(Matt Cardy/Getty Images)

Il mondo sta per finire

«Siamo tutti con le gambe a cavallo di questo cratere. Per evitare di spostare il piede sbagliato e finire per tornare a voltarci indietro e rifiutare il presente che già è qua, per capire se possiamo accompagnare il vecchio che è in noi verso la rivoluzione digitale senza che si senta solo e arrabbiato, dobbiamo fare lo sforzo giusto, ovvero guardare il film in lingua originale e sforzarci di leggere i sottotitoli. In senso metaforico, si intende»

(Matt Cardy/Getty Images)

A ridosso della sua uscita tanto attesa nelle sale, un mio amico ha coinvolto un piccolo gruppo di conoscenti, tra cui me, ad andare al cinema – tornare, finalmente! – a vedere Dune.
Forse è stato a causa del caldo torrido percepito nella sala, o forse l’obbligo di tenere la mascherina per due ore e mezza ininterrotte – ma non si potrebbe risceneggiare per difetto e accorciare tutto il cinema da qui in avanti, per non sfinire il pubblico che è giustamente obbligato a ottemperare alle norme anti covid, per favore? – alla comparsa dei titoli di coda mi sono dovuto tenere forte allo schienale del sedile davanti a me per non alzarmi e gridare la stessa esclamazione di Fantozzi sulla incompresa – quella sì – corazzata Potemkin (“Kotiomkin”, nella versione fantozziana).

Raggiunta la strada, privi di ffp2, guardandoci negli occhi attraverso lenti di occhiali non più appannate, ci siamo confrontati, noi amici, su quale fosse l’urgenza artistica di costruire un ennesimo colossal a puntate su una storia così, diciamo, già vista e sentita in tutte le salse. Lo so che Dune è il libro fondante di tutto un genere, che se ami Lucas o hai anche solo il ricordo di tutta la sua variegata mitologia spaziale devi assolutamente andare alla fonte. E dunque ciucciarti il romanzo di Frank Herbert. Almeno il primo dei sei, o almeno fingere di aver visto il film di David Lynch e fingere di averlo molto amato.
Ma il problema per me non era nemmeno Dune in sé. Qualcosa mi sfuggiva e qualcosa non mi tornava.

Rincasando a piedi, sotto l’ombrello, quella sera piovosa pensavo al fatto che l’Occidente era ormai immaginificamente morto, finito. Esaurito. Consumato, ruminato, sfibrato, stracotto. Insomma, esausto. Anche più di me. Esausto come l’olio quando ha fritto per troppo tempo. Diciamo per troppi secoli.
Ho pensato: ma davvero noi siamo ancora rimasti lì? All’eroe giovane, maschio, e alla sua formazione per diventare uomo fatta di conquista e violenza. Con le donne che lo aiutano, al massimo, lo amano. O confondono, nell’ombra. E soprattutto con l’ideale della guerra giusta.
Siamo ancora lì. Imprigionati tra le pagine lette male e troppo presto della guerra di Troia?
Poi, arrivato a casa, sono andato a letto, dimenticando tutto.

Nei giorni successivi sono accadute diverse cose, tra cui la caduta e la fine del DDL Zan, con l’esultanza al senato di una fetta dell’onorevole emiciclo, come fosse il gol segnato ai rigori in Champions League. O forse piuttosto con la gioia irrefrenabile di chi ha scampato il pericolo fermandosi proprio sull’orlo di un burrone.
Non paghi di quest’esito, diversi intellettuali e giornalisti e giornaliste hanno proprio avuto a cuore, in tempi e da scrivanie diverse, di far presente al popolo quanto evidentemente certe questioni dovessero tornare al disinteresse che sempre le ha coperte, poiché da che mondo è porco mondo, le cose sono sempre andate in un certo modo, e tutto sommato eccoci, vivi e nemmeno così mal messi. Per cui facesse, il popolo, quel che vuole, ma non rompesse troppo con tutte queste idiozie infantilistiche di schwa, di cancellettismo, di piagnisteo a ogni spintone da dietro – o manata sul didietro – nella lunga e poco ordinata fila nella quale tutti siamo intruppati in questa dimensione chiamata esistenza, perché i grandi hanno da fare le cose importanti.

Da Galli della Loggia ad Aspesi, da Mattia Feltri a Tommaso Cerno, in molti hanno dedicato del tempo a scriverne per dirci, a noi popolo di descamisados pieni di paillettes, che il mondo degli adulti è un’altra cosa, che le leggi si scrivono per bene, e che la crisi economica mondiale è un problema, non le questioni delle persone trans per mancanza di prove, che è tutto un pensiero unico di identità così fluide da fare acqua da tutte le parti. E che insomma, tutto questo pretendere inclusività non lo capiscono proprio, e comunque a loro non piace per niente, perché presagio funesto di ignote derive liberticide.
Michele Masneri sul Foglio li ha chiamati “quelli del DDL Brondi” ovvero gli analogici dei diritti rispetto ad un mondo ormai più che digitalizzato, che come i nonni davanti ad uno smartphone che non capiscono, si irritano e decidono sia una diavoleria per principio – o più probabilmente per senso di inadeguatezza generazionale. E la vecchiaia qui non è certo questione puramente anagrafica, per quanto il secolo in cui ci si è formati può fare la differenza. Ma come si può essere lucidi testimoni del cambiamento e contemporaneamente far tesoro dell’esperienza gloriosa del passato? Ovvero essere dei Camilleri che, nonostante la cecità degli ultimi anni, i segni dei tempi li vedeva benissimo?

Mai come negli ultimi due anni il sistema capitalistico è stato messo in crisi, dalle questioni climatiche, dalle crisi delle democrazie in molti paesi ricchi e dall’assenza della democrazia in molti di quelli poveri – con la complice colpa dei primi sulla sorte dei secondi – e infine dal salto di specie del Covid. L’Occidente barcolla.

Una feroce critica fatta da dentro proprio all’impianto mitologico (e dunque a come immaginiamo debbano essere il mondo, la società, i rapporti umani, il lavoro, la felicità, la realizzazione di sé…) viene da due prodotti tipici dell’intrattenimento di regime occidentale: il cinema e le serie tv. Parasite e Squid Game infatti non raccontano l’esoticità della Corea del Sud, ma parlano direttamente a noi e di noi raccontando la Corea stessa, proprio grazie al suo essere diventata ancor più occidente di quanto possiamo aspirare da qui, e al suo riuscire, forse per un sottosuolo fatto di mitologia orientale, ad avere uno sguardo onesto e spietato sulla vacuità di gran parte del sistema valoriale a cui noi attribuiamo il significato della nostra vita.
Se pensiamo al flop abbastanza imbarazzante di tutti i summit per salvare il pianeta, ultimo quel Cop 26 – davvero cringe, per usare il linguaggio del nuovo secolo – capiamo che da un mondo fatto ancora in quel modo non si riesce più a cavar fuori un progetto credibile sulle sorti di tuttə noi già da un po’.
Il mondo, questo mondo, sta per finire.

Lo si vede proprio dalle nuove voci che finalmente hanno diritto di farsi ascoltare. Che mettono in discussione i Colombo, il Natale per tutti, il genere binario. Non per distruggerli, come dicono i vecchi spaventati, ma per toglierli dall’ombelico dell’universo. Per farli diventare, come tutto il resto dell’esistente, non più il centro, ma una delle periferie possibili. Si tratta di compiere una nuova rivoluzione cosmologica, in cui il mondo non giri più intorno al solo punto di vista che finora ha fatto, detto, scritto e raccontato l’universo a modo suo. Che ha scelto i nomi per chiamare sé e lə altrə senza mai chiedere il permesso. Il mondo sta cambiando dal basso e dall’alto. A partire dai cessi. Quelli pubblici, che cominciano ad essere senza genere. E dai premi: Nobel, Goncourt, Book prize, che cominciano ad arrivare ai discendenti o a parte delle culture, in minoranza e per secoli oppresse, del continente africano. Finalmente qualcuno ha dato voce a popoli a noi sconosciuti perché per scelta ignorati, ed oggi, scopriamo nuovi pianeti nel nostro sistema solare. I tigrini, gli yazidi, i rohingya, i karen, e addirittura troviamo giornali che finalmente scrivono e raccontano le differenze tra Rom, Sinti, Kalé e Romanichals. Il mondo sta per finire, quello che conoscevamo almeno.
Ma in realtà semplicemente stiamo scoprendo come era sempre stato anche se non volevamo ammetterlo.

Siamo sulla crepa che divide due civiltà, scrivono Maura Gancitano e Andrea Colamedici in L’alba dei nuovi dei, che non è solo il passaggio dalla scrittura al metaverso, in cui forse la prima scomparirà, e il secondo genererà nuove sinapsi cognitive nei nostri cervelli, che si adatteranno come hanno sempre fatto; ma perché a ciò corrisponda un cambio universale serve spostare i nostri centri. Ci stiamo provando, ma ancora siamo con un piede nel vecchio mondo.
Ancora, anche laddove possiamo essere di ogni etnia, di ogni identità di genere, di ogni orientamento, e con ogni corpo, ovvero l’inclusivo mondo dei brand internazionali, non possiamo essere poveri. Come canta Marracash nel suo ultimo album, l’inclusivo esiste ancora troppo nelle bolle esclusive di chi si può permettere di viverci. Al di qua di confini politici ed economici più che geografici. E là fuori stanno tutti coloro che per rendere la vita di quelli dentro comoda e piena di diritti di far quel che ci piace per essere felici – ci mancherebbe signora! – lavorano senza nomi, senza documenti (sapete in quanti paesi ai migranti entrati per cercar fortuna sono sequestrati i passaporti per tenerli a lavorare in stato di sfruttamento?), senza infanzia (eddai, ancora fingiamo di non sapere che siano bambini quelli che estraggono il cobalto dalle miniere africane per i nostri tablet/smartphone che poi molliamo ai nostri di bambini, perché si ipnotizzino e tacciano mentre noi ci beviamo il meritatissimo aperitivo con lə amicə?). Inutile dilungarmi sul fatto che dove non ci sono diritti umani, non c’è nessun rispetto per il pianeta e le sue risorse, sfruttate, disseccate, inquinate, dissipate, avvelenate.

E la moda non a caso è complice di questo sistema. I grandi brand lavorano da molto tempo a favore dell’inclusività. Ma non con troppa coerenza. Andrea Batilla, lucido osservatore del fashion system da abbastanza tempo e abbastanza da dentro e dall’alto per non cascare in tutto quello che la moda spesso si crede d’essere, sottolineava in un suo recente post su Instagram come i più rivoluzionari percorsi narrativi recenti, quello di Gucci con Alessandro Michele e quello di Balmain con Olivier Rousteing, in realtà ricalchino sempre e solo il vecchio, vecchissimo modello di racconto epico (capitalista, presidenzialista, colonialista?) dell’uomo forte. Del condottiero. Del cavaliere. E per andare ancora più a ritroso, dell’Eroe.
Unico, maschio, talentuoso, speciale.

Mentre invece il successo di un’azienda è evidentemente la sapiente collaborazione, il gioco di squadra di un pugno di talenti, sì, in cui però il singolo da solo vale uno, e il gruppo vale N all’ennesima potenza, per cui il goleador, senza il resto attorno, sarebbe ancora a segnare rigori alla porta di chissà quale campetto sportivo di periferia.
Mio marito mi dice che è perché il singolo eroe ha ancora una certa sexyness intrinseca, per cui in qualche modo ancora ci attizza quella vecchia idea del Napoleone condottiero che ci salverà.
Michela Murgia ha scritto un paio d’anni fa “noi siamo tempesta”, una raccolta di episodi veri di persone che hanno cambiato, al loro modo, il mondo, non perché speciali, uniche, impavide, invincibili o altro, ma perché semplicemente e miracolosamente INSIEME.

Racconti per costruire nell’adulto che li legge e nel bambino e nella bambina che li ascoltano il giusto fascino verso l’unico vero principio che può fondare una nuova era: l’interdipendenza. Tra esseri umani, e con il pianeta. La nascita di un nuovo Olimpo, la creazione di nuovi eroi. E di una nuova teologia. Che peraltro già profeticamente aveva esposto il gesuita Teilhard de Chardin nel 1955 con l’idea del Cristo cosmico, nel compimento del Regno solo nella relazione sana tra esseri viventi, e nella fattispecie tra l’uomo e tutti coloro e tutto ciò di cui è custode e comunque parte, non certo al di sopra. Troppo profetico anche nel suo vedere la famiglia tradizionale come un espediente della natura per “guadagnare tempo” in attesa di una maggiore maturazione della specie umana. Chissà come sarebbe felice della suora di clausura benedettina, madre della teologia queer, Teresa Forcades!

Ok, torniamo a Dune, o a Odisseo.
Ci sono due libri, best seller nelle rispettive due estati scorse, che in realtà erano già usciti anni fa, ma che sono svettati in cima alle classifiche di tutto il mondo grazie ad un successivo tamtam nato su tiktok, e dunque messo in atto da teenager a cui devono essere capitati in mano per caso, dopo che mamma o papà li avevano comprati – e forse letti – per se stessi. Sono Il canto di Achille e Circe di Madeline Miller, una grecista americana che ha avuto la geniale idea di raccontare lo stesso mito di sempre, pari pari a come l’ha scritto Omero in greco antico, usando il linguaggio di oggi e la lingua americana – certo più facile da tradurre – ma soprattutto facendo un semplicissimo quanto fondamentale spostamento, quello del soggetto che racconta.
Noi, che da sempre abbiamo seguito con emozione le avventure di Ulisse, le sue conquiste in battaglia, quelle amorose, le vittorie e quel che volete, scopriamo che agli occhi di Circe, figlia dei titani, immortale, e donna, non c’è nessuno di più idiota e infelice di quel vanaglorioso, sospettoso, seduttivo, narciso, incapace di vera empatia, disgraziata vittima dei suoi stessi desideri, del re di Itaca.
E finalmente tutto prende un nuovo significato.

Badate bene. Non succede nulla di decisivo. Tutt’altro, evidentemente. Almeno per ora. Ma prima ancora che le rivoluzioni possano accadere o meno, è necessario che cambi il mondo delle idee. Che arrivino nuovi dei a soppiantare i vecchi, prendendoli per i testicoli e tagliandoglieli di netto. Vi ricorda qualcosa, vero? È dunque normale che i vecchi non stiano seduti ad attendere la sorte.
Dunque le recrudescenze sovraniste, i reflussi suprematisti, le leggi teocratiche – che al bianco fanno paura solo se vengono dal Medioriente, ma sempre talebane sono – viste così sembrano (speriamo) dei forti colpi di coda, prima di restare esanime, del Crono che ormai ha esaurito il suo tempo ma non accetta di non essere più il protagonista, figurarsi l’ipotesi di venir dimenticato.
Come Freccero, che ha scelto di aggrapparsi al complottismo poiché per sua stessa ammissione la sua generazione si è fatta sempre fregare, dalla strage di Piazza Fontana in avanti. Come a dire: avendo sempre fallito per distrazione quando era il mio tempo, ora cercherò di rovinare il vostro. O come Silvio Berlusconi, che si è buttato nell’impresa presidenziale non certo per reali possibilità di poterlo diventare, quanto perché, chi a favore, chi contro, tutti si possa ancora e sempre parlare di lui.
Ma il mondo sta per finire, comunque.

E infatti ai Campi di Marte e alle battaglie dei soldati con le spade laser di Dune, oggi risponde il Camp delle battles a colpi di cadute e parrucche di Drag Race, nuove eroine piene di coraggio, forza e armi segrete, che spopolano nel format inventato da Ru Paul in tutto il mondo.
Su Netflix potete godervi il nuovissimo punto di vista che il maschio alfa sa dare a se stesso e all’immaginario “action movie” o ai cicli alla Van Damme: si chiama Cobra Kai. Sì, se eravate adolescenti negli anni Ottanta questo nome vi dice qualcosa: era la scuola di arti marziali da cui veniva il nemico giurato del protagonista di Karate kid con il maestro Miyagi, solo che qui tutto parte con Johnny Lawrence, che dal grande duello con Denny era uscito sconfitto, senza reputazione e senza le ragazze, sfilategli da quello sbruffoncello di Ralph Macchio, per l’appunto, che così buono poi forse non era.
Trentaquattro anni dopo, il fallito risale la china, e si scopre che il suo essere apparentemente il bullo della scuola era frutto di un’infanzia infelice, sofferta, incompresa. E l’analisi da dentro del machismo, ci fa capire quanto sia ridicolo e fuori tempo massimo il machista imbarazzo della Cina che si vergogna di non avere una squadra di hockey che possa vincere contro le altre solo perché ospita i giochi invernali. Ma davvero importa a qualcuno che tu debba vincere per forza anziché di quanto sarai capace di renderti ospitale, accogliente e rispettoso di chi verrà a visitarti? Siamo ancora a chi è più forte, che è come dire chi ce l’ha più lungo? Eppure molto di questo nostro oggi è ancora lì, attaccato al mondo che sta finendo. E ci è attaccato anche molto di noi.

Siamo tutti con le gambe a cavallo di questo cratere. Per evitare di spostare il piede sbagliato e finire per tornare a voltarci indietro e rifiutare il presente che già è qua, per capire se possiamo accompagnare il vecchio che è in noi verso la rivoluzione digitale senza che si senta solo e arrabbiato, dobbiamo fare lo sforzo giusto, ovvero guardare il film in lingua originale e sforzarci di leggere i sottotitoli.
In senso metaforico, si intende. Basta il tentativo di non accasciarsi per troppo tempo su un divano troppo molle fatto di vecchie certezze che no, non ci aiuterà a camminare meglio una volta rialzati. Coltivare il progetto di leggere tra le righe, ascoltando il suono delle voci originali, per abituare l’orecchio ad altri suoni, per non trasformare la sacra Malinconia – la ninfa gentile del lied di Ippolito Pindemonte – che è la mancanza di qualcosa di già avvenuto, il ricordo di quando il mondo era nostro perché eravamo giovani noi, non perché il mondo fosse migliore o noi più bravi, nella tremendissima Nostalgia, che come ha scritto Daria Bignardi in Oggi faccio azzurro finisce sempre per essere fascista.

La donna più influente d’Europa degli ultimi sedici anni, con quello che da ciò consegue nel resto del mondo, Angel Merkel, mentre faceva suonare un pezzo di Nina Hagen dalla banda ufficiale al suo congedo, lasciava come testamento morale la seguente frase: “vorrei incoraggiare a guardare il mondo con gli occhi degli altri”. Il più efficace manifesto di inclusività pronunciato da una figura politica. Gli altri, l’altro, noi, voi, loro. Ma vuoi vedere che anche lei aveva ascoltato Marracash?
E a questo punto qualcuno starà dicendo, da un pezzo: ok, ma quindi?

Secondo un recentissimo articolo sul Post, una condivisa teoria di sociologia sostiene che per cambiare il mondo basta che si metta d’accordo il 3,5 per cento della popolazione. Le cose si fanno insieme, ma nemmeno tutti. Siamo in un bellissimo momento di catarsi universale, in cui al posto dell’io mettere al centro il “noi”. Basta crederci davvero nei nuovi dei. Almeno in quattro ogni cento, per strafare.

E niente paura.
Come ha già fatto notare più di qualcuno, il mondo sta per finire. E non è la prima volta.

Diego Passoni
È stato frate e anche ballerino in televisione. Attualmente accompagna a casa gli ascoltatori di Radio Deejay dalle 17 alle 19 nel programma Pinocchio con La Pina e la Vale.