Elon Musk armeggia con un telefono. (AP Photo/John Raoux)

Una “super-app” per il mercato occidentale

Elon Musk e Mark Zuckerberg hanno manifestato il desiderio di sviluppare una piattaforma unica in cui si possa fare un po' di tutto, come già succede in Asia

di Pietro Minto
Elon Musk armeggia con un telefono. (AP Photo/John Raoux)
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La scorsa settimana l’imprenditore Elon Musk ha aggiunto un nuovo episodio alla lunga diatriba che da tempo lo lega a Twitter, il social network che si era offerto di comprare lo scorso aprile per 43 miliardi di dollari. La decisione era giunta dopo alcune settimane in cui l’imprenditore aveva ammesso di «pensare seriamente» a fondare una nuova piattaforma alternativa al social network, accusando Twitter di minare la libertà d’espressione dei suoi utenti.

Da allora sono seguiti mesi di scambi d’accuse tra Musk e l’attuale amministratore delegato di Twitter, Parag Agrawal, succeduto al fondatore Jack Dorsey alla fine del 2021. Il social network ha anche denunciato Musk per violazione del contratto. Nel corso del procedimento sono stati pubblicati anche alcuni messaggi privati scambiati dall’imprenditore negli ultimi mesi con Dorsey e altri esponenti della Silicon Valley, alcuni dei quali ritenuti particolarmente imbarazzanti dalla stampa.

Con una mossa a sorpresa, lo scorso martedì Musk ha finalmente annunciato di voler chiudere la transazione al prezzo proposto originariamente, ovvero 54,20 dollari ad azione, somma per la quale sarebbe disposto a comprare Twitter, a patto che la causa intrapresa dall’azienda nei suoi confronti venga chiusa. Commentando la sua decisione, Musk ha scritto che «comprare Twitter è un modo di accelerare la creazione di X».

X, nelle sue parole, dovrebbe diventare quella che nel giornalismo di tecnologia americano viene definita “the everything app”, ovvero un’applicazione con cui gli utenti possono fare molte cose diverse, oltre che twittare. L’uso della lettera X per indicare il progetto peraltro non è una novità per Musk: la sua prima azienda (poi venduta a eBay) si chiamava X.com, mentre la nota compagnia aerospaziale da lui fondata si chiama SpaceX (e anche la holding utilizzata per finalizzare l’affare con Twitter, la X Holdings, contiene la stessa lettera.)

Quanto al concetto della everything app, è un tema da tempo dibattuto negli ambienti della Silicon Valley, con particolare riferimento a piattaforme di enorme successo in Cina come Weibo e WeChat. Si tratta di prodotti che forniscono una vasta gamma di servizi, dalla messaggistica istantanea ai pagamenti digitali, e che soddisfano anche le esigenze legate ai social media. Vengono dette “super-app” perché funzionano come piattaforme principali sulle quali si appoggiano altri servizi esterni, che vi si connettono attraverso «mini-app» apposite.

Con WeChat, un’applicazione usata da 1,2 miliardi di persone in tutto il mondo, gli utenti possono ordinare cibo, scambiarsi messaggi, richiedere un mutuo, noleggiare una bicicletta in bike sharing e accedere al proprio home banking. L’app è stata fondata nel 2011 ed è di proprietà di Tencent, enorme società cinese con stretti rapporti con il governo. Proprio a causa del legame tra WeChat e il Partito comunista cinese, negli ultimi anni la società è stata al centro di diverse denunce e inchieste giornalistiche, che hanno portato alla luce il suo ruolo nel controllare, monitorare e intimorire i cittadini cinesi, anche all’estero.

WeChat, infatti, è diventata un elemento cardine della vita sociale in Cina, anche per i membri della diaspora cinese, ovvero gli immigrati cinesi in tutto il mondo, che usano l’app per informarsi e rimanere in contatto con la madrepatria. A causa di questo peso politico, nel 2020 l’amministrazione Trump se ne interessò particolarmente, e WeChat rischiò di essere bandita dagli Stati Uniti insieme a TikTok, a sua volta cinese. All’epoca il New York Times scrisse che un simile provvedimento «taglierebbe del tutto milioni di conversazioni tra amici e parenti».

WeChat non nacque in realtà con ambizioni da super-app. Tencent la creò nel 2010 per consolidare nel mercato dei dispositivi mobili il dominio che aveva ottenuto con QQ, un portale web che offriva anche un servizio di messaggistica istantanea. Gli inizi non furono facili: all’inizio l’app si chiamava Weixin ed ebbe difficoltà a imporsi e guadagnare nuovi utenti. Nel 2012, dopo aver cambiato nome in WeChat, furono introdotte funzionalità innovative come la possibilità di usare l’app come una sorta di walkie-talkie con i propri gruppi di amici. Tra il 2012 e il 2013 WeChat fu tra i servizi cinesi ad adottare l’utilizzo dei QR Code, facilitandone l’utilizzo per servizi sempre più vari e contribuendo a rendere la Cina il primo paese nel mercato dei pagamenti dai dispositivi mobile.

Tencent non fu sola in questo tipo di espansione. Oltre a Weibo, il principale social network cinese, in Cina c’è anche un’altra super-app, Alipay, legata al gruppo Alibaba. Nel Sud-Est asiatico è invece molto diffusa Grab, con cui è possibile ordinare cibo, noleggiare mezzi di trasporto ed effettuare pagamenti. Anche in Indonesia c’è un servizio simile, Gojek, che ogni anno processa transazioni economiche per un totale di 6,3 miliardi di dollari.

Non è un caso che le cosiddette everything app siano nate proprio in Asia, dove c’è un mercato composto da diversi settori in forte sviluppo, nei quali la diffusione di internet è stata tardiva e molto veloce. In molti casi, il web ha saltato la sua fase desktop diffondendosi direttamente via smartphone, dando vita a un mercato veramente “mobile-first”, che cioè privilegia i dispositivi mobili, e che ha saputo evolversi seguendo un percorso diverso da quello occidentale. Qualcosa di simile si è verificato in Cina anche nel settore dei pagamenti elettronici: è stato praticamente saltato il passaggio da carte di credito o di debito al pagamento mobile, per concentrarsi direttamente sui vari servizi che rendono veloci e diffusi i pagamenti via smartphone.

Al momento Twitter sembra essere piuttosto lontana dal fornire questo tipo di prestazioni, essendo un social network relativamente semplice – pensato per condividere e leggere tweet, per pubblicare foto e video ed eventualmente qualche messaggio personale – che da anni registra perdite economiche e deludenti risultati in termini di nuovi utenti iscritti. Ciononostante Musk, che da tempo critica la gestione del social network, ha annunciato che l’acquisto di «Twitter accelera probabilmente X di 3 o 5 anni, ma potrei sbagliarmi», sottolineando come il suo acquisto sia parte di una strategia a lungo termine.

Musk non è nuovo a fare annunci ambiziosi fissando tempistiche irrealistiche. Nel 2011, per esempio, promise che avrebbe portato un essere umano su Marte «entro dieci anni» (data poi spostata al 2024), ma anche che SpaceX era pronta ad entrare nel settore della cattura dell’anidride carbonica. A partire dal 2014, inoltre, Musk ha ripetuto annualmente la promessa che le Tesla sarebbero diventate in grado di guidarsi da sole. Negli ultimi anni, ha più volte presentato un futuristico modello di pick-up chiamato Cybertruck e, pochi giorni fa, ha mostrato un malconcio robot che Tesla dovrebbe mettere in produzione.

– Leggi anche: Tesla ha molto lavoro da fare sul suo robot antropomorfo

Elon Musk non è il solo imprenditore del settore a inseguire il progetto di una everything app per l’Occidente. L’azienda statunitense più vicina a questo obiettivo sembra essere Meta, soprattutto grazie alla controllata WhatsApp (del resto, anche WeChat ha come base fondamentale la messaggistica). Negli ultimi mesi l’amministratore delegato di Meta Mark Zuckerberg ha annunciato un piano per «aumentare la monetizzazione» di WhatsApp, dotandola di «messaggi per il business e il commercio». Zuckerberg ha anche definito il servizio «il prossimo capitolo» di Meta.

Trasformare WhatsApp in una versione statunitense di WeChat avrebbe però bisogno di tempo e di enormi investimenti, soprattutto visto che negli Stati Uniti WhatsApp non è nemmeno lontanamente utilizzata come lo è, per esempio, in Italia. Gli americani continuano infatti a preferire i tradizionali messaggi, e i tentativi di convincerli a passare a WhatsApp finora non hanno avuto successo. Inoltre, l’accentramento di servizi e potere all’interno di una delle proprietà di un gruppo già dominante nel mercato rischierebbe di attirare ulteriormente l’attenzione delle autorità governative, dal Congresso all’Antitrust.

Anche se la pressione politica diminuisse, magari a causa del crescente successo di TikTok, Meta non sembrerebbe comunque nelle condizioni economiche per un simile “pivot”, come vengono chiamati i drastici cambi di strategia e funzioni nelle aziende digitali. Nel corso di quest’anno, infatti, il gruppo ha già investito circa dieci miliardi di dollari nel metaverso e nello sviluppo della realtà virtuale (Zuckerberg ha confessato agli azionisti che per vedere fruttare questi investimenti bisognerà aspettare il 2030), mentre il valore della società in borsa di fatto si dimezzava.

La distanza tra le app della Silicon Valley e le «super-app» cinesi non sta solo nelle differenze sociali e culturali tra i due paesi, né nei legami tra Pechino e le aziende private cinesi. In un editoriale pubblicato da Bloomberg nel 2020, il giornalista Tae Kim aveva sottolineato come l’attenzione riservata da una parte della politica statunitense alle app cinesi «porta in superficie quanto le app dei social media americane siano rimaste indietro rispetto alle loro controparti asiatiche». Un fenomeno rappresentato al meglio dal successo di TikTok e da come questo abbia costretto Instagram e YouTube a correre ai ripari con soluzioni spesso goffe e poco gradite dai loro utenti.