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  • Mercoledì 1 gennaio 2025

Il criticato piano dell’India per trasformare un’isola remota nell’oceano Indiano

A Gran Nicobar il governo vuole costruire un porto commerciale, un aeroporto e una città, ma potrebbe fare danni all'ambiente e alle popolazioni locali

La Baia di Campbell, sull'isola di Gran Nicobar (Nabil Naidu via Unsplash)
La Baia di Campbell, sull'isola di Gran Nicobar (Nabil Naidu via Unsplash)
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Il governo indiano vuole realizzare un gigantesco progetto infrastrutturale ed edilizio su un’isola remota e quasi interamente protetta dall’UNESCO. Il piano prevede la costruzione di un porto commerciale, di un aeroporto civile e militare, di una centrale elettrica e di una città. L’iniziativa è stata molto criticata da attivisti ed esperti, secondo cui metterebbe a rischio l’ecosistema dell’isola e la sopravvivenza delle popolazioni indigene che ci abitano.

L’isola si chiama Gran Nicobar: è la più grande dell’arcipelago delle Nicobare, nel golfo del Bengala, e si trova più vicino alla Malaysia che all’India. Dal punto di vista amministrativo fa parte di Andamane e Nicobare, uno degli otto territori dell’India (enti che non hanno un governo locale ma sono amministrati direttamente dal governo centrale indiano). Lo scopo del progetto è rafforzare la presenza indiana nel sud-est asiatico e sfruttare le risorse del territorio per fini commerciali e turistici. Secondo le stime l’iniziativa dovrebbe costare l’equivalente di 8 miliardi di euro.

L’arcipelago delle Nicobare ha una posizione molto favorevole dal punto di vista commerciale: si trova molto vicino allo stretto di Malacca, che collega l’oceano Pacifico con quello Indiano e da dove passa una delle rotte commerciali più battute al mondo. Il governo vorrebbe rendere Gran Nicobar una zona franca, ossia con una tassazione molto favorevole per il commercio, in modo da ottenere profitti soprattutto dalle attività del porto. I media internazionali hanno raccontato il progetto paragonandolo a una «Hong Kong dell’India», dato che l’isola è stata a lungo uno dei principali centri commerciali e finanziari del mondo.

Gran Nicobar sarebbe molto vulnerabile a un progetto edilizio così invasivo. È grande circa mille chilometri quadrati, poco meno della città di Roma, e ci abitano circa 8mila persone. Molte di queste vengono da altre parti dell’India e sono gli eredi di circa 300 ex funzionari delle forze armate che si stabilirono lì con le loro famiglie negli anni Settanta. All’epoca il governo indiano aveva necessità di rafforzare il proprio controllo nella zona: per questo avviò un programma con cui offriva terre, denaro e altri benefici ai veterani che accettavano di andare a vivere sull’isola.

A Gran Nicobar vivono anche due popolazioni indigene, i nicobaresi e gli shompen. I primi sono il gruppo più grande, che oggi conta circa un migliaio di persone. Nel 2004 uno tsunami che colpì il sud-est asiatico causò la morte di diverse centinaia di nicobaresi e distrusse buona parte dei villaggi e delle piantagioni di cocco su cui si basava la loro sussistenza.

Da allora molti si dovettero trasferire in altre zone sull’isola di Gran Nicobar, in accampamenti sulla costa settentrionale o su quella orientale, e dovettero cambiare completamente il loro stile di vita. In queste nuove sistemazioni non possono portare avanti le loro attività tradizionali, tra cui l’allevamento di polli e maiali e la coltivazione di noci di cocco e di areca, e lavorano principalmente come artigiani od operai.

Gli shompen sono una popolazione indigena molto più piccola, che lo stesso stato indiano considera una tribù “particolarmente vulnerabile”. Nelle stime del governo la comunità è formata da meno di 250 persone, ma non c’è un numero preciso perché gli shompen hanno pochi contatti con il mondo esterno. Essendo rimasti quasi del tutto isolati per secoli hanno sviluppato una bassa (o in alcuni casi nulla) immunità alle malattie, e l’arrivo di molte persone estranee potrebbe metterli in pericolo.

Alcuni rappresentanti della comunità shompen (Anthropological Survey of India)

Lo scorso febbraio un gruppo di 39 accademici scrisse una lettera aperta alla presidente indiana, Droupadi Murmu, per chiedere di fare pressione sul governo per bloccare il progetto di Gran Nicobar e tutelare soprattutto gli shompen. È soltanto una delle diverse lettere aperte e petizioni che sono state presentate dalla società civile indiana in questi anni contro l’edificazione dell’isola. Murmu però non ha ruoli esecutivi: in India la presidente ha compiti perlopiù cerimoniali, mentre a capo del governo c’è il primo ministro Narendra Modi, che sostiene il progetto.

Non ci sono indicazioni precise su come il governo intende gestire la convivenza delle popolazioni locali con le centinaia di migliaia di persone che dovrebbero trasferirsi sull’isola.

Altre preoccupazioni riguardano l’ambiente. Ci sono costruzioni solo su 160 chilometri quadrati dell’isola, in sette piccoli centri abitati. Per il resto, circa l’80 per cento di Gran Nicobar è ricoperto da una foresta pluviale molto ricca in termini di biodiversità, che conta più di 1800 specie animali e 800 specie di piante. Il nuovo progetto ricoprirà invece il 14 per cento della superficie di Gran Nicobar, e prevede quindi una massiccia deforestazione. Lo scorso luglio il governo aveva detto che sarebbero stati tagliati circa un milione di alberi, ma altre stime indipendenti avevano calcolato numeri anche dieci volte più alti. Il conteggio è comunque relativo e dipende da alcuni fattori molto precisi, per esempio la densità della vegetazione.

La costruzione si estenderebbe inoltre nella baia di Galatea, nella parte meridionale dell’isola, che fino al 2021 era un territorio protetto (poi il governo le ha revocato lo status). La baia è uno dei più importanti luoghi di nidificazione delle tartarughe liuto, un tipo di tartaruga gigante protetto dalla legge indiana. Ospita inoltre una foresta di mangrovie e la barriera corallina, che tra le altre cose mitigano gli effetti di fenomeni come gli tsunami.

L’isola e tutto l’arcipelago circostante risentirebbero anche dell’inquinamento generato dall’aumento consistente della popolazione, dall’ingrossamento dei centri abitati e in generale da tutte le attività umane collegate al progetto. Se oggi vivono sull’isola circa 8mila persone (e i turisti stranieri nel 2024 sono stati circa lo stesso numero), nei piani del governo indiano a Gran Nicobar dovrebbero trasferirsi 650mila persone nel giro di qualche decennio.

Una delle oltre 800 isole che compongono il territorio dell’Unione delle Andamane e Nicobare (Nabil Naidu via Unsplash)

Il progetto è stato criticato non solo per l’impatto ambientale ma anche per le modalità con cui è stato portato avanti fino a ora, giudicate troppo repentine: il bando è stato emesso a settembre del 2020 e il ministero dell’Ambiente ha dato le autorizzazioni necessarie il 4 novembre 2022, circa due anni dopo. In mezzo ci sono stati vari passaggi, tra cui quelli dedicati agli studi di fattibilità e sull’impatto ambientale e umano, che secondo molti sono stati condotti in modo affrettato e approssimativo.

Secondo gli oppositori il progetto non rispetta le norme ambientali indiane ed è possibile che ci siano conflitti di interessi tra le parti coinvolte. Nel 2022 per esempio l’organizzazione non profit Conservation Action Trust (CAT) denunciò come il direttore generale di ANIIDCO, la società partecipata a cui è stata assegnata la realizzazione del progetto, fosse anche il segretario della Commissione ambiente dell’amministrazione locale. Secondo CAT inoltre i piani per la costruzione dell’enorme porto commerciale violerebbero le norme indiane per la protezione delle aree costiere. La denuncia fu presentata al principale tribunale indiano per le questioni ambientali, che però non accolse le richieste di CAT. L’organizzazione ha poi portato il caso di fronte alla Corte suprema di Calcutta, che deve ancora esprimersi.