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  • giovedì 23 Dicembre 2021

I dischi più apprezzati del 2021

Quali sono i più citati nelle decine di liste di fine anno uscite sulla stampa internazionale, specializzata e non

Il secondo anno di pandemia ha visto la ripresa dei grandi concerti in diversi paesi, a partire dagli Stati Uniti dove in estate si sono tenuti anche festival con decine di migliaia di persone. Altrove però, come in Italia, la musica ha continuato ad attraversare il suo brutto momento, con pochi eventi dal vivo e tra molte difficoltà. A differenza del 2020, nel 2021 si sono visti più dischi da parte delle superstar da classifica, anche se non si è ancora tornati all’affollamento di uscite di prima. Ma come al solito le liste di fine anno più interessanti sono quelle che si concentrano prevalentemente su criteri e meriti che prescindono dagli streaming sulle piattaforme: è lì che si può mettere un po’ in prospettiva quello che si è ascoltato nei dodici mesi precedenti, e dove si possono scoprire musicisti e album che ci si era persi.

Il sito Album of the Year raccoglie le liste di fine anno di oltre cento siti, quotidiani e riviste internazionali, perlopiù anglosassoni, specializzate e non: e oltre a permettere la consultazione di ciascuna, compila anche una classifica aggregata con un suo sistema di punteggi. Permette di avere un’idea su quali siano i dischi più citati e apprezzati dai critici musicali, con un buon equilibrio tra le testate che tendono a premiare i cantanti più conosciuti e mainstream e quelle che invece scovano nomi e titoli di nicchia e indipendenti.

La lista mette insieme i 50 dischi che secondo i calcoli del sito sono stati più premiati nelle classifiche di fine anno. Tra i primi venti, elencati e descritti di seguito, ci sono molti musicisti britannici (sono quasi la metà) e la differenza più significativa rispetto agli anni scorsi è probabilmente la presenza più limitata di cantanti hip hop (cinque su venti). Sono presentati dal ventesimo al primo, anche se si possono considerare più genericamente i venti più citati nelle liste di fine anno.

Billie Eilish, Happier Than Ever

La cantante ventenne di Los Angeles che lavora con il fratello Finneas aveva sbancato le classifiche mondiali con When We All Fall Asleep, Where Do We Go? nel 2019. Il suo secondo disco ha avuto meno successo ed è stato accolto più tiepidamente dalla critica, ma lei rimane una delle più grandi popstar tra i più giovani. Secondo Consequence of Sound è «brutalmente onesto e introspettivo» e le ha fatto «oltrepassare una nuova soglia». I suoni e le atmosfere sono più riflessivi e sofisticati, e secondo Billboard «attraverso i suoi testi meditativi e la voce ricca di emozione, Eilish comincia a capire, come tutti noi, che essere “Più felici che mai” non è un processo semplice».

Adele, 30

Il quarto disco di Adele, la cantante britannica che era stata tra le più amate e significative dello scorso decennio, non ha probabilmente avuto l’impatto dei precedenti sulla cultura pop internazionale. È stato descritto come il disco del suo divorzio, e secondo BBC «certamente mette a nudo il dolore e la disperazione di un matrimonio che finisce, ma esprime anche un senso di liberazione personale e creativa da parte di un’artista cresciuta sotto i riflettori». Lindsay Zoladz, scegliendolo tra i suoi dischi dell’anno sul New York Times, ha scritto che è l’album in cui secondo lei Adele «si è aperta davvero con tutto il terrore e la gloria» che comporta la sua fama.

Snail Mail, Valentine

Snail Mail è il nome d’arte di Lindsey Jordan, 23enne del Maryland diventata famosa nel mondo dell’indie con il suo disco d’esordio Lush del 2018. Lei suona la chitarra con un gusto spiccatamente anni Novanta, e secondo la rivista Spin ha fatto un disco «maturo» che dimostra «una musicalità più ampia» e che include dei testi «schietti e consapevoli».

Squid, Bright Green Field

Sono inglesi di Brighton e questo è il loro primo disco, un concentrato di generi diversi che si ispira molto alla new wave e al post-punk degli anni Settanta e Ottanta: un «trionfo coinvolgente» secondo la rivista Crack, la cui caratteristica migliore, dice il sito The Quietus, «è quanto è divertente».

Lucy Dacus, Home Video

Ha 26 anni, è cresciuta in Virginia ed è al suo terzo disco. Da qualche anno è nei radar della critica musicale, ma con Home Video si è affermata come un’abile cantautrice, capace di confezionare «una vivida storia di formazione così personale da aver usato i suoi stessi diari dell’adolescenza per fare ricerche», ha scritto Zoladz. Ogni canzone «completa le altre mentre ci conduce attraverso le sue memorie personali come un album di fotografie», secondo Spin.

Self Esteem, Prioritise Pleasure

È un disco pop dell’inglese Rebecca Lucy Taylor, che in precedenza faceva parte della band di Sheffield degli Slow Club. Il Guardian l’ha messo al primo posto della sua classifica, descrivendolo come uno «srotolamento di emozioni represse con cui è incredibilmente facile empatizzare». Secondo la rivista inglese DIY, «ogni tanto arriva un disco che riesce ad articolare dei sentimenti universali in modo così acuto che sembra impossibile che nessuno l’avesse mai fatto prima», paragonando il disco alla popolare serie tv Fleabag: «un album che si arrabbia, flirta, fa sexting e sospira esausto, tutto contemporaneamente».

Mdou Moctar, Afrique Victime

Mahamadou Souleymane è un chitarrista nigerino di etnia tuareg le cui prime canzoni diventarono popolari oltre dieci anni fa nella regione del Sahel passando di telefono in telefono. Pian piano si è fatto conoscere fuori dall’Africa ed è arrivato al suo quinto disco, il primo a ricevere estesi riconoscimenti anche sulla stampa specializzata anglosassone. Canta e suona un genere definito spesso “desert blues”, una reinterpretazione della musica tradizionale centrafricana con le sonorità e le strutture del rock e del blues, specialmente quello degli anni Settanta. I concerti di Mdou Moctar sono descritti come particolarmente entusiasmanti, ed è stato paragonato nello stile a Jimi Hendrix (è mancino come lui). «Offre una prospettiva virtuosa che non è solo rinfrescante per la scena rock, ma che arricchisce l’anima» secondo Consequence of Sound.

Wolf Alice, Blue Weekend

I Wolf Alice diventarono famosi a metà del decennio scorso, e da allora sono una delle più quotate band rock inglesi. Blue Weekend è stato messo dal Guardian al secondo posto della sua classifica: «i disconi di pop-rock così sicuri di se stessi sono rari al giorno d’oggi, cosa di cui ci si lamenta spesso, ma è un piacere innegabile scoprirne uno abbastanza avventuroso, ambizioso e umano da ricordarti perché erano così importanti». È un disco con cui la band «ha rifinito i suoi punti di forza e ha creato senza paure qualcosa di grande e coraggioso: il fatto che abbiano centrato l’esecuzione lo rende ancora più piacevole», ha scritto DIY.

Lil Nas X, Montero

Uno dei cantanti più celebrati dello showbusiness americano nel 2021 aveva cominciato la sua carriera tre anni fa con “Old Town Road”, una canzone nata come meme che aveva finito per battere il record di sempre di permanenza in cima alla classifica di Billboard. Da allora, secondo Crack, Lil Nas X «ha attraversato un’evoluzione da meteora a una delle più importanti popstar di questo decennio». Secondo BBC «se c’è un artista che ha definito il 2021 è stato Lil Nas X, che ha provato che un cantante pop e rap nero, queer e insolentemente sex positive può essere una superstar».

The Weather Station, Ignorance

Band canadese di folk ricercato e ricco di influenze jazz, guidata dalla cantante Tamara Lindeman. Sono in giro da un sacco di anni ma erano rimasti fino a quest’anno perlopiù nella loro nicchia: Ignorance però è piaciuto tantissimo. Riesce a «fare musica sul cambiamento climatico senza sembrare troppo didattica e astratta», ha scritto Zoladz sul New York Times, mentre il Guardian ha parlato di atmosfere da «lutto climatico».

Jazmine Sullivan, Heaux Tales

Jazmine Sullivan detiene, insieme all’islandese Björk, il record di candidature ai premi Grammy senza avere mai vinto: ben quindici. Dal disco di esordio Fearless del 2008 a oggi ha frequentato spesso le classifiche americane, grazie a una gran voce e a canzoni eleganti tra l’R&B degli anni Ottanta e l’hip hop degli anni Novanta. Heaux Tales è il suo disco più apprezzato dalla critica, e il Los Angeles Times lo ha messo al primo posto della sua classifica descrivendolo come «un commovente e sagace insieme di canzoni e di testimonianze di amici e familiari di Sullivan», paragonandolo a Lemonade di Beyoncé.

Arlo Parks, Collapsed in Sunbeams

Anaïs Oluwatoyin Estelle Marinh è una giovanissima cantante e poetessa londinese che con il suo disco di esordio ha conquistato la critica inglese, vincendo il prestigioso Mercury Prize. Secondo BBC la sua musica «è sia universale sia iper-specifica», mentre il Guardian ha lodato i suoi testi capaci di «affrontare temi innescati o amplificati dalla vita confinata tra quattro mura, come il desiderio non corrisposto, la sessualità, la percezione del proprio corpo, il pregiudizio, il tradimento e la depressione».

Turnstile, GLOW ON

«Probabilmente la sola band di punk hardcore che ascoltano molti dei suoi fan, e sicuramente l’unica con una collaborazione con Dev Haynes [cioè il produttore e cantante soul Blood Orange]» ha scritto il sito The Fader. Esistono dal 2010, sono di Baltimora e secondo il Guardian hanno fatto un disco «che intrattiene tantissimo», prodotto da un discografico di lungo corso, Mike Elizondo.

Dry Cleaning, New Long Leg

I Dry Cleaning sono di Londra, dove si formarono nel 2017 dopo una serata al karaoke. Da alcuni anni se ne parla un gran bene tra appassionati di post-punk, con paragoni che tirano in ballo band leggendarie come i Joy Division e Siouxsie and the Banshees. La cantante Florence Shaw «interpreta un monologo generazionale che non si era visto prima: pensieri da stronzi, distratti, noncuranti che una coscienza avvelenata dalla vita di città e dai media digitali non riesce a fermare» ha scritto il Guardian.

Low, HEY WHAT

Veterani del rock americano originari di Duluth, Minnesota (la città notoriamente di Bob Dylan), i coniugi Alan Sparhawk e Mimi Parker – chitarra e batteria, e cantanti entrambi – continuano a essere rispettatissimi e celebrati per sfornare ancora oggi dischi sorprendenti e originalissimi. HEY WHAT arriva due anni dopo l’apprezzato Double Negative, ma ha dei suoni tutti nuovi, caratterizzati da un uso insolito delle chitarre elettriche, ricoperte di effetti in modo da produrre dei tappeti sonori ruvidi e avvolgenti, su cui si sviluppano le linee vocali di Sparhawk e Parker. «Se solo tutte le band suonassero così audaci a trent’anni di età» ha scritto Zoladz.

Olivia Rodrigo, SOUR

Olivia Rodrigo, californiana di origini filippine di 18 anni, è stata uno dei fenomeni del pop da classifica del 2021, intasando le piattaforme di streaming dopo essere passata dai musical della Disney. Ma il suo disco Sour non è stato solo un fenomeno adolescenziale, e ha interessato anche adulti e critici perché nel suo campionato è molto meno scontato di quello che ci si potrebbe aspettare. «Il dito medio di Olivia Rodrigo a chi la credeva una da un solo singolo», ha scritto Consequence of Sound, mentre il Guardian ha addirittura paragonato il suo impatto a quello di Britney Spears vestita da studentessa di liceo nel video di “…Baby One More Time”.

Japanese Breakfast, Jubilee

Nata a Seul e cresciuta in Oregon, Michelle Zauner è la cantante e frontman dei Japanese Breakfast, e quest’anno ha anche pubblicato un libro autobiografico (un memoir) tratto da un articolo che aveva scritto sul New Yorker sulla morte di sua madre. Jubilee è il terzo disco della sua band, «tra l’elettropop gorgogliante e chitarre alla Beatles» come ha scritto Spin. Un ottimo esempio di «disco post pandemico» secondo The Quietus, che «dà il senso di una lunga notte oscura arrivata infine alla sua conclusione».

Floating Points, Pharoah Sanders & The London Symphony Orchestra, Promises

«Tre mondi apparentemente diversi che collidono e si mescolano ipnoticamente» ha scritto BBC a proposito di uno dei dischi che hanno impressionato di più la critica quest’anno. Lo hanno fatto il dj e produttore di Manchester Floating Points, il leggendario sassofonista jazz americano Pharoah Sanders e l’Orchestra Filarmonica di Londra. Sanders ha 81 anni ed è uno dei più grandi jazzisti viventi, famoso per i suoi dischi da solista e per aver suonato a lungo nella band di John Coltrane. Nel disco fa il solista sopra un arpeggio di sette note sospeso ed enigmatico, tipico delle composizioni di Floating Points, che viene ripetuto per tutto il disco e riempito con il procedere dei brani dagli archi dell’orchestra. «Uno spiritual multi-genere e multi-generazionale del 21esimo secolo», dice BBC. Un disco «che ricompensa la pazienza», secondo il Guardian.

Tyler, the Creator, CALL ME IF YOU GET LOST

Tyler Gregory Okonma, 30enne cresciuto a Los Angeles, da anni è considerato uno dei migliori interpreti dell’hip hop contemporaneo. Call Me If You Get Lost è il suo sesto disco, uscito due anni dopo Igor, che aveva ottenuto un grandissimo successo di critica. Si è ripetuto: «il rapper che si era fatto conoscere un decennio fa come il più grande anarchico del suo genere rivela una cosa che era chiara da tempo a chi lo osservava da vicino: che ha un grande rispetto per la tradizione» ha scritto Jon Caramanica sul New York Times. Se con Igor Tyler, the Creator aveva fatto un disco che sconfinava spesso nel pop più ricercato, in Call me if you get lost c’è molto rap “vecchia scuola”, sempre incastrato in una grande eterogeneità di sonorità e influenze.

Little Simz, Sometimes I Might Be Introvert

La donna che ha fatto il disco più celebrato dell’anno si chiama Simbiatu “Simbi” Abisola Abiola Ajikawo, ha 27 anni ed è nata a Londra da genitori nigeriani. Aveva avuto il suo primo grande successo principalmente nel Regno Unito nel 2019 con il disco Grey Area, candidato al Mercury Prize: con Sometimes I Might Be Introvert, prodotto interamente da Inflo, che anima il progetto Sault ed è stato anche dietro a 30 di Adele, Little Simz si è affacciata nelle classifiche americane. «Compensa la mancanza di viaggi durante la pandemia timbrando il suo passaporto con le influenze del suono della diaspora» ha scritto il Guardian, mentre secondo the Quietus «ha messo insieme le sue canzoni più profonde scritte finora».