(NPK ANSA)
  • Mondo
  • martedì 8 Novembre 2022

Si può parlare con i dittatori?

È una questione che mette da sempre in imbarazzo le democrazie occidentali, ma è quasi sempre inevitabile per diverse ragioni

(NPK ANSA)
Caricamento player

L’incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi durante la conferenza climatica COP27 in Egitto ha provocato notevoli polemiche in Italia: sia perché al Sisi è a capo di una dittatura piuttosto repressiva, sia perché Meloni è la prima leader italiana a incontrare in Egitto il presidente egiziano dopo i casi di Giulio Regeni e di Patrick Zaki, che sono stati motivo di grosse tensioni tra i due paesi, pur senza mai arrivare a una rottura formale dei rapporti (Meloni non è la prima in assoluto, comunque: anche Giuseppe Conte aveva incontrato il presidente egiziano, seppur non durante una visita ufficiale in Egitto).

L’incontro tra Meloni e al Sisi aggiunge nuovi argomenti a un dibattito che va avanti in varie forme da tempo, e che riguarda l’opportunità e le modalità con cui i governi democratici dovrebbero comunicare e negoziare con dittature e regimi autoritari. Questa discussione ha origini lontanissime, ma è diventata di estrema attualità negli ultimi mesi, dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Dopo l’incontro con al Sisi, Meloni è stata accusata piuttosto duramente. L’incontro è stato definito «imbarazzante» e un riavvicinamento di fatto del governo italiano a quello egiziano, dopo le due gravi vicende di Regeni e Zaki. Giulio Regeni era un ricercatore italiano che nel 2016 fu torturato e ucciso in Egitto, quasi certamente dai servizi di sicurezza del regime di al Sisi. Per coprire le proprie responsabilità, il regime egiziano ha messo in piedi una grossa campagna di depistaggi e falsità, che non si è mai interrotta. Patrick Zaki, invece, è uno studente dell’università di Bologna (ma cittadino egiziano) che tra il 2020 e il 2021 fu detenuto in Egitto per aver criticato il regime: è stato liberato alla fine dell’anno scorso, ma è ancora a rischio perché il processo contro di lui non è finito.

La storia dell’uccisione di Regeni, come quella dell’imprigionamento di Zaki, hanno provocato enormi tensioni diplomatiche tra Italia ed Egitto, anche se in realtà i rapporti tra i due paesi non si sono mai davvero interrotti: per un periodo dopo l’omicidio di Regeni, l’Italia richiamò il proprio ambasciatore, ma nel giro di qualche mese lo fece rientrare. Da quel momento i rapporti sono rimasti molto freddi e complicati, ma tutt’altro che inesistenti: gli scambi economici e diplomatici non si sono mai davvero interrotti. Per questo, l’incontro tra Meloni e al Sisi ha un significato più simbolico che pratico: potrebbe essere la dimostrazione che il governo intende eliminare anche quella distanza residua che c’era ancora tra Egitto e Italia, e riportare i rapporti alla piena normalità. Per ora, in realtà, non ci sono particolari indicazioni del governo né in un senso né nell’altro.

La vicenda dell’incontro tra Meloni e al Sisi mostra la difficoltà e l’ambiguità, per i paesi democratici, di relazionarsi con dittature e regimi autoritari. Qui ovviamente sono necessarie alcune grosse generalizzazioni, perché già le definizioni di “paesi democratici” e “dittature” sono opinabili: ci sono vari livelli di democrazia nei paesi democratici e vari livelli di autoritarismo nelle dittature, e ampissime zone grigie. Anche parlare di “dialogo” o “relazioni” richiede ovviamente un certo livello di approssimazione, perché gli scambi economici e i rapporti diplomatici possono variare anche di molto.

Per un paese democratico, il problema principale di “parlare con i dittatori” è che sarebbe meglio non farlo, ma è di fatto impossibile. Come scrisse il politico americano Frank Lavin tempo fa, dialogare con le dittature «potrebbe essere una buona idea in certi momenti specifici, ma è sempre una cattiva idea». Per un paese democratico, la posizione ideale sarebbe quella massimalista secondo cui “con i dittatori non si parla”, ma è di fatto insostenibile. Le ragioni per cui è necessario mantenere rapporti di qualche tipo anche con i regimi più duri sono principalmente due.

Anzitutto l’economia: un paese democratico può avere interessi o dipendenze economiche in un paese autoritario, che per quanto sgradevoli spesso non possono essere evitate.

Per esempio, dopo che la Russia (che già di per sé è un paese autoritario) aveva tagliato all’Europa le forniture di gas naturale, i paesi europei sono stati costretti a rivolgersi ad altri paesi non democratici, come il Qatar e l’Algeria. C’è poi tutta una serie di interessi economici non indispensabili ma comunque importanti: una parte consistente della crescita economica dell’Occidente dipende dalla Cina, che pur essendo un regime repressivo è una potenza economica così grande da non poter essere ignorata.

In secondo luogo, ciascun paese ha il dovere di proteggere e fornire servizi ai propri cittadini all’estero, e per questo è necessario avere relazioni con i paesi in cui i propri cittadini si trovano.

C’è poi un’ultima cosa da considerare. Mantenere un canale di dialogo aperto tra un regime dittatoriale e un governo democratico – canale che spesso è informale e non assume un carattere ufficiale – viene considerato importante anche per continuare a conoscere quello che succede all’interno del paese autoritario: cioè sapere dell’esistenza di rischi e minacce contro altri stati, ma anche saper valutare le politiche migliori per evitare per esempio la creazione di una situazione così tesa da trasformarsi in uno scontro violento di qualche tipo. Per esempio a un certo punto il governo statunitense si era convinto che il regime nordcoreano sarebbe collassato da solo a causa delle sanzioni internazionali, e aveva deciso così di chiudere tutti i canali di comunicazione informali rimasti aperti fino a quel momento. Il regime della Corea del Nord però non è mai collassato, e quando gli Stati Uniti hanno provato a sviluppare un’altra strategia, fatta di dialogo, si sono trovati impreparati e senza canali di comunicazione già avviati.

Di fatto non esistono al mondo paesi davvero isolati, anche se alcuni lo sono più di altri. Il regime di Bashar al Assad in Siria, responsabile della terribile guerra civile combattuta nel paese per oltre dieci anni, ha pochissime relazioni, ma comunque ne ha con Iran e Russia, tra gli altri. La Corea del Nord è probabilmente lo stato più isolato del mondo, e anche uno di quelli di cui si sa di meno per le sue strettissime politiche sui viaggi e gli scambi, ma nonostante questo mantiene relazioni bilaterali quanto meno con la Cina.

I paesi democratici, specie quelli governati da forze politiche più interessate alla difesa dei diritti umani, sono spesso e volentieri in forte imbarazzo quando sono costretti ad avere a che fare con governi dittatoriali: l’ideale, in questi casi, è ridurre al minimo gli incontri pubblici e le circostanze che potrebbero essere interpretate come espressioni di sostegno politico nei confronti del regime. È la ragione per cui l’incontro tra Meloni e al Sisi è stato così criticato: probabilmente cambieranno poche cose dal punto di vista pratico, ma ciò che è cambiato è stata la percezione di vicinanza tra i governi italiano ed egiziano.

Se è impossibile, o molto difficile per uno stato interrompere completamente i rapporti con un altro, per quanto autoritario, non significa che non si possa agire per perseguire un principio morale, o per ragioni etiche, o per cercare di ottenere un risultato di un qualche tipo. Sempre nel caso dell’Egitto, ci sono state forti e autorevoli pressioni sui governi italiani che si sono succeduti per interrompere le relazioni con il regime di al Sisi dopo l’uccisione di Regeni, o comunque per adottare posizioni più dure di quelle decise dall’Italia. Che sarebbe stato opportuno reagire con più durezza era l’opinione anche di molti esperti e politici.

Ci sono poi circostanze in cui il dialogo con i dittatori è ricercato più attivamente, per ottenere risultati che si ritengono importanti. È il caso per esempio dei negoziati tra l’Occidente e l’Iran sulla questione del nucleare, o dei negoziati che alcuni paesi hanno cercato di intrattenere con il dittatore venezuelano Nicolás Maduro per convincerlo a condividere parte del potere con l’opposizione (inutilmente).

E Putin?
In Occidente, e soprattutto in alcuni paesi come l’Italia, il dibattito sulla necessità di “parlare con i dittatori” è diventato particolarmente intenso negli ultimi mesi di guerra in Ucraina. Attivisti e forze politiche hanno sostenuto che, per risolvere la crisi, sia necessario aprire un canale di dialogo con il presidente russo Vladimir Putin, e hanno accusato l’Occidente, e soprattutto gli Stati Uniti, di aver ostacolato i negoziati di pace rifiutandosi di parlare con Putin, e spingendo il governo ucraino a fare altrettanto.

Questo argomento è infondato per varie ragioni: anzitutto perché i leader occidentali hanno tentato a più riprese di parlare con Vladimir Putin, sia prima sia dopo l’inizio dell’invasione, senza mai ottenere vere aperture. In secondo luogo, perché la riuscita del dialogo dipende soprattutto dall’interlocutore. Putin e il suo regime si sono spesso detti pronti a iniziare un negoziato con l’Ucraina e l’Occidente, ma nei fatti hanno dimostrato il contrario: dall’inizio della guerra Putin ha continuamente aumentato il livello della minaccia, sia nei confronti dell’Ucraina sia nei confronti dell’Occidente, e reso estremamente chiaro che non intende interrompere le violenze fino a quando non avrà occupato stabilmente almeno parte del territorio ucraino.