(Cecilia Fabiano/ LaPresse)
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  • venerdì 24 Dicembre 2021

Chi muore oggi di COVID-19

Soprattutto i non vaccinati, se si considera l'incidenza sulla popolazione, cioè l'unico dato che ha senso guardare per capire i decessi

(Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Nella cosiddetta quarta ondata, quella in corso, si sta registrando una crescita significativa dei casi, dei ricoveri e anche dei morti. Fin dall’inizio della pandemia, il dato sui decessi è sempre stato uno dei più significativi e rilevanti, nonostante abbia mostrato qualche limite (dovuto per esempio al fatto che spesso viene comunicato con un certo ritardo o in maniera incompleta). È un dato molto interessante da osservare anche oggi, soprattutto se messo in relazione con la percentuale di persone vaccinate.

Ne ha parlato per esempio il presidente del Consiglio Mario Draghi durante la conferenza stampa del 22 dicembre, quando ha detto che «dei decessi, tre quarti non sono vaccinati». Secondo gli ultimi dati disponibili, pubblicati nel bollettino di sorveglianza dell’Istituto superiore di sanità (ISS), l’affermazione di Draghi non è però corretta.

Dal 22 ottobre al 21 novembre, i morti per COVID-19 sono stati 1.755. Tra loro, 722 non erano vaccinati, mentre 1.033 avevano ricevuto almeno la prima dose del vaccino. Se si guardano solo i numeri assoluti, il 58,9 per cento dei morti aveva ricevuto almeno una dose e il 41,1 per cento non era vaccinato.

Per capire bene questi dati, c’è però da tenere in mente una cosa. Osservare i numeri assoluti è fuorviante, perché quando in una popolazione ci sono molti vaccinati si verifica un “paradosso”: man mano che le persone vaccinate aumentano, si arriva a un punto in cui i contagi e i decessi tra i vaccinati sono in termini assoluti più numerosi rispetto a quelli tra i non vaccinati; in una popolazione completamente vaccinata, ovviamente morirebbero solo i vaccinati. Per questo è più utile guardare i valori percentuali, cioè l’incidenza sulla popolazione.

Come mostra il grafico, se si guarda all’incidenza sulla popolazione, in tutte le fasce di età la stragrande maggioranza dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi da COVID-19 riguarda persone che non si erano vaccinate. È un dato che ci dice qualcosa che sappiamo già: cioè che il completamento del ciclo vaccinale (quindi le due dosi) riduce significativamente il rischio di ammalarsi gravemente di COVID-19; e che il richiamo (cioè la terza dose) ha un ulteriore effetto in questo senso, soprattutto contro la variante omicron. Per i non vaccinati, i rischi sono enormemente maggiori.

Le cose da sapere sul coronavirus

In totale, dal 22 ottobre al 21 novembre, tra i non vaccinati ci sono stati 19,9 morti ogni 100mila persone. Tra chi è completamente vaccinato da oltre 150 giorni, cioè ha ricevuto due dosi del vaccino o una dose di Johnson & Johnson più di cinque mesi fa, i morti sono stati 2,8 ogni 100mila persone. L’incidenza è più bassa tra chi ha completato la vaccinazione da meno di 150 giorni, 1,9 morti ogni 100mila persone, e ancora inferiore per chi ha ricevuto la terza dose: 1,4 ogni 100mila persone.

Nel bollettino di sorveglianza, l’ISS stima anche quale sia il rischio di morire di una persona protetta dal vaccino e di una non vaccinata.

Secondo gli ultimi dati, per una persona non vaccinata questo rischio è 7,1 volte superiore rispetto a chi ha completato il ciclo vaccinale da oltre 150 giorni, 10,5 volte superiore rispetto a una persona che è completamente vaccinata da meno di 150 giorni, e 14,2 volte superiore rispetto a chi ha ricevuto il richiamo.

Un altro dato da tenere d’occhio è quello dell’età delle persone che sono morte per COVID-19. Per il momento, l’età media sta continuando a essere piuttosto alta, attorno agli 80 anni, come era accaduto durante le altre ondate.

Nel prossimo grafico si può vedere l’andamento dei decessi per fasce d’età dall’inizio di ottobre e fino all’inizio di dicembre. A livello assoluto la maggior parte dei decessi è stata segnalata tra gli ottantenni.

Nonostante la protezione garantita dal vaccino, per gli anziani i rischi di contrarre forme gravi di COVID-19 sono maggiori rispetto al resto della popolazione, perché sono più fragili e gli effetti della malattia potrebbero aggiungersi a quelli di altri problemi di salute.

Secondo l’ultimo rapporto dell’ISS sulle caratteristiche dei pazienti deceduti a causa della COVID-19, con i dati fino al 5 ottobre, la maggior parte dei morti aveva problemi cardiaci, ipertensione, diabete e problemi neurologici, malattie tipiche tra chi ha più di 80 anni e che possono essere tenute sotto controllo solo in parte tramite i medicinali e abitudini di vita più sane. Un alto numero di questi individui dopo essersi ammalato di COVID-19 ha sviluppato complicazioni come insufficienza respiratoria acuta, danno renale o cardiaco acuto, tutte condizioni che non si sarebbero probabilmente verificate in assenza di un contagio.

Nel successivo grafico sono stati riportati tutti i casi distribuiti in base ai giorni trascorsi tra il ricovero in ospedale e il decesso. La durata mediana (cioè il valore per cui il numero di casi prima è uguale a quelli dopo) è dieci giorni. Rispetto alle ultime rilevazioni, sembra che la durata tra il ricovero e il decesso sia in aumento, segnale di una possibile e più efficace organizzazione delle cure.

A proposito del tempo: tutti i dati relativi ai decessi si basano su segnalazioni che risalgono a settimane, se non mesi fa. È quindi assai difficile capire davvero cosa stia succedendo oggi in Italia. Tra le altre cose, i limiti di analisi e interpretazione sono ulteriormente aumentati negli ultimi giorni con la rapida diffusione della variante omicron e probabilmente aumenteranno ancora di più: è molto complesso osservarne le conseguenze proprio a causa della notevole velocità con cui si sta muovendo l’epidemia.