Le condanne per il più grave massacro in un carcere argentino
Avvenne a Buenos Aires durante la dittatura militare: morirono almeno 65 persone, e il processo si è chiuso quasi cinquant'anni dopo

Giovedì un tribunale federale argentino ha condannato a 25 anni di prigione due dei responsabili del cosiddetto “massacro del settimo padiglione”, in cui il 14 marzo del 1978 furono uccisi 65 detenuti del carcere di Devoto, a Buenos Aires. Il massacro avvenne nel pieno della dittatura militare di Rafael Videla. Fino al 2014 non era mai stato oggetto di indagini o di un processo, ma ora il tribunale ha infine riconosciuto che si trattò di una «grave violazione dei diritti umani» e per questo il reato non è prescrivibile: non può cioè estinguersi, nemmeno dopo quasi cinquant’anni.
Sono stati condannati l’ex direttore della prigione, Juan Carlos Ruiz, e l’ex direttore della sicurezza interna, Horacio Martín Galíndez, per «ripetute torture» e «ripetute torture seguite dalla morte» (un terzo imputato è stato assolto). Quel giorno i responsabili della prigione fecero sparare sui detenuti, provocarono un incendio e impedirono ai vigili del fuoco di intervenire. Per decenni il massacro fu chiamato «la rivolta dei materassi» e le responsabilità vennero fatte ricadere sui detenuti, accusati di aver tentato una rivolta che avrebbe causato una strage. L’impegno di uno dei sopravvissuti, Hugo Cardozo, e delle avvocate Claudia Cesaroni, Natalia D’Alessandro e Denise Feldman ha portato alla riapertura del caso.
Nel 1978 il carcere di Devoto ospitava non solo detenuti comuni, ma anche almeno un migliaio di prigionieri politici, ossia dissidenti e oppositori che la giunta militare aveva iniziato ad arrestare fin da subito dopo il colpo di stato, nel marzo del 1976, e condannato con processi sommari. La dittatura durò fino al 1983, e fu brutale: la giunta condusse una feroce repressione con torture, uccisioni e sparizioni forzate (i desaparecidos), in quella che sarebbe diventata nota come la “guerra sporca”.

Il dittatore argentino Jorge Rafael Videla in una foto del giugno del 1978 (AP Photo/Eduardo Di Baia)
Nel settimo padiglione del carcere non c’erano prigionieri politici, ma la sezione era sovraffollata: 70 posti letto per 161 detenuti.
La sera del 13 marzo i detenuti avevano ottenuto di posticipare il momento dello spegnimento delle luci perché era la giornata in cui su un canale televisivo argentino veniva programmato un film. Alle 23:30 stavano guardando sui piccoli televisori in bianco e nero il film di guerra Quelli della San Pablo (The Sand Pebbles), con Steve McQueen, quando una delle guardie carcerarie cercò di mandare tutti a dormire. Uno dei detenuti più vecchi e “influenti”, Jorge “Pato” Tolosa, rispose che non lo avrebbero fatto, in base agli accordi precedenti. Guardarono il film fino alla fine, poi la notte quattro guardie carcerarie cercarono di portare fuori dalla cella Tolosa: anche in questo caso, fece resistenza e le guardie desistettero.
Il giorno seguente come tutte le mattine era prevista la perquisizione: i detenuti dovevano spogliarsi e radunarsi al fondo del padiglione per permettere agli agenti di fare il giro delle celle. Testimoni raccontarono che di solito gli agenti erano una ventina, mentre quel giorno erano almeno 60: la perquisizione iniziò subito con percosse ai detenuti, in una sorta di punizione per la piccola ribellione della sera precedente.
Dopo le prime botte i detenuti fuggirono, reagirono e costruirono delle specie di barricate con i letti e i materassi della sezione (molti dormivano su materassi messi a terra). Gli agenti retrocedettero, chiusero i detenuti dentro una parte della sezione attraverso una porta a sbarre e da lì iniziarono a sparare lacrimogeni, ma usarono anche le pistole in dotazione. I detenuti risposero lanciando i piccoli oggetti che avevano a disposizione.
Dopo una prima fase di questa “battaglia”, la barricata di letti e materassi prese fuoco. Secondo le testimonianze del processo, gli agenti lanciarono contro la barricata un contenitore di cherosene: in un ambiente chiuso e sovraffollato, le fiamme si svilupparono in fretta e causarono un fumo denso. All’interno non si vedeva più niente e non si respirava: alcuni dei detenuti cercarono aria avvicinandosi alle finestre, ma furono colpiti da proiettili provenienti da alcuni elicotteri intervenuti per reprimere la “rivolta”.
I detenuti morirono bruciati, colpiti da armi da fuoco e asfissiati. Le strutture di ferro dei letti ammassati per fare le barricate, diventate incandescenti, impedirono a lungo la fuga. Ai vigili del fuoco arrivati per spegnere l’incendio non fu permesso di entrare: i dirigenti della struttura carceraria dissero che la situazione era «sotto controllo».
Alcuni dei sopravvissuti riuscirono a uscire dal settimo Padiglione, ma furono picchiati con i manganelli dagli agenti e poi rinchiusi per oltre tre ore in celle di massima sicurezza prima di ricevere cure mediche. Alcuni morirono lì. Non c’è mai stata certezza sul numero dei morti: ufficialmente sono 65, ma secondo testimonianze e inchieste potrebbero essere almeno una ventina in più. Ottantotto detenuti riportarono ferite e ustioni gravi.

Una protesta nel carcere di Devoto nel 1996 (Daniel García/ANSA)
Sin dai giorni successivi i media aderirono alla versione ufficiale di quanto accaduto, ossia che i detenuti avessero tentato una rivolta finita male, e il caso fu archiviato dalla magistratura nel 1979. Negli anni successivi un noto cantante argentino, Indio Solari, alimentò il movimento di opinione pubblica che ne chiedeva la riapertura dedicando all’episodio due canzoni, “Toxi Taxi” e “Pabellón Séptimo”: nel massacro era morto un suo amico. Nel 2013 consigliò durante un concerto il libro che l’avvocata Claudia Cesaroni aveva scritto sull’argomento, contribuendo a far conoscere la vicenda.



