Il caso intorno all’estradizione di don Franco Reverberi

Il sacerdote italiano 86enne è ricercato in Argentina per aver assistito alle torture durante la dittatura, il ministro Nordio ha rifiutato di consegnarlo

Don Reverberi in primo piano intervistato nella trasmissione Le Iene
Don Franco Reverberi intervistato dalle Iene (Mediaset)

Venerdì il ministro della Giustizia Carlo Nordio si è rifiutato di estradare in Argentina don Franco Reverberi, accusato di aver assistito alle torture del regime militare del paese tra gli anni Settanta e Ottanta, e di aver ucciso un cittadino argentino di 20 anni, Josè Guillermo Beron.

Una prima richiesta di estradizione nei confronti di Reverberi era stata presentata nel 2012, ma era stata respinta dalla giustizia italiana anche perché il reato di tortura nell’ordinamento italiano non esisteva (e la richiesta non comprendeva l’omicidio di Beron). Le cose cambiarono quando nel 2017 fu introdotto il reato di tortura nell’ordinamento italiano, e quando nel 2021 l’Argentina presentò un’altra richiesta di estradizione, approvata poi dalla Corte d’Appello di Bologna. La difesa di Reverberi fece ricorso alla Corte di Cassazione, respinto a ottobre del 2023.

L’estradizione di Reverberi doveva infine essere confermata da Nordio, che però non l’ha fatto motivando il rifiuto con l’«età estremamente avanzata» del sacerdote, le sue «patologie cardiologiche», «lo stress psicologico». Secondo Nordio «la complessiva procedura potrebbe avere sul soggetto […] conseguenze esiziali», cioè potrebbe ucciderlo.

Franco Reverberi è un sacerdote di 86 anni originario di Sorbolo, in provincia di Parma. Dopo la Seconda guerra mondiale emigrò in Argentina con la sua famiglia, e lì prese i voti diventando poi parroco di Salto de Las Rosas, una piccola località della regione di Mendoza, nell’ovest del paese.

I crimini contestati a Reverberi avvennero nel periodo della dittatura in Argentina, oltre quarant’anni fa. Nel 1976 una giunta militare guidata da Jorge Videla, Emilio Massera e Orlando Agosti fece un colpo di stato approfittando della precarietà del sistema democratico argentino. Al potere c’era Isabelita Perón, ultima moglie di Juan Perón, che era morto nel 1974. Isabelita non si dimostrò capace di governare le gravi turbolenze sociali in corso nel paese, e cedette sempre più potere al ministro della Sicurezza sociale, Juan López Rega, già segretario personale di Juan Perón. López Rega era anche il capo dell’Alleanza Anticomunista Argentina, nota con il nome di Tripla A, un’organizzazione di estrema destra paramilitare che uccise decine di manifestanti e militanti di sinistra.

Nel 1976 fu chiaro che i tumulti e le rivendicazioni politiche non sarebbero diminuite e nell’esercito si decise per un intervento autoritario, per limitare gli spazi del dissenso, reprimere le proteste e dare una forzata e violenta stabilità al paese. In questo contesto a Reverberi venne data la carica di cappellano ausiliare dell’VIII squadra di esplorazione alpina di San Rafael, la capitale dell’omonima provincia in cui si trova Salto de Las Rosas.

In Argentina Reverberi è accusato di tortura e sequestro di persona, e dell’omicidio di Josè Guillermo Beron, che scomparve nel 1976 e che l’avvocato dell’ambasciata argentina in Italia Arturo Salerni ha definito un «giovane peronista». Secondo le testimonianze dei sopravvissuti alla dittatura, Reverberi era un assiduo frequentatore dei centri di detenzione: a volte si faceva vedere in divisa militare, e assisteva impassibile alle torture sui prigionieri. Mario Bracamonte, originario di Salto de Las Rosas, raccontò che una volta venne torturato per una notte intera e il giorno dopo Reverberi lo trovò sdraiato a terra pieno di sangue e non fece nulla. Altri prigionieri hanno raccontato che a volte Reverberi assisteva alle torture tenendo in mano una Bibbia e dicendo loro che la volontà di Dio era che dicessero ai torturatori le informazioni che cercavano.

Durante la dittatura di quegli anni la giunta militare fece un’enorme opera di repressione nella società, una specie di guerra contro la popolazione civile (guerra sucia, viene definita in Argentina, “guerra sporca”). Morirono oltre duemila persone e ne scomparirono altre trentamila, i cosiddetti desaparecidos. Una tecnica spesso utilizzata dal regime era prelevare le persone sospettate di essere oppositori politici e gettarle in mezzo al mare da aerei o elicotteri.

Dopo la fine della dittatura, negli anni Ottanta, Reverberi rimase a lungo in Argentina continuando a fare il sacerdote. Le testimonianze su di lui emersero in un processo sui crimini commessi dai militari durante la dittatura, nel 2010. In quel processo Reverberi venne inizialmente chiamato a testimoniare, ma dopo i racconti di Bracamonte e degli altri sopravvissuti venne formalmente accusato anche lui nell’ottobre del 2010. Reverberi però non comparì mai in tribunale, nel maggio del 2011 tornò in Italia, nella sua città natale, ufficialmente per un problema di salute che non poteva curare in Argentina.

L’avvocato Ricardo Ermili, che è presidente della delegazione di San Rafael della Asamblea Permanente por los Derechos Humanos (APDH) e segue il caso di Reverberi in Argentina, ha commentato la decisione del ministro Nordio in maniera molto critica: «Questo è un gesto di reciprocità di un governo di ultradestra italiano con il nuovo governo argentino che porta anche il segno politico negazionista di ciò che è accaduto durante l’ultima dittatura in Argentina» ha detto Ermili parlando con Repubblica. «E non solo un governo negazionista ma che anche rivendica i fatti tremendi che determinarono la scomparsa di circa 30mila desaparecidos».