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  • Sabato 28 maggio 2022

Vent’anni fa i rapporti fra Occidente e Russia erano nella loro fase migliore

Il 28 maggio 2002 furono firmati i cosiddetti accordi di Pratica di Mare, sulla scia di una vicinanza che oggi sembra lontanissima

(ANSA / SERGEI CHIRIKOV / PAL)
(ANSA / SERGEI CHIRIKOV / PAL)
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Il 28 maggio di vent’anni fa, nella base dell’aeronautica militare italiana di Pratica di Mare, vicino a Roma, furono firmati degli accordi fra la Russia e la NATO, cioè l’alleanza militare fra i paesi occidentali, che ancora oggi vengono considerati il punto più alto dei rapporti fra la Russia e i paesi occidentali. Che invece oggi sono al minimo storico, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e la conseguente rottura di gran parte dei rapporti diplomatici e commerciali con la Russia.

I cosiddetti accordi di Pratica di Mare vengono evocati spesso dal centrodestra italiano perché furono promossi dall’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, che era in buoni rapporti sia col presidente statunitense George W. Bush sia col presidente russo Vladimir Putin. Ma a prescindere da quello che ancora oggi dice Berlusconi, che si attribuisce il merito di avere «fermato la Guerra Fredda», gli accordi di Pratica di Mare furono il frutto di un momento storico peculiare e forse irripetibile, almeno nel breve periodo, in cui Russia e Occidente furono più vicini che mai.

A distanza di vent’anni diversi esperti si sono convinti che quella fase fu dovuta soprattutto a circostanze eccezionali, e che gli elementi che in seguito rovinarono la relazione – su tutti, l’autoritarismo e la politica estera aggressiva impostati da Putin – erano già visibili: eppure si scelse di ignorarli.

Alla fine degli anni Novanta la Russia attraversò una fase piuttosto turbolenta della propria storia. L’economia del paese non si era ancora assestata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e nel 1996 il governo centrale decise di avviare una guerra contro la Cecenia che si rivelò costosissima. Nel 1998 la Banca centrale russa dichiarò di essere in default, cioè di non riuscire più a rimborsare i propri titoli di stato. La crisi economica innescò una crisi politica: quando Putin fu nominato primo ministro, nell’agosto del 1999, diventò la quarta persona a ricoprire quella carica nel giro di un anno e mezzo.

Vladimir Putin, secondo a sinistra, insieme all’allora presidente Boris Eltsin, a destra, nel giorno della sua nomina a primo ministro russo (AP Photo/ITAR-TASS)

Fin da subito Putin cercò di impostare i rapporti con l’Occidente sulla base della cordialità, sapendo bene, verosimilmente, che in quel momento storico la Russia si trovava inevitabilmente in una posizione subalterna.

Nel marzo del 2000, durante un’intervista con BBC, Putin aprì alla possibilità che la Russia potesse aderire alla NATO. Verso la fine dell’anno sembra che lo ribadì anche all’allora presidente statunitense Bill Clinton. Il 25 settembre 2001 tenne uno storico discorso al Parlamento tedesco, a cui parlò in perfetto tedesco sostenendo che la Guerra Fredda fosse «finita», che «il principale obiettivo della politica interna russa è soprattutto quello di garantire i diritti democratici e la libertà», e che Russia e Occidente avrebbero dovuto fare fronte comune nella lotta al terrorismo.

Ai tempi era un argomento molto sentito in Occidente. Appena due settimane prima del discorso di Putin, due aerei si erano schiantati contro le Torri Gemelle, a New York. Putin fu il primo leader internazionale a telefonare a Bush per esprimere solidarietà e offrire aiuto, e nei mesi successivi lasciò che in vista dell’invasione dell’Afghanistan gli Stati Uniti si insediassero militarmente in una serie di paesi dell’Asia centrale che la Russia considera tipicamente parte della sua area di influenza.

Putin fu poi molto abile a costruire estese relazioni commerciali soprattutto con i paesi europei, di cui approfittò per garantire alla Russia una certa prosperità economica. Fin dal suo insediamento come primo ministro incoraggiò gli investimenti stranieri in Russia e spinse gli oligarchi russi a fare altrettanto all’estero. Nel 2000 Ikea aprì il suo primo negozio in Russia, a Mosca, e poco dopo arrivò anche la catena francese di supermercati Auchan. Nel 2003 la compagnia petrolifera Shell investì 10 miliardi di dollari in un progetto energetico sull’isola di Sachalin, nell’est della Russia, mentre nello stesso anno l’oligarca russo Roman Abramovich comprò il Chelsea, nota squadra di calcio inglese. Sergey Aleksashenko, ex funzionario della Banca centrale russa negli anni Novanta, ha detto al Washington Post che quegli anni furono una «luna di miele» per gli investimenti stranieri in Russia.

In Occidente però non ci si accorse, oppure più probabilmente si decise di chiudere un occhio, dei secondi fini che guidavano Putin. Gli investimenti stranieri e i proventi dalla vendita di gas e petrolio servirono a Putin per consolidare attorno a sé un sistema di potere ancora oggi solidissimo. La lotta al terrorismo per Putin significava soprattutto avere una cornice per legittimare le campagne militari russe contro gli indipendentisti ceceni, avvenute in più riprese fra 1999 e 2009.

La cooperazione nell’ambito della sicurezza portò comunque a qualche frutto, concretizzato proprio negli accordi di Pratica di Mare. Dal punto di vista pratico, l’accordo prevedeva anche la nascita del Consiglio NATO-Russia, cioè un’assemblea permanente di funzionari incentrata sui temi della sicurezza e della cooperazione, che esiste ancora oggi (sebbene abbia perso da tempo la sua centralità). L’anno dopo, sulla scia di questa prima collaborazione, fu firmato il Founding Act on Mutual Relations, Cooperation and Securityun primo impegno reciproco ad astenersi da minacce e uso della forza, che conteneva per esempio la promessa di «costruire insieme una pace duratura e inclusiva nell’area euro-atlantica in base ai principi di democrazia e sicurezza cooperativa».

Da sinistra: il presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi, il presidente russo Vladimir Putin, il segretario generale della NATO George Robertson e il presidente statunitense George W. Bush nei giorni degli accordi di Pratica di Mare (DANILO SCHIAVELLA / ANSA)

Nel frattempo Putin diede comunque una serie di segnali sulla direzione che avrebbe preso il suo governo. Nei primissimi giorni del suo governo l’esercito russo uccise migliaia di civili durante l’assedio della città di Grozny, in Cecenia. Nel 2003 fece arrestare l’imprenditore Mikhail Khodorkovsky, che allora era uno degli uomini più ricchi in Russia ma soprattutto il suo principale critico e avversario politico. L’anno successivo si oppose all’annullamento delle elezioni presidenziali in Ucraina che portarono all’elezione del filorusso Viktor Yanukovych, poi rimosso da una sentenza della Corte Suprema ucraina per via delle molte irregolarità prima e dopo il voto.

Sempre nel 2004 poi diversi paesi dell’Europa orientale che avevano fatto parte dell’Unione Sovietica o del Patto di Varsavia scelsero di aderire alla NATO, con una decisione che la Russia e Putin avvertirono come una provocazione, considerando quei paesi come parte della propria naturale sfera di influenza, nonostante l’Unione Sovietica fosse crollata da tempo.

Da quel momento in poi Putin ha cambiato registro, allontanandosi dai toni concilianti dei primi anni del suo mandato per utilizzare una retorica sempre più anti-occidentale. Nel 2007 approfittò dell’annuale Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera per denunciare l’esistenza di «un unico padrone del mondo», cioè gli Stati Uniti, che accusò anche di una «forza eccessiva nelle proprie relazioni internazionali».

A questa retorica, poi diventata sempre più aggressiva negli anni, Putin ha dato seguito riducendo i rapporti con l’Occidente nell’ambito della sicurezza e della diplomazia – scegliendo per esempio di ignorare trattati e convenzioni internazionali sottoscritte pochi anni prima – ma non nel settore commerciale. Le esportazioni di energia dalla Russia all’Europa erano persino aumentate negli ultimi anni, e nonostante alcune turbolenze le aziende occidentali avevano continuato indisturbate a investire in Russia, così come gli oligarchi russi all’estero. Le cose sono cambiate il 24 febbraio del 2022, cioè il giorno in cui Putin ha deciso di invadere l’Ucraina.