(Ansa/Davide Bolzoni)

“Living will”

«Varco per l'ennesima volta il limitare del braccialetto arancione al Monoblocco, là dove ti misurano la febbre e ti controllano il Green Pass: ho iniziato a venire qui, per il quarto d’ora di visita quotidiano, in giacchetta leggera di settembre, nel frattempo le foglie sono ingiallite, sono cadute tutte»

(Ansa/Davide Bolzoni)

“E in Padova il variare dell’issopo”. Molti anni fa chiesi a Mario Luzi la retta esegesi di questo verso, e lui con malcelato fastidio per la pedanteria del filologo rispose che tempo prima aveva passato dei mesi in un ospedale di Padova, osservando come l’avvicendarsi delle stagioni cambiava la forma e i colori di una piantina d’issopo che era lì sul davanzale della corsia.

Mi viene in mente, tutto questo, mentre varco per l’ennesima volta il limitare del braccialetto arancione al Monoblocco, là dove ti misurano la febbre e ti controllano il Green Pass: ho iniziato a venire qui, per il quarto d’ora di visita quotidiano, in giacchetta leggera di settembre, nel frattempo le foglie sono ingiallite, sono cadute tutte. Il tappeto si vede anche dai finestroni del piano terra, dove noi parenti dei pericolanti ci ritroviamo ogni giorno ad aspettare (e ritrovarsi, anche senza parlarsi, è già quasi una festa, perché chi non viene più ha giocato la vita a testa o croce): il reparto di terapia intensiva, il quarto del nosocomio, è stato messo su in fretta e furia in tempo di Covid in un’ala di disbrigo, doveva essere smantellato in estate, ma è prudentemente ancora lì (guarda in Clinica Medica i letti che giorno dopo giorno affollano quella che era la sala d’attesa: ci si prepara all’onda).

Le strade per cui parti dalla vita
e vi torni, non una innumerevoli
volte, i passi che portano lontano
e quelli che risalgono il versante…

E noi ora in piedi come irrequieti stoccafissi dinanzi a un muro che segna il discrimine tra la vita e la morte – di qua le macchinette distributrici di merendine, biscottini, caffè, dove si assiepano i medici e gli infermieri in pausa con le dita sporche di cioccolata scherzando sul loro altrove; di là, sull’altra faccia di quello stesso muro, l’odore dolciastro della disinfezione e i mille ripiani in cui con ordine maniacale si assiepano gli accessori – tubi, tubicini, cannule, condotti, ampolle, valvole, sfiati, drenaggi, cateteri, flebo, clisteri, sondini, aghi, siringhe… tutto ciò che può entrare nel corpo per aiutarlo (Infinity di Damien Hirst?), tutto ciò che può servire per iniettare tempo a chi non sembra averne più.

Io e te lo sappiamo, che il tempo è finito, e anche se, catafratto di soprascarpe guanti cuffie grembiali verdi, fatichi a riconoscermi con lo sguardo perso nel vuoto o gli occhi vinti dal nistagmo, io lo so, lo so che vorresti dirmi la stessa cosa che soffiasti con un filo di voce al momento di essere intubata (“basta, basta!”) – e sono state quelle, non “più luce”, le tue ultime parole. Ma nei colloqui sulle sedie blu nella sala che pare il centralino di una portineria, con 8 monitor che in luogo dei video di sorveglianza mostrano un rosario mobile di linee spezzate, di numeri, di bip (intercettano la vita?), in quei colloqui compunti si ragiona di parametri, statistiche, probabilità. Invale, va da sé, il paradigma ippocratico – “non darò mai un farmaco mortale”, si giurava in greco antico, e in una versione cristiana che curiosamente omette il connesso divieto dell’aborto, si specifica che il farmaco mortale mai, nemmeno “ek philías”, nemmeno per amore. Si vanta umanità ma si paventa l’omissione di soccorso – “lasciamo stare solo quando siamo certi che tutto si risolva in poche ore”, ti dice sottovoce uno dei tanti medici, ogni giorno diversi con i turni massacranti, che fronteggiano i parenti sospesi. E uno pensa a quella povera Karen Quinlan che nel 1975 rimase incrociata per anni, né viva né morta, con dentro il naso il medesimo sondino che ora nutre te, da troppo tempo ormai. E uno pensa a quel collega di Parigi la cui madre al Cairo l’estate scorsa, dopo due settimane di vano intubamento, fu pietosamente lasciata andare.

che mi viene di là ora? Memorie,
ambagi, è nulla, è come quando
una città pensata nella veglia
se dormi, s’addormenta sul tuo cuore
con i suoi trivi, i suoi vicoli strani
da porta a porta fino al fiume.

Nomi strani, in questo limbo in cui un giorno vai un po’ meglio e un giorno un po’ peggio, “a dente di sega” dice il dottore dal prolisso camice, ma se ne accorge quasi solo l’occhiuto portiere di notte nella guardiola degli otto monitor fosforescenti, mentre noi che restiamo a terra distogliamo lo sguardo, per un attimo, dallo sfacelo che sembra interminato. La marca Rusch un po’ dovunque, le valvole in eleganti confezioni francesi e i cateteri rettali di produzione turca; chissà da dove vengono, penso, i tubi che penetrano nel tuo collo a convogliare Propofol, Furosemide, Noradrenalina. E chissà da quale casa sono uscite stamani le persone, le persone indefesse che stanno sempre – arcigne le scadenze orarie affisse nel promemoria al muro – ad aggiustare manopole, calibrare siringhe, scrivere numeri a matita, sanificare, aspirare impurità; chissà quell’infermiera col tatuaggio al braccio, chissà quell’omone corpulento del sud, chissà quello specializzando alto dal sorriso pudico, se li incontrassi in abiti civili. Per loro (“dovere”, risponde uno di loro al “grazie”) c’è sempre un aldilà: dopo una flebo una colonstomia, dopo un tubo una tracheotomia, dopo un ago una pronazione, finché tu scompari sotto le macchine e il plasticame asettico degli arnesi, livida al labbro, gonfia di un’impazienza che deborda. Sono angeli, l’abbiamo visto mille volte nei mesi scorsi; e ha un che di osceno il pensare di lamentarsi del loro – sit venia verbo – accanimento, che per loro tale non è (“tutto ciò che non è voluto dal paziente” oppure “ostinazione irragionevole nel caso di prognosi infausta a breve termine”? possiamo accorciare questa distanza semantica, ce la possiamo fare).

Esisti,
quale affanno rinnovi e ne fai parte
al mio cuore che n’è già stanco! 

Navigano tutti a vista. E l’esitazione è quella di Ulisse una volta rotto l’otre dei venti: “Io, cui l’infausto / sonno si ruppe, rivolgea nell’alma / se di poppa dovessi in mar lanciarmi / o soffrir muto, e rimaner tra i vivi. / Soffrii, rimasi”. Qui il dubbio lo sciolgono loro, scelgono loro per te che devi soffrire, e rimanere. E io non reggo più a vederti in tanta pièta, perché sapevo che dopo la tracheotomia non c’è ritorno alla fonazione, alla voce di un tempo; perché sapevo che senza la dialisi i reni sono troppo deboli di loro, perché sapevo che quella gragnuola di antibiotici alla lunga ti avrebbe estinta. Soprattutto, sapevo che il pregresso decadimento neurologico, acuito ora dalle lunghe, necessarie sedazioni, stava per portarti in un limbo d’incoscienza da cui né i pizzicotti al braccio né il tuo nome gridato nel vuoto formalinico del reparto ti avrebbero mai redenta. E io sapevo, sapevo, sapevo, ma non avevo in mano quel pezzo di carta che solo, forse, avrebbe potuto risparmiarti un po’ di tutto questo.

Ecco, allora, discutiamo fino alla morte sul suicidio assistito, accapigliamoci sui limiti e sui modelli – siamo il Paese della CEI e di Pessina, certo; ma anche quello di Scarpelli e Lecaldano, di Mina Welby e di Marco Cappato; e sono convinto che, fuori dall’ottusità del Palazzo e di chi marcia sul dolore degli altri, ci intenderemo tutti a meraviglia (anche tua madre che è terziaria francescana) su quanta libertà concedere a chi scalpita dinanzi a quella che Indro Montanelli chiamava “una condizione di totale dipendenza dagli altri incompatibile con ogni senso di dignità e di pudore”.

Ma nel frattempo diciamo almeno a tutti quanti – non solo al 20% che lo sa e ha agito in conseguenza – che da tre anni esiste il testamento biologico (esordì in California, il living will, nell’anno preciso in cui mi mettesti al mondo); che già adesso, finché non arrivano al governo le destre retrive o al Quirinale la Cartabia, uno può liberamente andare in Comune a dichiarare che certe cose (la nutrizione artificiale, la tracheotomia…) non vuole proprio gli vengano fatte, per il caso in cui non sia più materialmente in grado di affermarlo; e può nominare un fiduciario che rappresenti le sue volontà in via ufficiale presso i medici in caso di incapacità temporanea a provvedere in proprio. Si tratta di disposizioni (non di semplici dichiarazioni) vincolanti salvo che vengano ritenute “palesemente incongrue o non corrispondenti alla condizione clinica attuale del paziente”, o salvo che “sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione, capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

Diciamolo, ricordiamolo nelle scuole e nei luoghi di lavoro, perché una cosa così può sempre capitare. E ora non mi do pace di non averci pensato, nelle estati in cui le foglie non cadevano, e alla macchinetta tu prendevi sempre il ginseng.

Guardo
sorpreso tutto quel che vive
e passa e non ha quiete come te,
o il succedersi in case delle serve
e in Padova il variare dell’issopo.      

(Mario Luzi, “A te più giovane”)

Filippomaria Pontani
Filippomaria Pontani fa il filologo classico a Venezia (Ca’ Foscari), traduce dal greco e dal neogreco. Scrive sul Post e sul Fatto di arte, istruzione, Europa, Veneto, mondo.