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  • venerdì 24 Dicembre 2021

La grande inchiesta sugli abusi nel porno francese

È stata pubblicata da Le Monde, è il più grande caso di violenza sessuale di cui il sistema giudiziario del paese si sia mai occupato

La scorsa settimana Le Monde ha pubblicato una lunga inchiesta in quattro parti sul sistema di abusi nel mondo del porno amatoriale francese. Si tratta, scrive il quotidiano, del più grande caso di violenza sessuale di cui il sistema giudiziario del paese si sia mai occupato: due anni di indagini, 53 vittime identificate (fino ad oggi), otto persone incriminate per stupro di gruppo, traffico di esseri umani, sfruttamento della prostituzione, riciclaggio, abuso di vulnerabilità. Secondo Le Monde, sono stati identificati più di 500 uomini che potrebbero a loro volta essere perseguiti e che hanno partecipato alla pratica sessuale di gruppo al centro dell’inchiesta: il “bukkake”.

L’inchiesta, partita dal quotidiano Le Parisien, coinvolge le più grandi società francesi di distribuzione di film porno e riguarda una particolare categoria di video: i “porno pro-am” che accanto a dei professionisti presentano persone che non lo sono. Questi video, spiega Le Monde, sono il risultato di un sistema di violenze e di abusi molto elaborato: «Era uno stupro mascherato da video».

L’indagine documenta come l’industria del porno amatoriale «sia pronta a tutto quando si tratta di ottenere “materia prima”: donne molto giovani – 23,5 anni in media –, in una situazione di vulnerabilità e di inesperienza, che devono essere sfruttate al massimo prima di essere, per dirla con le parole di uno dei produttori coinvolti, “bruciate”».

L’adescamento
Dall’inchiesta emerge come le donne coinvolte, i cui nomi sono stati modificati, avessero alle spalle percorsi di vita molto difficili e vivessero situazioni di disagio, di isolamento e di grande difficoltà economica. È facendo leva su questa loro vulnerabilità che venivano adescate.

Uno dei personaggi centrali di questo sistema era Julien D. Quarant’anni, di Reims, sposato con figli, Julien D. aveva da diversi anni un’amante e aveva, soprattutto, una falsa identità sui social. L’uomo si nascondeva dietro il profilo di una modella di successo: Axelle Vercoutre, la cui immagine era stata rubata a un’influencer statunitense, Angie Varona.

Sotto questo falso profilo, a partire dal 2012, Julien D. aveva contattato centinaia di giovani donne entrando in confidenza con loro, raccontando la propria vita, non mostrandosi mai dal vivo, ma mostrando molto interesse per le difficoltà delle sue interlocutrici.

Le Monde scrive che Julien D., nei panni di Axelle, era diventato per molte di loro una sorta di “migliore amica” virtuale. «Sembrava che avessimo molte cose in comune», ha raccontato ad esempio Emilie, una delle donne coinvolte. «Questa persona è riuscita a raccogliere molte informazioni su di me per manipolarmi e farmi sentire che eravamo vicine e più o meno uguali», ha detto un’altra. Héloïse, una terza donna coinvolta, era preoccupata per la salute della sorella e Axelle le aveva fatto credere di avere a sua volta una sorella in ospedale: «Da lì in poi, per sei mesi, abbiamo parlato tutti i giorni: come due ragazze normali che hanno delle preoccupazioni e che condividono tutto, a distanza».

Julien D. era anche un consumatore abituale di porno e, in particolare, dei video prodotti da un certo “Pascal OP”, sessantenne regista e produttore del sito “French Bukkake” che sui suoi profili condivide posizioni razziste, omofobe, misogine e molto violente. Julien D., con la sua identità femminile di Axelle Vercoutre, entrò in contatto con “Pascal OP” e diventò, col tempo, uno dei suoi principali reclutatori.

Di fronte alle difficoltà finanziarie delle donne con cui era entrato in confidenza, Julien D.-Axelle proponeva una soluzione: il lavoro di escort, che descriveva in modo molto positivo. Bastavano pochi incontri con uomini piacenti e ricchi per guadagnare migliaia di euro: «Prende il controllo del mio cervello, mi mette le cose in testa, mi manipola completamente. (…) Inizio ad abbassare la guardia, gli chiedo: “Sei sicuro?” Comincio a credere nelle sue soluzioni», ha raccontato una delle donne coinvolte.

Le testimonianze delle cinquantatré vittime (che non avevano mai considerato, e tutte lo ripetono con insistenza, la prostituzione come una soluzione ai loro problemi), sono molto simili: «Per molto tempo non l’ho considerata una cosa adatta a me e non credevo di poterlo fare. Era lei (Axelle, cioè Julien D., ndr) che mi contattava quasi tutti i giorni per dirmi che era andata a letto con più uomini in un solo giorno e che aveva guadagnato 2.000 e 3.000 euro. Non mancava mai di raccontarmi che era super facile, super figo e che durava dieci minuti».

E ancora: «A una ragazza che non aveva più i soldi per pagare l’affitto, Axelle inviava foto di mazzette di contanti». A Marianne, che non riusciva più a prendersi economicamente cura del figlio, Axelle mandava foto di Miami e altri posti lussuosi in giro per il mondo: «Mi sono detta: “Perché no, una volta, per prendere un po’ di soldi”». Questo tipo di scambio sui social poteva durare settimane o a volte mesi.

Il primo stupro
La seconda fase dell’adescamento consisteva nell’inviare a queste donne il contatto di un certo Sébastien Laurent, che in realtà era ancora una volta Julien D.

Laurent si presentava in modo molto professionale come il capo di un’agenzia di escort. Al telefono invitava le donne a incontrare uno dei suoi clienti, tutti molto facoltosi, che viveva a Reims, in cambio di una tariffa piuttosto alta: diverse migliaia di euro. L’indicazione data a queste donne era di andare a Reims e di prenotare, tutto a spese proprie, una camera d’albergo. Dopo la prestazione sarebbero state pagate da un corriere.

In queste camere d’albergo di fascia media, le donne adescate incontravano tutte lo stesso cliente: Julien D. che aveva con loro un rapporto violento e non consensuale.

Come spiegano le esperte e gli esperti di questo tipo di abusi, il primo stupro messo in pratica dal reclutatore ha una funzione ben precisa: si tratta di una sorta di iniziazione per vincere la resistenza delle vittime e ottenerne la sottomissione sia fisica che psicologica. Anche in questo caso, le decine di testimonianze convergono. Héloïse: «Era molto violento. Alla fine avevo lividi dappertutto. Mi sentii come se stesse cercando di distruggere il mio corpo». Soraya: «Baciare era l’ultima cosa che potevo tenere per me, ma anche questo era riuscito a portarmi via».

Julien D., che è stato incriminato per stupro, ha dichiarato che quei rapporti erano consensuali, mentre tutte le donne coinvolte hanno detto che nessuna delle loro richieste era stata rispettata. Nonostante i netti rifiuti, Julien D. aveva costretto quasi tutte ad avere anche rapporti anali.

Non appena il cliente usciva, le donne ricevevano un sms: il corriere che avrebbe dovuto pagarle era stato arrestato dalla polizia. L’ordine era di cancellare tutti i messaggi e di lasciare immediatamente la stanza d’albergo.

Stuprate e truffate, le donne tornavano a rivolgersi all’unica persona che secondo loro poteva ascoltarle e comprenderle: Axelle. «Dopo la mia esperienza a Reims ero distrutta, ancora più sola, e c’era solo lei a rassicurarmi», dice Héloïse. Axelle, cioè Julien D., forniva una sorta di servizio post-vendita per i suoi stessi abusi: “il boia e lo strizzacervelli”, per usare l’espressione di una delle donne coinvolte, scrive Le Monde.

I video
A quel punto, a queste donne sempre più vulnerabili e sempre più indebitate, Axelle proponeva una nuova soluzione. Diceva di essere in contatto con un regista di film porno «molto figo», che lavorava per un sito riservato a pochi iscritti e con sede in Canada. Questo lavoro era pagato meno della prostituzione, ma comunque dai 500 ai 1.000 euro. Questa nuova attività, spiegava Axelle, avrebbe distolto queste donne dal pensiero dello stupro subíto e avrebbe fatto recuperare loro il controllo sul loro stesso corpo. Axelle metteva dunque in contatto le donne con il produttore “Pascal OP”.

Imane, dopo essere stata adescata da Axelle, accettò di realizzare un video per “Pascal OP”. Le condizioni: un unico partner, rapporti limitati alla penetrazione vaginale e alla fellatio, con preservativo. Le venne anche assicurato che il video sarebbe stato pubblicato esclusivamente sul sito canadese. “Pascal OP” le fece innanzitutto girare un video in cui lei dichiarava di essere consenziente e di non aver fatto uso di alcol o di stupefacenti. Poi, la portò in un appartamento di Parigi dove le condizioni vennero rispettate. Dopodiché la convinse e la spinse a girare altre scene di sesso anale, stavolta con due uomini.

“Pascal OP” riuscì anche a portare Imane a casa sua, la trascinò in una stanza e la costrinse a un rapporto sessuale: si rifiutò di pagarla e le ordinò infine di lavare i piatti.

I ricordi di Imane, scrive Le Monde, sono frammentati: nella sua testimonianza ha parlato anche di un video girato in macchina, di un altro fatto in un appartamento di Parigi con tre uomini («Soffrivo, gliel’ho detto, ma a loro non importava. Lì, mi hanno fatto di tutto, insieme, doppia penetrazione, sodomia… mi hanno costretta, mi hanno appoggiato la testa a terra e hanno continuato»). Ha raccontato che il produttore era molto aggressivo, che l’aveva minacciata di morte e che prima di lasciarla tornare a casa, a Marsiglia, l’aveva costretta a girare un’ultima sequenza, il pezzo forte dei suoi video: il bukkake, una pratica sessuale di gruppo in cui decine di uomini eiaculano sulla stessa donna.

«Era un capannone in una vecchia discarica di automobili. All’interno, circa 40 persone incappucciate aspettavano. Mi ha detto: “Questi ragazzi dei quartieri sono qui per farti del male”. Era un incubo. Dovevo mettermi in ginocchio, toccare tutti, lasciarmi fare di tutto». Nessuno aveva il preservativo. Alla fine Imane venne lasciata andare e non venne mai pagata. Altre donne, come lei, vennero pagate in contanti, ma con cifre inferiori rispetto a quelle pattuite.

“Pascal OP”, davanti al giudice per le indagini preliminari, ha contestato tutti i fatti, spiegando che le donne delle sue produzioni erano state tutte retribuite, che nei video «sorridevano», e che potevano andarsene in qualsiasi momento. Dalle analisi del capello di alcune di queste donne risultano tracce di zolpidem, un ipnotico, e molte hanno dichiarato di essere state costrette a bere e ad assumere droghe. Risulta anche che “Pascal OP” facesse uso di un software per produrre falsi test per le malattie sessualmente trasmissibili: diverse donne le hanno invece contratte e si sono dovute rivolgere a un ospedale.

Nella lunga inchiesta di Le Monde, vengono nominati e raccontati altri personaggi di questo sistema: tra loro, c’è Mat Hadix, 38 anni, che forniva le telecamere, affittava gli appartamenti o i capannoni dove venivano girati i video e che era il tramite tra “Pascal OP” e i più grossi siti di video pornografici francesi, come DorcelVision.

Non è chiaro che cosa sapessero queste società delle condizioni in cui si svolgevano le riprese di Mat Hadix e “Pascal OP”, scrive Le Monde, e fino ad ora tutte le richieste di commento inviate o sono cadute nel nulla o hanno ricevuto risposte evasive e generiche.

La pubblicazione
I video sono finiti su tutti i più grandi siti di video porno in streaming, e sono stati visti da centinaia di migliaia di persone. La maggior parte delle immagini è ancora liberamente accessibile su dozzine di siti, dice Le Monde. Le donne coinvolte sono state riconosciute, hanno dovuto lasciare il lavoro o sono state molestate.

Molte di loro si sono rivolte a “Pascal OP” per chiedergli di cancellare i video e il produttore, per farlo, ha chiesto loro dei soldi: il prezzo, circa 2.500 euro, comprendeva la rimozione dal sito “French Bukkake”, ma non dagli altri siti che li avevano già acquisiti. Alcune di loro si sono indebitate per pagare queste cifre. «Un’umiliazione suprema» per le vittime, scrive Le Monde: si sono ritrovate a finanziare il video «della loro tortura».

Violenza istituzionale
Nel racconto di Le Monde, la prima delle donne che hanno deciso di prendere parola viene chiamata con lo pseudonimo Soraya: è stata la prima a denunciare, seguita poi da altre 52 persone. Nel 2017, a due anni dallo stupro, Soraya si era rivolta alla procura di Bobigny. Nel 2018 era stata convocata in un commissariato, ma ha raccontato che il primo poliziotto con cui aveva parlato, il suo superiore e anche il pubblico ministero le dissero che non c’era niente che potessero fare: «Tutti mi hanno fatto capire che un’attrice porno non può essere stuprata».

Le Monde scrive che questa vicenda mostra anche le difficoltà delle istituzioni giudiziarie francesi ad affrontare la questione della violenza sessuale. Nella primavera del 2020, a Parigi venne aperta l’inchiesta su “Pascal OP” e sui suoi complici, ma in tutto il paese erano già state depositate, da anni, decine di denunce che erano state ignorate.

A Reims, dove viveva Julien D., erano almeno tre le donne che avevano sporto denuncia. Jennifer, ad esempio, lo aveva fatto nel febbraio del 2019 dopo essere stata stuprata in albergo.

Julien D. venne interrogato in questura, il 2 luglio di quell’anno venne arrestato dalla polizia e ammise, come risulta dai verbali della sua testimonianza, «di aver usato lo pseudonimo Axelle Vercoutre e di aver ingannato almeno una dozzina di donne facendole venire a Reims in un albergo per fare sesso con loro». Alla fine venne condannato a pagare una multa di mille euro.

Il movimento femminista francese Osez le Féminisme ha deciso di costituirsi parte civile in «questo processo storico», accompagnando alcune delle vittime e offrendo loro un sostegno psicologico, sociale o legale.