutto di identità. Si tratta di popolazioni che spesso, come nel caso rohingya, sono fuggite dal paese in cui abitavano perché il governo o una maggioranza etnica diversa dalla loro stavano cercando di cancellare la loro identità collettiva: il fatto di avere sui documenti un compleanno generico, assegnato da altri, invece che il proprio, è visto da molti come una parziale realizzazione di questo tentativo, e un ricordo costante della loro storia. «La data è sbagliata e questo mi turba», ha detto Mohammed Anis. «Un giorno potremmo dimenticare la nostra vera data di nascita».

Per molti rohingya la mancanza del compleanno si unisce al fatto che sono da decenni un popolo apolide, visto che negli anni Ottanta il Myanmar li ha privati della loro cittadinanza. 

Negli ultimi anni le Nazioni Unite hanno incoraggiato chi vuole correggere questo errore a farlo, ma per molti non è possibile: per farlo dovrebbero avere accesso ai loro documenti ufficiali, che hanno perso o che sono ancora nel paese da cui sono fuggiti e in cui non possono tornare, o in cui non conoscono più nessuno. Alcuni paesi invece impediscono proprio di cambiare la data di nascita ai rifugiati una volta che si sono trasferiti. Molti hanno paura che questa incongruenza creerà loro dei problemi quando e se riusciranno a tornare nel loro paese.