Giorgia Meloni mischia le carte quando parla del nuovo Patto di stabilità

Continua a ripetere che avremo 35 miliardi di euro di flessibilità in più, ma è un dato che deriva da un calcolo privo di fondamento e che il suo stesso governo nei fatti contraddice

Foto di Giorgia Meloni al Senato con dei foglietti in mano
(ANSA/ALESSANDRO DI MEO)
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Martedì la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta in Senato per spiegare che indirizzo seguirà il governo italiano giovedì e venerdì prossimi al Consiglio Europeo, la riunione dei capi di Stato e di governo dell’Unione Europea. Tra i temi affrontati c’è stata anche la riforma del Patto di stabilità e crescita, cioè il nuovo quadro di regole economiche entrato in vigore da quest’anno che i paesi europei dovranno rispettare.

Nel rispondere alle critiche del Movimento 5 Stelle che l’aveva accusata di aver accettato una riforma del Patto di stabilità sconveniente per l’Italia, Meloni ha detto al contrario che l’Italia ci ha guadagnato circa 35 miliardi all’anno. «Con i vecchi parametri del Patto di stabilità noi non avevamo, come Italia e con il nostro debito, la possibilità di fare il 3 per cento di deficit [in rapporto al PIL, cioè il prodotto interno lordo, ndr]. A noi era consentito un avanzo dello 0,25 per cento, al tempo. Quindi con i nuovi parametri a regime, con la possibilità anche per noi di fare l’1,5 per cento di deficit, noi abbiamo una maggiore flessibilità dell’1,75 per cento rispetto ai vecchi parametri del Patto di stabilità. In miliardi significa maggiore flessibilità per 35 miliardi».

Una spiegazione simile era stata fornita da Meloni alla Camera il 24 gennaio scorso, quando aveva concluso che il nuovo Patto di stabilità, rispetto al precedente, «libera circa 35 miliardi di euro». Prima ancora aveva detto la stessa cosa Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e principale consigliere politico di Meloni, durante un’intervista su Rai 1 il 21 dicembre 2023.

Giovanbattista Fazzolari ospite della trasmissione Cinque Minuti condotta da Bruno Vespa su Rai 1, il 21 dicembre 2023 (CLAUDIO PERI/ANSA)

Alla notevolissima cifra di 35 miliardi Meloni e Fazzolari arrivano facendo un’addizione bislacca, che usa due parametri economici diversi: da un lato l’avanzo primario, cioè la differenza tra entrate e uscite nel bilancio dello Stato senza considerare la spesa per gli interessi sul debito; dall’altro il deficit, cioè il disavanzo annuale tra entrate e uscite comprendente anche la spesa per gli interessi sul debito, che avviene quando le uscite sono più delle entrate e il bilancio va in negativo (Meloni peraltro dice che «a noi era consentito un avanzo dello 0,25 per cento», ma lo 0,25 era l’avanzo minimo che l’Italia doveva ottenere, ma ci era consentito in teoria di farne quanto volevamo, di avanzo, essendo un risultato positivo: di fatto sono risorse in più nel bilancio dello Stato a fine anno).

Insomma Meloni e Fazzolari prendono lo 0,25 per cento del PIL di avanzo che l’Italia era obbligata ad avere, cioè grosso modo 5 miliardi all’anno, e ci aggiungono l’1,5 per cento del PIL di deficit, cioè circa 30 miliardi all’anno. E così la somma – per dirla grossolanamente – tra i risparmi che non dovremmo più ottenere e la maggiore spesa possibile danno il totale di 35 miliardi: ma è un calcolo privo di qualsiasi fondamento economico.

Per capire perché partiamo da un dato, quello della spesa per interessi. L’Italia ha un enorme debito pubblico, uno dei più consistenti dell’Occidente. Secondo Banca d’Italia, alla fine del 2023 era di 2.863 miliardi (pari a quasi il 143 per cento del PIL), in aumento di 105 miliardi rispetto alla fine del 2022. Su questo debito, l’Italia paga circa 80 miliardi di interessi all’anno: ovvero, secondo quanto calcolato dal ministero dell’Economia a ottobre scorso, il 3,8 per cento del PIL nel 2023 (ed è una cifra destinata a crescere, lo stesso ministero stima che nel 2026 si arriverà al 4,6 per cento).

Questa cifra Meloni la esclude arbitrariamente nel suo calcolo tra avanzo primario e deficit. La spesa per interessi sul debito è proprio ciò che differenzia l’avanzo primario dal deficit: se, cioè, alle maggiori entrate che lo Stato realizza rispetto alle uscite, si aggiunge il peso (negativo) degli interessi del debito abbiamo il deficit. Proprio per via della grave incidenza della spesa per gli interessi che deve sostenere, l’Italia è costretta da decenni, salvo che nei periodi di grave crisi, a tenere un saldo primario attivo, cioè a spendere per il funzionamento della pubblica amministrazione nel suo complesso meno di quanto incassa: dal 2008 al 2019 il saldo primario è sempre stato attivo tra l’1,1 e il 2,3 per cento del PIL, con l’eccezione del 2009 e 2010 per gli effetti della crisi finanziaria, e tra il 2020 e il 2023 a causa della crisi dovuta al Covid prima e di quella energetica per la guerra in Ucraina poi.

– Leggi anche: Chi ha ottenuto cosa nell’accordo fra governi europei sul Patto di stabilità

Dunque è vero che il nuovo Patto di stabilità consente all’Italia in condizioni ordinarie di fare un deficit di 1,5 per cento all’anno, come dice Meloni, ma questo deficit deve scontare i circa 4 punti percentuali di spesa per interessi che l’Italia dovrà sostenere ogni anno nei prossimi anni: ciò significa che, restando al paragone tra vecchio e nuovo Patto di stabilità proposto da Meloni, l’Italia dovrebbe conseguire un avanzo primario di 2,5 punti percentuali. Oppure, più realisticamente, riportare il livello di avanzo primario sui livelli tipici di prima della crisi, ed evitare di indebitarsi al ritmo dell’1,5 per cento annuo.

In effetti il governo di Meloni si è impegnato a fare proprio questo, superando gradualmente ma progressivamente gli squilibri di bilancio che, in Italia come in tanti altri paesi europei, ci sono stati in questi ultimi quattro anni di crisi pandemica ed energetica, e nei quali infatti la Commissione Europea aveva sospeso il vecchio Patto di stabilità. Nel Documento programmatico di bilancio (DPB) che fissa gli obiettivi della politica economica del governo, a ottobre il ministero dell’Economia si è impegnato a riportare l’avanzo primario in attivo: se nel 2023 è stato -3,4 per cento del PIL, nel 2024 sarà dello 0,6 per cento, per salire ancora allo 0,9 per cento nel 2025 e all’1,4 per cento nel 2026. Molto di più dello 0,25 per cento che era l’obiettivo minimo del vecchio Patto, e che Meloni indica come un vincolo sfavorevole superato dal nuovo Patto.

Quanto al deficit, anche in questo caso l’impegno che il governo di Meloni dovrà assumersi è significativo, e per certi versi prescinde dal semplice rispetto dei vincoli del Patto. Il governo ha infatti previsto di ridurlo molto, fino a riportarlo intorno al 3 per cento del PIL nel 2026. Non è un obiettivo scontato, specie se si considera che gli effetti del Superbonus hanno fatto aumentare il deficit del 2023, che il governo prevedeva del 5,2 per cento e che invece secondo l’ISTAT è del 7,2 per cento. Proprio per la difficoltà legata al rimettere a posto i bilanci statali dopo la crisi del Covid e dopo l’inizio della guerra in Ucraina, la Commissione Europea ha concesso agli Stati membri un periodo transitorio per rientrare gradualmente nei parametri previsti dal nuovo Patto di stabilità che entrerà però in vigore a tutti gli effetti a partire dal 2027.

Il ministro Giancarlo Giorgetti a Roma, il 13 febbraio 2024. (FILIPPO ATTILI/ANSA)

Se Meloni credesse davvero nella cosa che ha detto, e cioè che col nuovo Patto di stabilità l’Italia avrebbe un margine di spesa aggiuntivo di circa 35 miliardi all’anno, non si capisce come mai il suo governo si impegni a fare il contrario, e cioè a ridurre il deficit in media di 1,3 punti di PIL all’anno fino al 2026, e a migliorare il saldo primario in media di 1,6 punti di PIL all’anno nello stesso periodo, ovvero a ridurre la flessibilità, per così dire, per quasi 60 miliardi all’anno rispetto al 2023 (è plausibile che quel calcolo sia un po’ una furbizia retorica e contabile che serve a celebrare l’accordo accettato dall’Italia).

Più semplicemente il nuovo Patto di stabilità modificherà nel concreto ben poco i margini di spesa e di indebitamento dell’Italia rispetto al vecchio Patto. E molto probabilmente ne è convinto anche il governo: lo dimostra il fatto che il ministero dell’Economia prevede di arrivare alla fine del 2026, cioè al momento in cui entrerà del tutto in vigore il Patto, con un deficit del 3,1 per cento e un avanzo primario dell’1,4 per cento, grosso modo lo stesso risultato che l’Italia raggiunse alla fine del 2014 col governo di Matteo Renzi, quando ci fu un deficit del 3 per cento e un avanzo primario dell’1,6 per cento.