Il centro logistico della Teva Pharmaceutical a Shoam, in Israele (AP Photo/ Dan Balilty, File)
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  • venerdì 31 Dicembre 2021

Una casa farmaceutica è stata giudicata responsabile per la crisi degli oppioidi negli Stati Uniti

Per una giuria Teva Pharmaceuticals ha contribuito al disastro sanitario che ha causato la morte di centinaia di migliaia di persone

Il centro logistico della Teva Pharmaceutical a Shoam, in Israele (AP Photo/ Dan Balilty, File)

Per la prima volta, in un’aula di tribunale un’azienda farmaceutica è stata giudicata responsabile di aver contribuito alla crisi sanitaria degli oppioidi negli Stati Uniti. Secondo la giuria di un processo in corso a New York da giugno, la divisione americana di Teva Pharmaceuticals, un’azienda israeliana, ha deliberatamente minimizzato i potenziali rischi dei propri farmaci antidolorifici in commercio e non ha adottato misure sufficienti per prevenire la loro diffusione eccessiva tra la popolazione nello stato di New York.

Gli oppioidi sono farmaci che vengono usati per la gestione del dolore. Cominciarono a essere sintetizzati nel primo Novecento, ma la loro grande diffusione risale agli anni Novanta. In quel periodo l’azienda farmaceutica americana Purdue cominciò a vendere l’ossicodone, commercializzato come OxyContin, facendo una campagna di marketing molto aggressiva per convincere i medici a prescriverlo ai propri pazienti, sostenendo che potesse essere usato per trattare i dolori cronici senza problemi di dipendenza. Negli Stati Uniti molti medici abusarono delle prescrizioni di ossicodone, e in moltissimi casi i pazienti cominciarono a prolungarne l’assunzione anche oltre i termini raccomandati: ma sia l’ossicodone che altri oppioidi creano grossi problemi di dipendenza, e hanno causato la morte per overdose di centinaia di migliaia di persone negli ultimi 20 anni.

Purdue comunque non è l’unica azienda farmaceutica che ha avuto un ruolo nella diffusione degli oppioidi. Teva Pharmaceuticals, al pari di altre aziende produttrici di questi farmaci, è coinvolta in molte delle migliaia di cause relative all’epidemia di dipendenza da oppioidi negli Stati Uniti.

Quella in corso a New York è la seconda in cui si arriva a un verdetto (il mese scorso, in Ohio, ce n’era stato un altro che aveva riconosciuto la responsabilità delle catene della grande distribuzione CVS, Walgreens e Walmart) e la prima che riguarda sia le aziende produttrici di farmaci sia la filiera della grande distribuzione che li vende. Nei prossimi mesi verrà stabilito a quanto ammonteranno i risarcimenti a carico di Teva e delle altre società ritenute responsabili.

Il processo riguarda in particolare la crisi legata al consumo di oppioidi nelle contee di Nassau e Suffolk. Secondo i dati dei Centers for Disease Control and Prevention, il più importante organo di controllo sulla sanità pubblica negli Stati Uniti, tra il 2010 e il 2018 i numeri dei morti per overdose a causa degli oppioidi nelle due contee sono raddoppiati, fino ad arrivare rispettivamente a più di 1.600 morti e a oltre 3mila nel 2019. Secondo la giuria, anche il governo dello stato di New York è in parte responsabile di aver contribuito alla crisi perché avrebbe dovuto regolamentare in maniera più rigida la circolazione delle sostanze.

Poco prima dell’inizio del processo, l’azienda farmaceutica Johnson & Johnson aveva annunciato che avrebbe pagato 230 milioni di dollari allo stato di New York nell’ambito di un accordo per risolvere le proprie pendenze legali per la crisi degli oppioidi. Alcune settimane dopo i tre principali distributori di oppioidi negli Stati Uniti, Cardinal Health, McKesson Corp e AmerisourceBergen, avevano patteggiato con lo stato di New York risarcimenti per un totale di oltre 1 miliardo di dollari.

Un anno fa invece Purdue – finita in bancarotta nel 2019 – si era dichiarata colpevole delle accuse rivolte a suo carico nell’ambito di un accordo con il dipartimento di Giustizia americano, che prevedeva una sanzione da 8 miliardi di dollari e 225 milioni e stabiliva che nessun dirigente o azionista dell’azienda sarebbe finito in carcere. Il 17 dicembre un tribunale ha dichiarato illegittimo l’accordo, ma ci si aspetta che Purdue ricorrerà in appello.

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