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  • Domenica 4 gennaio 2026

I molti interessi degli Stati Uniti per il petrolio del Venezuela

Hanno una lunga storia, e ora sono al centro del vago progetto di Trump per il futuro del paese

Un complesso petrolifero a El Tigre, in Venezuela (AP/Fernando Llano)
Un impianto petrolifero a El Tigre, in Venezuela (AP/Fernando Llano)
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Durante la conferenza stampa che ha seguito la cattura di Nicolás Maduro, il presidente statunitense Donald Trump si è soffermato molto sull’importanza delle riserve petrolifere del Venezuela, dicendo in modo piuttosto chiaro che gli Stati Uniti puntano a controllarle.

Il petrolio è stato anche uno dei temi al centro della campagna di pressioni diplomatiche, militari e commerciali esercitata da mesi dagli Stati Uniti per rovesciare il regime di Maduro. Trump e altri membri della sua amministrazione hanno spesso accusato il Venezuela di «rubare» il petrolio statunitense: un’affermazione molto confusa, che l’amministrazione non ha mai spiegato davvero. È probabile che sia un riferimento ad avvenimenti risalenti agli anni Settanta, quando il governo venezuelano iniziò a nazionalizzare l’industria petrolifera: nei decenni successivi, e soprattutto dopo l’arrivo di Hugo Chávez, la presenza delle compagnie petrolifere statunitensi in Venezuela venne sempre più ridotta.

Si stima che il Venezuela sia il paese con le maggiori riserve di petrolio al mondo, pari a quasi un quinto del totale. La sua estrazione ed esportazione hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del paese, e oggi la sua economia ne è completamente dipendente.

– Leggi anche: Il petrolio del Venezuela, al centro di tutto

Operai di un impianto petrolifero in Venezuela, negli anni Cinquanta (Harry Deverson/Getty Images)

Operai di un impianto petrolifero in Venezuela, negli anni Cinquanta (Harry Deverson/Getty Images)

All’inizio del Novecento, il Venezuela era un paese povero e per lo più agricolo. Dopo la scoperta delle sue gigantesche riserve, e in particolare nel periodo tra le due guerre mondiali, attirò grossi investimenti stranieri, tra le altre anche di aziende statunitensi che poi sarebbero diventate le attuali Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips.

Fino alla fine degli anni Cinquanta il Venezuela fu governato da regimi autoritari e da una serie di dittatori locali: mentre il petrolio diventava una risorsa importantissima per l’economia, le aziende straniere che lo gestivano pagavano le tasse e lasciavano parte dei profitti al governo, permettendo così un certo sviluppo.

Nel 1958 il dittatore Marcos Pérez Jiménez venne deposto e il Venezuela iniziò un processo di democratizzazione. Per le nuove istituzioni la questione di cosa fare con le riserve petrolifere del paese diventò sempre più importante, fino a che il presidente socialdemocratico Carlos Andrés Pérez decise di nazionalizzare l’industria petrolifera venezuelana, nel 1976.

Con la nazionalizzazione il controllo del petrolio venezuelano passò a una nuova azienda pubblica appena fondata, la Petróleos de Venezuela (PDVSA), che esiste ancora oggi. La PDVSA mantenne comunque un buon rapporto sia con le imprese private, che le fornivano tecnici e dirigenti, sia con gli Stati Uniti, per i quali continuava a rappresentare un fornitore affidabile.

Tra gli anni Settanta e Ottanta però il settore petrolifero entrò in crisi e negli anni Novanta, tentando di risolvere i problemi del settore e di aumentare la produzione di petrolio, il governo venezuelano decise di riaprire il mercato alle compagnie straniere: grosse imprese statunitensi, come appunto Chevron, ExxonMobil e ConocoPhillips, tornarono a investire in Venezuela.

Piattaforme sul lago Maracaibo, nel 1990 (John Bryson/Getty Images)

Piattaforme sul lago Maracaibo, nel 1990 (John Bryson/Getty Images)

Durante gli anni Novanta però il Venezuela attraversò una profonda crisi sociale e politica che nel 1998 portò all’elezione come presidente dell’ex militare Hugo Chávez. Chávez basò il suo potere su un misto di retorica socialista e antimperialista, e in generale adottò posizioni più ostili nei confronti degli Stati Uniti. Dopo il 2006 impose, di fatto, una nuova nazionalizzazione del settore petrolifero, obbligando tutte le compagnie straniere che operavano in Venezuela a creare delle nuove aziende per continuare a lavorare. Queste aziende erano possedute in maggioranza dalla PDVSA, quindi dal governo venezuelano.

ExxonMobil e ConocoPhillips rifiutarono questa imposizione e furono costrette ad andarsene. Negli anni successivi fecero causa al governo venezuelano, chiedendo risarcimenti che non riuscirono a ottenere. Chevron invece accettò le condizioni, e rimase a operare in Venezuela.

Nonostante tutto questo, e nonostante le posizioni di Chávez, in modo piuttosto paradossale per diverso tempo il Venezuela continuò a esportare petrolio negli Stati Uniti. Le cose cambiarono quando Trump, durante il suo primo mandato, iniziò ad approvare sanzioni economiche per evitare che il petrolio venezuelano venisse venduto all’estero e per cercare di destabilizzare il governo di Maduro, che intanto era diventato presidente e che stava diventando sempre più autoritario.

Un monumento agli operai del settore petrolifero a Cabimas (AP Photo/Matias Delacroix)

Un monumento agli operai del settore petrolifero a Cabimas (AP Photo/Matias Delacroix)

Come effetto delle sanzioni, soprattutto a partire dal primo mandato di Trump (2017-2021) la compagnia di stato PDVSA dovette sostanzialmente smettere di vendere petrolio all’estero usando i canali regolari: per farlo iniziò a sfruttare navi petroliere della cosiddetta “flotta fantasma”, che usano documenti e società fittizie per aggirare le sanzioni. Più dell’80 per cento delle esportazioni venezuelane è diretto in Cina, il resto agli Stati Uniti e in piccola parte a Cuba.

C’è un’eccezione importante: nel 2022 il governo del presidente Joe Biden esentò Chevron dalle sanzioni, consentendole di continuare a operare in Venezuela ed esportare parte del petrolio estratto lì negli Stati Uniti. L’esenzione fu parzialmente revocata all’inizio del 2025 da Trump, e poi riconcessa la scorsa estate. Di fatto è l’unica compagnia petrolifera occidentale che continua a operare in Venezuela, seppure con alcune limitazioni.

La raffineria 'El Palito' a Puerto Cabello, in Venezuela (Jesus Vargas/Getty Images)

La raffineria ‘El Palito’ a Puerto Cabello, in Venezuela (Jesus Vargas/Getty Images)

Secondo Trump la fine del governo di Maduro dovrebbe permettere alle aziende statunitensi che lasciarono il Venezuela di tornare a investire nel paese. Non è detto però che accadrà. L’enorme instabilità politica, economica e sociale potrebbe scoraggiare le società. Trump ha detto in modo parecchio vago che nel paese ci sarà una transizione di governo, ma non è detto accada e comunque non se ne conoscono i tempi né le modalità.

Inoltre le aziende interessate a tornare in Venezuela dovrebbero sostenere i costi necessari a migliorare e modernizzare le infrastrutture estrattive del paese, che sono vecchie e malmesse e al momento riescono a sfruttare solo una piccola parte delle riserve. Secondo PDSVA per ottenere il massimo livello di produzione ci vorrebbero 50 anni e 58 miliardi di dollari. Un altro motivo che potrebbe scoraggiare gli investitori è che attualmente il prezzo del petrolio è piuttosto basso e quindi, almeno per ora, investire per aumentare la produzione è poco redditizio.

Un fattore di incoraggiamento invece potrebbe essere il fatto che il petrolio estratto in Venezuela è più denso di quello presente negli Stati Uniti: è più inquinante e difficile da raffinare, non è utile per farci la benzina ma può essere usato per produrre asfalto, diesel e altri carburanti.

Finora né ExxonMobil né ConocoPhillips hanno detto pubblicamente di essere interessate a tornare in Venezuela, nonostante le dichiarazioni di Trump. Un portavoce di Chevron sabato ha fatto una dichiarazione un po’ di circostanza, dicendo che per ora l’azienda si sta impegnando a garantire la sicurezza dei suoi dipendenti e dei suoi beni in Venezuela.