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  • Mercoledì 19 aprile 2023

La rivolta del ghetto di Varsavia contro i nazisti, ottant’anni fa

Centinaia di ebrei si ribellarono agli occupanti in un episodio diventato un simbolo di resistenza alle persecuzioni antisemite

Un gruppo di ebrei polacchi deportati dai nazisti dopo la rivolta del ghetto di Varsavia, nel 1943 (AP Photo, file)
Un gruppo di ebrei polacchi deportati dai nazisti dopo la rivolta del ghetto di Varsavia, nel 1943 (AP Photo, file)
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Il 19 aprile del 1943, ottant’anni fa, iniziò la rivolta del ghetto di Varsavia, in cui circa settecento ebrei si ribellarono agli occupanti nazisti e alle deportazioni nei campi di concentramento. Erano soprattutto giovani che formavano piccoli gruppi di resistenza, male armati ed equipaggiati in maniera approssimativa: la rivolta durò quasi un mese e poi fu repressa. L’intero quartiere del ghetto fu raso al suolo e migliaia di ebrei furono catturati, uccisi o deportati nei campi di concentramento di Poniatowa, Trawniki e Majdanek, sempre in Polonia. Ma la rivolta del ghetto di Varsavia è diventata per la storia ebraica e mondiale un episodio simbolico di resistenza alle persecuzioni antisemite.

Il ghetto di Varsavia era il più grande ghetto ebraico dell’Europa occupata dai tedeschi. Fu istituito alla fine del 1940 e a tutti i residenti ebrei della città (e poi anche di altre zone) fu ordinato di trasferirsi al suo interno. Si trovava nel centro di Varsavia, la capitale della Polonia, e si estendeva per 3,4 chilometri quadrati, circondato da un muro alto oltre 3 metri, ricoperto di filo spinato e sorvegliato dai soldati nazisti per impedire agli ebrei di uscire. Si stima che fossero circa 400mila, rinchiusi in stanze da circa 7 persone ciascuna.

Dal ghetto di Varsavia la polizia tedesca e le SS, il famigerato gruppo paramilitare del regime nazista, deportarono centinaia di migliaia di ebrei, soprattutto nel centro di sterminio di Treblinka, nel nordest della Polonia. Solo durante la Grossaktion (“grande azione”), cioè la deportazione durata da fine luglio a metà settembre del 1942, ne furono deportati circa 265mila. Altri 35mila furono uccisi all’interno del ghetto, dove all’inizio del 1943 i sopravvissuti erano circa 80mila.

All’epoca della rivolta la Polonia era un territorio occupato da quattro anni, ossia dall’inizio della Seconda guerra mondiale, provocata proprio dall’invasione nazista del paese a settembre del 1939. Dopo poco l’Unione Sovietica rispose invadendo a sua volta il paese, che per anni subì l’occupazione straniera di due forze ostili all’autodeterminazione e alla cultura del popolo polacco. Si stima che nel periodo tra il 1939 e il 1945 morirono circa sei milioni di polacchi, oltre il 20 per cento della popolazione. Metà di questi sei milioni erano ebrei.

Alla rivolta si arrivò gradualmente. Già verso la fine del 1942 molti ebrei nel ghetto iniziarono a formare organizzazioni clandestine. Una delle prime fu l’Organizzazione Ebraica di Lotta (ZOB, Zydowska Organizacja Bojowa), la più numerosa tra quelle che parteciparono alla rivolta l’anno successivo. All’inizio la ZOB contava 200 membri, diventati poi oltre 500. Sempre nel 1942 si costituì anche l’Unione Militare Ebraica (ZZW, Zydowski Związek Wojskowy), che alla rivolta partecipò con circa 250 membri. A queste due organizzazioni se ne unirono poi altre più piccole, con posizioni ideologiche anche molto diverse tra loro: c’erano sionisti, cioè sostenitori del fatto che al popolo ebreo spetti una patria in Israele, e non-sionisti, gruppi di ispirazione comunista e conservatori.

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Per ottenere le armi, soprattutto pistole ed esplosivi, questi gruppi riuscirono dopo vari tentativi a mettersi in contatto con l’Armata Nazionale (AK, Armia Krajowa), il principale movimento di resistenza alla Germania nazista nella Polonia occupata, attivo già dal 1939.

Un primo tentativo di rivolta organizzata ci fu nel gennaio del 1943, quando le SS e la polizia tedesca organizzarono una nuova tornata di deportazioni, questa volta nei campi di concentramento dell’area di Lublino, nel sudest della Polonia. Un piccolo gruppo di combattenti armati di pistole si infiltrò nella colonna di ebrei diretti all’Umschlagplatz, il punto del ghetto in cui venivano raccolte le persone da deportare, e a un segnale prestabilito iniziò a sparare. La maggior parte dei combattenti fu uccisa nello scontro a fuoco con le forze tedesche, ma nella confusione alcuni ebrei riuniti nella piazza riuscirono a disperdersi e ad evitare temporaneamente la deportazione.

Le deportazioni furono sospese per un breve periodo e questo incoraggiò altri abitanti del ghetto a unirsi ai movimenti armati, che nelle settimane successive costruirono bunker e rifugi sotterranei per nascondersi e organizzare altre rivolte.

A metà aprile la ZOB seppe di un’ulteriore grossa operazione di deportazione pianificata dalle SS, ed esortò i residenti del ghetto a ritirarsi nei bunker e nei nascondigli. I tedeschi, a loro volta, si organizzarono per far fronte a un’altra eventuale rivolta e nominarono a capo delle SS del ghetto di Varsavia il generale Jürgen Stroop, che aveva già avuto esperienze di repressione di insurrezioni e lotte partigiane negli anni Trenta. Stroop raggruppò sotto il suo comando circa 2mila soldati e poliziotti e li armò pesantemente, con artiglieria e carri armati.

Il 19 aprile del 1943 iniziò la rivolta della ZOB, guidata dal ventiquattrenne Mordecai Anielewicz e a cui parteciparono circa 700 giovani ebrei, tra cui molte donne. Erano armati solo di pistole, qualche fucile e granate, molte delle quali artigianali e costruite nelle settimane precedenti. La maggior parte di loro non aveva sufficiente addestramento militare, ma nonostante questo il primo giorno della rivolta combatterono agguerriti e con intensità, costringendo i tedeschi a ritirarsi fuori dalle mura del ghetto. Secondo il racconto di Stroop solo nel primo giorno di rivolta vennero uccisi o feriti 12 soldati tedeschi.

I combattimenti assunsero la forma di guerriglia e andarono avanti per 27 giorni, durante i quali anche l’intera popolazione del ghetto, compresi quelli che non si unirono alla lotta armata, fece di tutto per ostacolare i tentativi di deportazione dei nazisti, per esempio non presentandosi ai punti di raccolta e nascondendosi nei bunker sotterranei.

Il successivo 8 maggio Stroop e le forze al suo comando iniziarono a riprendere gradualmente il controllo del ghetto: partirono dall’edificio che nel frattempo era diventato il quartier generale della ZOB, al numero 18 di via Mila. Non è chiaro come morirono i leader del movimento armato. Secondo alcune ricostruzioni si suicidarono per evitare la cattura.

La riconquista tedesca del ghetto si concluse il 16 maggio. I tedeschi demolirono l’area un pezzo per volta, procedendo isolato per isolato per catturare le persone all’interno degli edifici. Molti edifici furono bruciati, e la principale sinagoga della città, la Grande Sinagoga di via Tlomackie, fu fatta esplodere il 16 maggio del 1943. Lo stesso giorno Stroop dichiarò che «l’ex quartiere ebraico di Varsavia non esiste più». Nelle settimane successive le SS e la polizia tedesca arrestarono e deportarono circa 42mila persone. La maggior parte di loro fu uccisa nel novembre del 1943, nell’operazione poi divenuta nota come Erntefest, Operazione Festa del Raccolto. Altre 7mila persone furono uccise direttamente nel ghetto.

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