• Libri
  • Venerdì 22 aprile 2022

L’arte nigeriana di arrangiarsi

L'insufficienza dei servizi statali ha avuto anche conseguenze positive, come racconta il nuovo numero di The Passenger

Caricamento player

La Nigeria è il primo stato africano raccontato da The Passenger, il libro-rivista della casa editrice Iperborea dedicata a paesi e città. È stato scelto perché fatto di «superlativi e di estremi» e perché «incarna molti dei problemi e delle promesse dell’Africa subsahariana»: le dipendenze dalle risorse naturali, le sfide del cambiamento climatico, una popolazione molto giovane (l’età mediana è di 18 anni) e un’economia digitale in forte crescita. Attraverso articoli, ricordi personali, inchieste, consigli musicali e letterari, il nuovo numero uscito ad aprile racconta un paese che, secondo le proiezioni, nel 2050 sarà il terzo al mondo per popolazione, e dove già oggi è nato un africano su sei.

Tra i vari interventi, la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie racconta Lagos, la caotica capitale economica, mentre lo scrittore A. Igoni Barrett, autore del romanzo Culo nero, scrive un ricordo della nonna Ineba che è insieme un ritratto della classe media nigeriana; poi si parla dei territori devastati dall’estrazione petrolifera, degli emigranti di Benin City, dell’afrobeats e di Nollywood, l’importante industria cinematografica del paese. Tutte le fotografie del numero sono state scattate da Etinosa Yvonne, fotografa, documentarista e artista nata in Nigeria.

Lagos, 27 dicembre 2021 (Etinosa Yvonne)

Di seguito, un estratto di un articolo scritto dalla giornalista olandese Femke van Zeijl, che dal 2012 vive in Nigeria, sull’arte del fai da te: resa necessaria dall’assenza cronica dello stato, è a volte occasione di innovazioni inaspettate e descrive bene il carattere della società nigeriana.

***
La società del fai da te
di Femke Van Zeijl
Traduzione di Cristina Vezzaro

Una ragazza in posa in un resort privato ad Abraka, nello stato del Delta (Etinosa Yvonne)

I gas di scarico si diffondono in dense nubi sopra il traffico paralizzato di Bodija road. È sabato sera e tutta Ibadan sembra voler andare da qualche parte. La strada è a due corsie, ma le auto si sono pigiate di loro iniziativa su tre file. Un tassista, nella speranza di arrivare più rapidamente a destinazione, si lancia contromano con la sua Micra scassata, e a quel punto il caos diventa totale. Il suo taxi rosso e giallo incappa in un fronte strombazzante di auto in direzione opposta, e alle sue spalle il traffico si è già richiuso, paraurti contro paraurti. È lo stallo: nessuno riesce più ad andare né avanti né indietro. Nel cuore di una delle più grandi città della Nigeria la circolazione è bloccata, e dei vigili urbani, che normalmente regolano il traffico da un gabbiotto metallico al centro di quell’incrocio congestionato, non c’è traccia.

Poi accade un piccolo miracolo. Un uomo alto scende dalla sua auto, si dirige verso la Micra e inizia a discutere animatamente con il tassista. Poi comincia a gesticolare in direzione delle auto incolonnate come un direttore d’orchestra ed ecco: iniziano davvero a muoversi. Tutti gli automobilisti, ubbidendo al vigile improvvisato come fosse un agente in divisa, inseriscono docili la retromarcia. Metro dopo metro, l’uomo riesce a liberare l’incrocio, poi risale in macchina e riparte.

Questa scena si è svolta in una strada affollata che porta al mercato di Ibadan, a più di cento chilometri da Lagos, ma potrebbe capitare anche a Kano nella confusione del festival Durbar, o a Enugu, nel Sudest del paese, o anche a Port Harcourt, la città petrolifera sul delta del Niger. I nigeriani non hanno bisogno delle autorità per risolvere problemi di questo genere: fanno da sé.

La mentalità nigeriana del fai da te va ben oltre al trovare la soluzione per un banale ingorgo stradale. Dopo decenni di indifferenza e di interventi insufficienti da parte dello stato, i nigeriani si sono abituati a cavarsela da soli: nessuno fa affidamento sui servizi pubblici, in genere inadeguati se non del tutto assenti. L’inventiva con cui fanno fronte a queste difficoltà non conosce limiti. Ogni famiglia è uno stato a sé» sostengono i nigeriani: un modo di dire che si riflette in quasi tutti gli aspetti della vita pubblica e privata e offre la chiave per comprendere meglio un paese che rappresenta un universo a sé stante.

L’aspetto più straordinario della società del fai da te è il modo in cui i nigeriani si procurano la corrente elettrica. Il più grande produttore di petrolio dell’Africa non riesce a fornire più di quattromila megawatt di elettricità a una popolazione che, secondo le stime, conta oltre duecento milioni di persone: nemmeno un decimo del fabbisogno nazionale di energia. Il 43 per cento degli abitanti non è allacciato alla rete elettrica, e agli altri la luce salta in continuazione E così, si innalza un coro ruggente di gruppi elettrogeni. Un tempo l’acquisto di un generatore di corrente era fuori dalla portata del nigeriano medio, ma da quando esiste un modello mini, da cinque litri, le cose sono cambiate. «I-better-pass-my-neighbour», lo chiamano così, «Devo far meglio del mio vicino». A pieno carico il serbatoio da cinque litri di benzina mista a gasolio ha un’autonomia di più o meno cinque ore e permette di utilizzare circa 750 watt: una manciata di lampadine, un ventilatore e una tv.

Il modello mini si adatta anche a piccoli balconi, e il suo lancio negli anni Novanta ha democratizzato l’uso dei generatori in Nigeria, prima riservato alle élite. Ora si trovano nei mercati, nelle strade dei negozi, nei quartieri della classe media, nelle baraccopoli, in campagna e nei campi profughi. Il fracasso dei motori è il sottofondo musicale della società del fai da te, e chiunque visiti il paese per la prima volta resta sbalordito dal rumore e dal tanfo di questa alternativa popolare alla distribuzione di energia elettrica.

Due bambine si fanno fotografare in un parco a Victoria Island, durante le feste di Natale (Etinosa Yvonne)

Il problema del rumore e dei costi elevati – i nigeriani spendono ogni anno circa venti miliardi di euro in carburante per i loro generatori – hanno spinto sempre più le persone a cercare nuove soluzioni per l’approvvigionamento privato di corrente. Lo di- mostra la crescente popolarità dei pannelli solari: negli ultimi anni il mercato ha registrato una crescita esponenziale, tanto da collocare la Nigeria tra i cinque paesi con il maggior numero di impianti solari domestici. Le celle in silicio luccicano ormai sempre più spesso nelle ville dei ricchi e sui tetti della classe media. In Europa, un pannello solare sul tetto rappresenta più che altro una scelta ambientale consapevole, mentre negli Stati Uniti il modello di vita off-the-grid, autosufficiente, è ormai un movimento politico; in Nigeria, invece, l’energia solare è una pura necessità, nonché la logica conseguenza della certezza che, prima o poi, la rete elettrica pubblica ti pianterà in asso.

L’impegno con cui i nigeriani si sono dati da fare per risolvere il problema da sé ha fatto sì che per quanto riguarda l’energia solare il paese sia uno dei mercati più in crescita al mondo. È probabile che, di questo passo, la Nigeria non otterrà mai una copertura capillare della rete elettrica, ma in compenso passerà subito a una rete più sostenibile di energia rinnovabile. In questa prospettiva, il pesante ritardo nello sviluppo del paese – poche nazioni hanno un approvvigionamento elettrico peggiore della Nigeria – può rappresentare un’occasione per lo sviluppo stesso.

Tra l’altro, per la famiglia nigeriana media l’energia elettrica è indispensabile anche per alimentare la pompa dell’acqua in cortile. Infatti, oltre alla fornitura elettrica, anche quella idrica è carente: solo il dieci per cento dei nigeriani ha accesso all’acquedotto. Le cose non sono cambiate dai tempi coloniali.

Quando Lord Lugard, il primo governatore generale britannico della Nigeria, avviò nel 1915 le opere pubbliche di ingegneria idraulica di Lagos, ai contadini della zona fu detto che da quel momento in poi non avrebbero più potuto utilizzare i due fiumi da cui prendevano l’acqua per lavare i panni o per fare il bagno: divieto sottoposto a rigida sorveglianza da parte di pattuglie della polizia. Ma non potevano nemmeno servirsi dell’acquedotto: la conduttura di ferro che da Iju si estendeva per 35 chilometri sulla terraferma per raggiungere Ikoyi, l’isola su cui viveva l’élite coloniale, non aveva diramazioni in nessuno dei villaggi che incontrava lungo la strada. La popolazione locale dovette perciò continuare a far affidamento sui pozzi e sulle sorgenti naturali.

Nel XXI secolo nella metropoli più grande dell’Africa ci sono ancora quartieri i cui abitanti non hanno mai visto l’acqua dell’acquedotto, in nessun momento della storia. E la limitata rete idrica esistente non è mai cresciuta in maniera proporzionale alla popolazione, cosicché l’acqua ogni due per tre smette di scorrere. Neppure essere collegati alla government water, come i nigeriani chiamano l’acqua delle condutture, offre pertanto alcuna garanzia.

Ciò che vale per Lagos vale per tutta la Nigeria. A Maiduguri, la città nel Nordest oggi sovrappopolata in seguito agli atti di violenza di Boko haram nella regione, metà delle famiglie deve procurarsi l’acqua in autonomia. E in alcuni quartieri della città di Uyo, nel Sud del paese, sono anni che non esce più nulla dal rubinetto. Perfino gli abitanti di Abuja, la capitale costruita nel centro del paese negli anni Ottanta del secolo scorso, si ritrovano regolarmente a corto d’acqua.

Non c’è quindi da stupirsi che anche per questo problema l’approccio fai da te sia ampiamente diffuso. Nel quartiere manca la rete idrica o non ci sono riserve di acqua piovana? I nigeriani scavano un pozzo in cortile, installano una pompa e costruiscono una cisterna alta come una casa per raccogliere l’acqua. Così gli skyline di quasi tutte le città nigeriane sono punteggiati di serbatoi neri, blu e verdi che spiccano sopra i tetti a testimoniare che quelle famiglie, per provvedere all’approvvigionamento idrico, devono arrangiarsi da sole.

Chi non ha i soldi per farlo–è raro che le strategie fai da te siano economiche – può sempre rivolgersi ai maruwas: ragazzi che spingono per le strade carri con venti taniche da cinquanta litri d’acqua, che vendono per somme modeste. I portatori d’acqua provengono perlopiù dal Nord, da cui il loro nome: «maruwa» in hausa, la lingua franca del Nord della Nigeria, vuol dire «proprietario dell’acqua».
Tutto questo esemplifica perfettamente la legge universale della società del fai da te: non appena viene a mancare un servizio pubblico, ci sono imprenditori che colmano la lacuna.