Lula da Silva, Sao Bernardo do Campo, 10 marzo 2021 (Alexandre Schneider/Getty Images)
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  • sabato 27 Novembre 2021

Il ritorno di Lula

L'ex presidente brasiliano sembra favorito su Bolsonaro alle elezioni del 2022, e ha preparato il terreno con un trionfale tour in Europa

Lula da Silva, Sao Bernardo do Campo, 10 marzo 2021 (Alexandre Schneider/Getty Images)

Il ritorno in politica dell’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, che governò il paese tra il 2003 e il 2011 diventando un simbolo per la sinistra sudamericana e globale, sembra essere cominciato bene. I sondaggi dicono che se si candiderà alle presidenziali del prossimo anno potrebbe vincere con un ampio margine, e al primo turno, contro l’attuale presidente populista e di destra Jair Bolsonaro, fortemente indebolito da una disastrosa gestione della pandemia.

Dopo gli scandali per corruzione, la controversa condanna, il carcere e l’esclusione dalle presidenziali del 2018, sembra che Lula stia riuscendo a ricostruire con efficacia la propria reputazione politica anche fuori dal paese. Il suo recente viaggio in Europa è stato descritto come «un trionfo diplomatico» dalla Folha de San Paulo, tra i maggiori quotidiani brasiliani. Lula è stato accolto in Spagna, Belgio, Germania, ma soprattutto in Francia, con grandi onori, «come un capo di stato nell’esercizio delle sue funzioni», ha commentato Le Monde.

Lula fa parte del Partito dei lavoratori, che ha dominato la politica brasiliana per molti anni. È stato presidente del Brasile per due mandati, fino al 2011, e durante il suo periodo al governo il paese attraversò un periodo di grande crescita economica e aumentò la sua influenza internazionale. Lula ottenne un’enorme popolarità in Brasile e all’estero, ponendo al centro della sua politica i programmi sociali e contribuendo a una diminuzione della deforestazione amazzonica.

Nel 2017 Lula, che oggi ha 76 anni, venne condannato per corruzione, per aver ricevuto un appartamento come tangente in circostanze legate al grande scandalo che negli ultimi anni ha coinvolto Petrobras, la grande azienda petrolifera pubblica del Brasile. Venne condannato da un giudice che poi fu nominato ministro della Giustizia da Bolsonaro, e di cui la Corte Suprema stabilì i pregiudizi politici. Di conseguenza, a marzo Lula è stato scarcerato e scagionato, riacquisendo i diritti politici che aveva perso compresa la possibilità di candidarsi alle presidenziali che si terranno nell’ottobre del 2022.

Di fatto, la campagna elettorale in vista delle presidenziali sembra già essere cominciata: «Sto facendo questo tour per il Brasile, non lo sto facendo per cercare supporto per me stesso», ha detto Lula. Ma dietro queste parole, secondo molti esperti si nasconde una strategia ben precisa e ponderata: «Lula si sta già preparando alla presidenza. Il primo obiettivo della sua visita era attirare imprenditori e investitori europei. Vuole incarnare un Brasile stabile e degno di fiducia», ha detto a Le Monde Hussein Kalout, docente di relazioni internazionali ad Harvard.

Lula ha passato in Europa una settimana: ha incontrato presidenti e ex presidenti, sindaci e sindache, ha partecipato a incontri politici organizzati dai principali partiti di sinistra dei paesi in cui è stato, ha ricevuto dei premi e ha parlato in alcune università, come Sciences Po a Parigi dove è stato accolto da un’ovazione.

Lula è stato in Belgio e ha incontrato il capo della diplomazia dell’Unione Europea, l’Alto rappresentante agli Affari esteri Josep Borrell, e ha tenuto un discorso al Parlamento europeo; in Germania ha visto il successore di Angela Merkel, il socialdemocratico Olaf Scholz, in Spagna ha avuto un colloquio con il primo ministro Pedro Sánchez, e in Francia il presidente della Repubblica Emmanuel Macron lo ha accolto con tutti gli onori all’Eliseo. Il colloquio tra i due, che sarebbe dovuto durare mezz’ora, si è protratto invece per più di un’ora ed è stato definito dal governo francese «caloroso» e di «alto livello».

Lula, ex sindacalista e leader della sinistra, e Macron, giovane ex banchiere e liberale, hanno una cosa in comune: come ha spiegato Kalout, nel 2022 saranno candidati alla presidenza nei rispettivi paesi «e ciascuno dovrebbe affrontare un populista di estrema destra: Jair Bolsonaro in Brasile e Eric Zemmour o Marine Le Pen in Francia. Mostrandosi insieme dimostrano di essere impegnati nella stessa lotta per la democrazia».

L’ex ministro degli Esteri di Lula, Celso Amorim, che lo ha accompagnato nel viaggio europeo, ha detto di non aver «mai visto un ex presidente e un potenziale candidato essere ricevuto dal presidente della Francia nel modo in cui lo è stato Lula». Amorim ha anche detto che i leader europei hanno trattato Lula «come se fosse un leader al potere» aggiungendo che molto probabilmente c’è un forte desiderio di vedere ripristinata la stabilità in Brasile dopo il disastroso mandato presidenziale di Bolsonaro.

L’accoglienza riservata a Lula è stata commentata direttamente da Bolsonaro come una provocazione nei suoi confronti: «La Francia non è un esempio per noi, tanto meno Macron. Macron sta molto bene in compagnia di Lula, e Lula con lui, si capiscono, parlano lo stesso linguaggio», ha detto il presidente brasiliano aggiungendo che al presidente francese conviene che al potere ci sia una persona «corrotta come Lula».

Bolsonaro si era presentato alle elezioni del 2018 come indipendente, ispirandosi esplicitamente a Donald Trump, usando nazionalismo, populismo, maschilismo e notizie false per aumentare il proprio consenso. Aveva vinto con il 55 per cento dei voti, con il sostegno delle regioni più ricche e bianche del paese e delle fasce più conservatrici, specialmente tra agricoltori, allevatori ed evangelici. Di estrema destra e ammiratore della dittatura militare che governò il Brasile dal 1964 al 1985, fin dall’inizio della sua presidenza aveva nominato molti militari ed ex militari in posizioni di potere. Il suo ampio sostegno è però venuto meno, o almeno così dicono i sondaggi.

Le ripetute richieste di impeachment, i casi di corruzione legati all’acquisto dei vaccini, le rinunce e l’avvicendarsi di numerosi ministri al governo, le dimissioni dei tre più importanti capi militari del paese, i contrasti con le autorità giudiziarie, la cattiva gestione della pandemia che ha causato quasi 600 mila morti nel paese e un’inchiesta parlamentare su quella stessa gestione, hanno infatti prodotto un grosso calo dei consensi nei suoi confronti e un suo isolamento internazionale.

Al G20 di ottobre Bolsonaro aveva ricevuto un’accoglienza gelida ed era stata evidente l’ostilità degli altri leader nei suoi confronti. «Bolsonaro è diventato un emarginato e ora viene punito per il suo vandalismo diplomatico. Si può percepire il desiderio tra i leader di tutto il mondo di restituirgli il favore», ha detto Mathias Alencastro, esperto di politica brasiliana.

Celso Rocha de Barros, della Folha de São Paulo, ha scritto però che il successo del viaggio di Lula è incrinato dai suoi commenti sul Nicaragua. In un’intervista al quotidiano spagnolo El País, Lula ha infatti parlato del «Comandante Daniel», Daniel Ortega, rieletto lo scorso 8 novembre per la quarta volta consecutiva dopo aver fatto arrestare tutti i suoi principali rivali politici, rimanendo di fatto il solo candidato. Lula ha detto in generale di essere contrario a troppi mandati consecutivi e che «ogni politico che inizia a credere di essere insostituibile comincia a trasformarsi in un piccolo dittatore».

Poi, però, ha attenuato le critiche lanciandosi in un parallelismo molto criticato: «Perché Angela Merkel può restare 16 anni al potere e Ortega no? Perché Margaret Thatcher può stare 12 anni al potere e Chávez no?». Celso Rocha de Barros ha detto che queste dichiarazioni mostrano chiaramente come il Partito dei lavoratori debba riflettere «sulla sua posizione nei confronti dell’autoritarismo di sinistra in America Latina».