• Mondo
  • Lunedì 2 ottobre 2023

Il momento complicato di Kevin McCarthy

Lo speaker Repubblicano della Camera statunitense potrebbe perdere il suo incarico perché accusato dall'ala più radicale del suo partito di avere fatto accordi coi Democratici

Lo speaker della Camera Kevin McCarthy (AP Photo/Patrick Semansky)
Lo speaker della Camera Kevin McCarthy (AP Photo/Patrick Semansky)

Lo speaker della Camera degli Stati Uniti, il Repubblicano Kevin McCarthy, sta attraversando un momento complicato con un pezzo del suo partito, e molto probabilmente nei prossimi giorni dovrà affrontare un voto di sfiducia. Il deputato Matt Gaetz, esponente della frangia più estremista dei Repubblicani, ha infatti annunciato il voto dopo l’accordo che McCarthy aveva fatto con i Democratici e che aveva permesso di evitare lo “shutdown”, cioè la parziale chiusura delle attività del governo federale statunitense. Al momento solo una minoranza dei Repubblicani è favorevole alla rimozione di McCarthy dal ruolo, ma la situazione è comunque incerta: McCarthy avrà bisogno di un parziale appoggio dei Democratici per mantenere la carica.

Lo speaker della Camera, che è simile al nostro presidente della Camera, viene espresso dal partito di maggioranza, di cui diventa principale rappresentante. Ha importanti funzioni di direzione dei lavori, soprattutto quando deve forzatamente collaborare con un presidente degli Stati Uniti del partito avversario, come è avvenuto negli ultimi giorni.

Kevin McCarthy, a sinistra, a Capitol Hill, a Washington (AP Photo/J. Scott Applewhite)

McCarthy ha 58 anni, è un politico Repubblicano di lungo corso che da tempo fa parte della leadership del partito e negli ultimi anni si è avvicinato molto alle posizioni di Donald Trump. Dal 2014 a oggi è stato inoltre leader del partito alla Camera.

Nonostante McCarthy sia considerato un trumpiano e tutt’altro che moderato, c’è un gruppo di Repubblicani radicali secondo cui il Partito Repubblicano andrebbe riformato per essere ancora più estremista, e che di fatto si oppone a McCarthy. Va specificato che negli ultimi anni in generale il partito Repubblicano si è spostato molto verso destra, quindi anche l’ala più moderata non è affatto moderata in assoluto. Già l’ultima elezione di McCarthy al ruolo di speaker, a gennaio, era stata molto complessa e contestata: erano state necessarie quindici votazioni prima che riuscisse ad avere i voti dell’ala più oltranzista del partito. Per ottenerli aveva fatto alcune concessioni, fra cui la possibilità per ogni deputato di richiedere in qualunque momento un voto dell’aula per rimuoverlo dal suo incarico.

È lo strumento che ha intenzione di utilizzare Gaetz, deputato eletto in Florida: «Abbiamo bisogno di cambiare per trovare un leader in cui davvero possiamo avere fiducia», ha detto. Gaetz può contare sull’appoggio di un numero non precisato di colleghi, da un minimo di sette a un massimo di ventiquattro. Questi accusano McCarthy di averli «venduti» collaborando con i Democratici per evitare lo “shutdown” e di non aver rispettato le promesse politiche fatte al momento dell’elezione, fra cui quella di non permettere nuovi aumenti delle spese per il governo centrale.

Matt Gaetz, deputato della Florida (AP Photo/Jacquelyn Martin)

Il numero degli oppositori è limitato, ma sufficiente per mettere in pericolo McCarthy, vista la maggioranza molto risicata che i Repubblicani hanno alla Camera (221 seggi ai Repubblicani, 212 ai Democratici). Per come funziona la politica statunitense i Democratici dovrebbero votare a favore della rimozione di uno speaker del partito avversario: basterebbero quindi pochi voti ulteriori fra i Repubblicani per farlo decadere. Non esiste però una consuetudine, il voto di sfiducia per uno speaker è un evento che si è verificato l’ultima volta un secolo fa e che non ha mai avuto successo.

McCarthy si è detto sicuro di poter superare il voto di sfiducia. Ha detto che Gaetz è mosso da motivi personali e che «è più interessato ad assicurarsi interviste in televisione che a fare davvero qualcosa». Al momento però non è chiaro come voterebbero i Democratici di fronte a una mozione di sfiducia. McCarthy ha recentemente annunciato l’avvio di una procedura di impeachment del presidente Joe Biden, che sembra avere basi molto deboli e nessuna possibilità di avere successo. Più in generale la sua collaborazione con il governo federale Democratico è ritenuta molto limitata, finora avviata solo a causa di situazione eccezionale, cioè la minaccia della chiusura parziale del governo federale.

Le componenti più radicali dei Democratici hanno già annunciato di non avere intenzione di «salvare un Repubblicano» e soprattutto di non avere intenzione di farlo «senza ottenere nulla in cambio»: questa posizione è stata espressa fra gli altri da Alexandria Ocasio-Cortez, deputata dello stato di New York. McCarthy potrebbe essere costretto a fare concessioni al partito avversario e fra queste potrebbe essere inserito il finanziamento per nuovi aiuti militari all’Ucraina, rimasti fuori dall’accordo che ha permesso di evitare lo “shutdown”, una sorta di legge tampone che finanzia il governo per i prossimi 45 giorni, definita continuing resolution. La destra del partito Repubblicano è infatti contraria a continuare a finanziare l’esercito ucraino.

Per mantenere McCarthy in carica potrebbe essere sufficiente che un gruppo di deputati Democratici si astenga dal voto, abbassando così la quota della maggioranza necessaria, inizialmente fissata a 218 (la mozione viene approvata a maggioranza semplice).

Se invece la mozione di sfiducia dovesse avere successo e McCarthy dovesse decadere, si creerebbe una situazione particolarmente confusa soprattutto per i Repubblicani. Non esiste al momento un candidato alternativo che possa mettere d’accordo le due componenti del partito, quella maggioritaria più moderata – che come detto ha poco di moderato – e quella minoritaria su posizioni ancora più di destra. La stessa faticosa elezione di McCarthy aveva espresso chiaramente già a gennaio come il partito fosse spesso in balia della sua componente più estrema.