La casa di Perugia dove venne uccisa Maredith Kercher (Foto Franco Origlia/Getty Images)
  • Italia
  • mercoledì 24 Novembre 2021

La lunga storia del processo per l’omicidio di Perugia

Le tappe del caso che coinvolse Meredith Kercher, Amanda Knox, Raffaele Sollecito e Rudy Guede, appena uscito dal carcere

La casa di Perugia dove venne uccisa Maredith Kercher (Foto Franco Origlia/Getty Images)

Con la fine della pena di Rudy Guede, che martedì è tornato libero, si è conclusa definitivamente la vicenda giudiziaria legata all’omicidio di Meredith Kercher, la studentessa inglese assassinata a Perugia nella notte tra il primo e il 2 novembre del 2007. Dal dicembre 2020 Guede non era più in carcere, lavorava come volontario nella mensa dei poveri della Caritas di Viterbo. Avrebbe finito di scontare la pena il 4 gennaio 2022, ma il Tribunale di sorveglianza ha applicato uno sconto di pena di 45 giorni, quello normalmente concesso ai detenuti come riconoscimento della buona condotta.

Le altre due persone imputate nei processi per l’omicidio, gli studenti Raffaele Sollecito e Amanda Knox, erano stati assolti in via definitiva dalla Corte di Cassazione il 27 marzo 2015.

Le indagini e il processo sull’omicidio di Perugia furono tra i più controversi della storia recente italiana, e come in molti altri casi di inchieste così mediaticamente esposte crearono due fronti nell’opinione pubblica: i colpevolisti, la maggioranza, e gli innocentisti, molti meno. La sera della sentenza d’Appello, il 3 ottobre 2011, quando Knox e Sollecito furono assolti, fuori dal tribunale di Perugia decine di studenti americani urlavano «USA, USA» a sostegno di Knox, mentre altri gridavano «Vergogna, vergogna».

In questa vicenda Guede, un cittadino ivoriano che all’epoca dell’omicidio aveva 20 anni, ha sempre avuto minore visibilità, come se il suo ruolo fosse defilato rispetto a quello degli altri tre protagonisti. Una larga parte dell’opinione pubblica l’ha sempre considerato un capro espiatorio nell’intera vicenda. Eppure, le sue tracce genetiche furono le uniche trovate con certezza, e in abbondanza, nella stanza dove avvenne il delitto. Guede ha sempre ammesso di essere stato presente, anche se in bagno, mentre veniva commesso l’omicidio. Si è sempre dichiarato innocente. È l’unico a essere stato condannato in via definitiva.

Meredith Kercher, la giovane uccisa a Perugia il 1° novembre 2007. (Photo by Franco Origlia/Getty Images)

Meredith Kercher era una studentessa inglese che si trovava a Perugia per il programma Erasmus. Condivideva la casa con altre tre studentesse, una americana arrivata in Italia poche settimane prima, Amanda Knox, e due italiane. Fu uccisa, con 47 colpi sferrati con un piccolo coltello, la sera del 1° novembre 2007. Una delle coltellate la raggiunse alla gola, e fu il colpo mortale.

Il delitto fu scoperto perché una donna, che abitava nelle vicinanze, trovò in un giardino due cellulari e li consegnò alla polizia. I cellulari risultavano intestati a Meredith Kercher. La polizia, arrivata in via della Pergola, dove si trovava la casa delle studentesse, trovò Amanda Knox e Raffaele Sollecito seduti su una staccionata. Dissero di essere tornati dalla casa di lui e di aver trovato un vetro rotto e la porta di casa aperta. Avevano quindi chiamato i carabinieri, cosa che venne riscontrata. I poliziotti entrarono e trovarono il corpo di Kercher coperto da un piumone.

Rudy Guede fuori dal carcere per un permesso, nel 2016 (AP Photo/Gregorio Borgi)

Le indagini si concentrarono subito su Knox e Sollecito, che divennero oggetto di pressanti e morbose attenzioni da parte di giornali e trasmissioni televisive. Sollecito raccontò che una volta portato in Questura gli venne impedito di chiamare un avvocato o di avvertire suo padre. Durante l’interrogatorio disse di aver passato la notte a casa sua con Knox, con la quale aveva fumato marijuana e guardato al computer il film Il favoloso mondo di Amelie. Alla domanda se Knox fosse stata sempre con lui, rispose che non lo poteva sapere visto che a un certo punto lui si era addormentato.

Nel verbale che firmò c’era però scritto che Knox era uscita di casa. Sollecito e i suoi legali dissero poi che una parte di ciò che aveva detto durante l’interrogatorio era stata omessa dal verbale. In particolare, aveva detto di non poter confermare che la ragazza fosse uscita ma che, se lo avesse fatto, lo avrebbe saputo visto che per rientrare avrebbe dovuto suonare il campanello.

L’interrogatorio di Knox fu emotivo e confuso: come stabilì poi la Corte di Strasburgo non le venne detto che era indagata e non fu chiamato un avvocato; l’interprete che tradusse domande e risposte era una funzionaria della Questura e non una professionista esterna accreditata alla polizia, come da protocollo. Knox sostenne anche di essere stata colpita con schiaffi alla testa. Raccontando quelle ore nel processo di primo grado disse: «Tutti mi urlavano e dicevano che mi avrebbero messo in prigione. La polizia mi ha suggerito di dire che Meredith era stata violentata, per farmelo dire mi hanno picchiata; sono stata picchiata due volte per farmi dire un nome che io non potevo dare: Patrick (…) Non sapevo se il congolese fosse l’assassino perché io non ero in quella casa, ma Lumumba è stato arrestato perché io ho fatto il suo nome, gli agenti volevano testimoniassi contro di lui ma questa cosa non mi piaceva».

Tutte queste circostanze sono state sempre negate dalla polizia di Perugia. Dalle 22 alle sei di quella notte, Amanda Knox fu sola nella stanza degli interrogatori, senza avvocato e con 12 poliziotti presenti. Alcuni poliziotti denunciarono poi Knox per calunnie ma fu assolta dal tribunale di Firenze.

Amanda Knox, con la madre, Edda Mellas, all’aeroporto di Seattle dopo aver lasciato l’Italia, nel 2011 (Foto Stephen Brashear/Getty Images)

In quell’interrogatorio caotico Amanda Knox di fatto accusò dell’omicidio il suo datore di lavoro, Patrick Lumumba, titolare di un bar dove la giovane lavorava. Il giorno dopo, rimasta sola, scrisse una lettera in inglese in cui disse: «Per quanto riguarda questa confessione che ho fatto ieri sera, voglio essere molto chiara che sono molto dubbiosa della veridicità delle mie affermazioni perché sono state fatte sotto la pressione dello stress, dello shock, e di estremo esaurimento». Scrisse: «The truth is, I’m unsure about the truth», “la verità è che non sono sicura della verità”.

Lumumba rimase in carcere 14 giorni, poi fu liberato perché totalmente estraneo alla vicenda. Knox fu condannata a tre anni per calunnia nei suoi confronti.

Sollecito e Knox furono arrestati, e i giornali e le tv iniziarono a scandagliare la loro vita privata in cerca di dettagli compromettenti o imbarazzanti. Furono pubblicate le foto di Sollecito travestito con un costume macabro, e di Knox che fingeva di sparare con una mitragliatrice in un museo. Altre foto ritrassero i due che entravano in un negozio di biancheria intima dopo l’omicidio: molti giornali ironizzarono sulla circostanza ma in realtà, spiegarono i due ragazzi, non potendo rientrare in casa Knox aveva bisogno di fare acquisti.

I genitori della giovane denunciarono che un giornalista italiano andava in giro per Seattle, dove viveva la famiglia, tra conoscenti e amici, per chiedere se sapessero indicare chi fosse l’uomo con cui aveva perso la verginità. Dopo l’arresto, appena giunta nel carcere di Capanne, a Knox fu anche detto che dagli esami che le erano stati fatti risultava essere malata di AIDS, cosa non vera. Le fu chiesto di scrivere su un foglio il nome di tutti coloro con cui aveva avuto rapporti sessuali.

Raffaele Sollecito (foto Vincenzo Livieri/Lapresse)

Guede fece la sua comparsa nella vicenda 15 giorni dopo il delitto, quando tracce del suo DNA furono trovate sulla scena dell’omicidio. Erano nei database perché, qualche giorno prima dell’omicidio, era stato fermato a Milano all’interno di una scuola dell’infanzia: nel suo zainetto la polizia aveva trovato un computer e un telefono rubati nello studio di un avvocato di Perugia. Poi era tornato a Perugia. Quando venne individuato, due settimane dopo l’omicidio, aveva lasciato Perugia ed era partito per la Germania. Prima di essere arrestato, in un collegamento via Skype con un amico, aveva detto che Knox con il delitto non c’entrava nulla, mentre di Sollecito non era sicuro.

Le indagini intanto avevano preso una direzione ritenuta solida. Su un coltello trovato nella cucina di Sollecito la polizia scientifica sostenne di aver trovato DNA di Knox, sul manico, e di Kercher sulla lama. Quel coltello fu infilato in una busta gialla e poi chiuso in una scatola di cartone con una vecchia agenda. Sul gancio di un reggiseno di Kercher venne invece individuato il DNA di Sollecito. Un video girato dalla polizia mostrava il reggiseno che veniva catalogato come reperto, ma il gancetto mancava: venne ritrovato solo più di 40 giorni dopo, dopo che decine di persone erano entrate nella casa per indagini e sopralluoghi. Spuntò da sotto un tappetino.

Guede scelse il rito abbreviato, mentre Knox e Sollecito furono rinviati a giudizio. La tesi sostenuta dalla difesa di Knox e Sollecito fu che Guede avesse rotto la finestra per entrare in casa e commettere un furto e che, scoperto da Meredith Kercher, l’avesse aggredita. Citarono, a sostegno della tesi, l’abbondante rilevazione del suo DNA nella camera. Questa ipotesi, sostenuta dagli avvocati difensori, fu poi di fatto accettata nel processo d’appello che assolse Knox e Sollecito.

Guede, assistito dagli avvocati Nicodemo Gentile e Walter Biscotti, non negò mai di essere stato nella casa di via della Pergola a Perugia. Disse che Meredith l’aveva invitato a casa e che tra i due c’era stato un approccio sessuale. Raccontò poi che dal bagno, che stava usando, sentì gridare Meredith. Uscito dalla stanza vide che c’era un giovane biondo chinato sulla ragazza inglese: indossava una felpa Napijiri e una cuffia bianca. Disse anche che il ragazzo cercò di colpirlo con un coltello.

Più avanti, nel corso del processo d’appello, Guede cambiò versione e disse che quando avvenne il delitto stava ascoltando la musica con le cuffie, e quindi non si era accorto di nulla. Poi cambiò ancora e sostenne che nonostante le cuffie aveva sentito Kercher litigare con una ragazza, probabilmente Knox. Guede non disse mai di aver visto Sollecito e Knox in casa, ma durante il processo d’appello ai due giovani, interrogato in aula, si disse convinto che gli assassini fossero loro.

Guede fu condannato a 16 anni per omicidio in concorso e violenza sessuale. Nel 2016, intervistato da Francesca Leosini nella trasmissione Storie Maledette, Guede disse ancora di aver sentito quella notte la voce di Knox, ma di non aver visto né lei né Sollecito. Guede e Sollecito hanno sempre negato di conoscersi, Knox disse invece di conoscerlo solo di vista. Nessuno, a parte due testimoni le cui parole vennero giudicate più o meno attendibili nei vari gradi di giudizio, li vide mai insieme.

Al processo di primo grado si arrivò nel dicembre 2009. Le difese dei due imputati chiesero nuove perizie scientifiche che però vennero negate. Quanto al movente, l’accusa prima del processo oscillò, parlando prima di un presunto rito esoterico, poi di aperta ostilità di Knox nei confronti di Kercher, e infine di un gioco sessuale.

Durante il dibattimento furono ascoltati due testimoni. Il cittadino albanese Hekuran Kokomani disse di aver visto Guede, Sollecito e Knox fuori dalla casa di via della Pergola la sera del delitto e che Knox con in mano un coltello, lo aveva minacciato. Disse però anche che aveva già conosciuto Knox, insieme a uno zio di lei, nell’agosto 2007. All’epoca però la giovane non era ancora arrivata a Perugia. Un altro testimone, Antonio Curatolo, disse di aver visto i tre ragazzi la sera del delitto in piazza Grimana, a Perugia, nel caos dei pullman che partivano per le discoteche. La sera del 1° novembre però a Perugia le discoteche erano chiuse e i pullman non partirono.

– Leggi anche: La nuova vita di Amanda Knox

Restavano all’accusa le perizie su reggiseno e coltello e le molte contraddizioni di Knox nella notte degli interrogatori. Bastò: la giuria accolse le tesi dell’accusa, che aveva chiesto l’ergastolo per entrambi, e condannò Knox a 26 e Sollecito a 25 anni di carcere. Nelle motivazioni della sentenza i giudici scrissero, in sostanza, che i due fidanzati volevano aiutare Guede ad abusare di Kercher, e che la uccisero insieme a lui.

«È quindi possibile che Rudy, uscendo dal bagno, si sia lasciato trascinare da una situazione avvertita come carica di sollecitazioni sessuali e cedendo alla propria concupiscenza, abbia cercato di soddisfare le proprie pulsioni portandosi nella stanza di Meredith che era sola nella propria camera con la porta quantomeno socchiusa. La reazione e il rifiuto di Meredith dovettero essere stati sentiti da Amanda e Raffaele, i quali anzi ne dovettero essere disturbati ed intervennero, per quanto evidenziano gli eventi, spalleggiando Rudy, diventando i suoi aggressori e i suoi uccisori (…) la prospettiva di aiutare Rudy nel proposito di soggiogare Meredith per abusarne sessualmente, poteva apparire come un eccitante particolare che, pur non previsto, andava sperimentato».

Amanda Knox fu portata nel carcere di Capanne, a Perugia, dove già era detenuto Guede, Sollecito andò nel carcere di Terni.

Il processo d’appello si tenne nel 2011. La Corte ordinò nuove perizie scientifiche. Il risultato fu che non c’era DNA di Kercher sul coltello sequestrato nella cucina di Sollecito. Cosa più importante, il coltello non combaciava con le ferite sul corpo della giovane. Venne poi mostrato in aula un video in cui si vedevano i tecnici della polizia raccogliere con gli stessi guanti differenti oggetti dalla camera, presumibilmente trasferendo DNA da un oggetto a un altro e pertanto contaminando le prove.

Knox e Sollecito vennero assolti. Nel 2015 il presidente della Corte d’Appello di Perugia, Claudio Pratillo Hellmann, spiegò il motivo di quella sentenza in un’intervista a Repubblica:

«Il fatto che l’indagine era del tutto lacunosa e secondo me sbagliata sin dall’inizio. Tanto è vero che in primo momento fu arrestato Patrick Lumumba che poi risultò del tutto estraneo alla vicenda diventando parte lesa. Ricordo che il collega Massimo Zanetti che presiedeva la Corte con me aprì la sua relazione dicendo che di certo c’era solo la morte di Meredith Kercher. Ordinammo le perizie che non erano state fatte durante il processo di primo grado e la contaminazione delle prove scientifiche apparve in tutta evidenza. Era palese che il coltello sequestrato a casa di Raffaele Sollecito non era l’arma del delitto, la lama non combaciava con la ferita. In più mi sono sempre chiesto perché dovevano per forza essere state tre persone ad uccidere la povera Meredith e veniva invece scartata a priori la possibilità che potesse essere stato soltanto Rudy Guede».

Secondo Pratillo Hellman, Guede era «l’unico a sapere che cosa è davvero accaduto quella notte in via Della Pergola e chi c’era con lui, se c’era qualcuno». Sostenne che Guede, interrogato sul fatto se conoscesse Knox e Sollecito, «rispose fumosamente che aveva sempre pensato che gli assassini fossero loro». Disse il giudice: «mi ha sempre sorpreso il riguardo con cui era stato trattato nonostante fosse l’unico la cui presenza sulla scena del crimine fosse indiscutibile». Pratillo Hellman lasciò la magistratura poco tempo dopo quella sentenza, citando «un’ostilità crescente» e raccontando: «Nei bar di Perugia dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alle pressioni della CIA». Parlò anche di «linciaggio diffamatorio» da parte dei colleghi.

Dopo la sentenza, Raffaele Sollecito e Amanda Knox furono liberati. Lei tornò il giorno dopo a Seattle. Il 26 marzo 2013 la Corte di Cassazione annullò clamorosamente la sentenza di assoluzione. Il nuovo processo d’appello si svolse a Firenze. La sentenza del processo d’appello fu completamente ribaltata, la giuria sposò totalmente le decisioni del processo di primo grado. Knox e Sollecito furono nuovamente condannati, rispettivamente a 28 anni e sei mesi e a 25 anni di reclusione. Nelle motivazioni della sentenza venne scritto che «Tra le 21:30 e le 22.00 della sera del 1º novembre 2007, entrambi gli imputati e Rudi Hermann Guede erano sicuramente presenti all’interno della villetta ove si trovava Meredith Kercher».

Il 27 marzo 2015 la Corte di Cassazione annullò di nuovo la sentenza d’appello bis e decise l’assoluzione dei due imputati «senza rinvio», e cioè senza decidere per un nuovo processo. Nelle motivazioni della sentenza parlò di un processo con «un iter obiettivamente ondivago, le cui oscillazioni sono, però, la risultante anche di clamorose défaillance o amnesie investigative e di colpevoli omissioni di attività di indagine». Se non ci fossero state omissioni ed errori sarebbe stato «con ogni probabilità, consentito, sin da subito, delineare un quadro, se non di certezza, quanto meno di tranquillante affidabilità, nella prospettiva vuoi della colpevolezza vuoi dell’estraneità».

I giudici esclusero, per Knox e Sollecito, «la loro partecipazione materiale all’omicidio, pur nell’ipotesi della loro presenza nella casa di via della Pergola» e sottolinearono la «assoluta mancanza di tracce biologiche a loro riferibili» nella stanza dell’omicidio o sul corpo di Meredith.

Knox e Sollecito, poi assolti, hanno trascorso in carcere quasi quattro anni. Lei, a Seattle, ha appena avuto una figlia e si occupa di podcast. Sollecito ha chiesto la «riparazione per ingiusta detenzione». I suoi legali hanno avanzato la richiesta di 516.000 euro di risarcimento, ma la Corte d’appello di Firenze ha respinto la richiesta. Guede, uscendo dal carcere, ha detto che vuole solo essere dimenticato.

La vicenda giudiziaria sul caso di Perugia, in sostanza, contiene una grande contraddizione di fondo nella sentenza di condanna di Guede, riconosciuto colpevole di omicidio in concorso anche se coloro che erano stati indicati come suoi complici sono stati assolti. È una delle tante questioni irrisolte del processo, che incluse momenti ancora oggi poco spiegabili come, secondo molti anche al di là dell’irregolarità dell’interrogatorio, le accuse di Knox a Lumumba, e le sue sconclusionate mezze ammissioni poi ritirate. Resta soprattutto la convinzione, espressa dalla Corte di Cassazione, che se le indagini fossero state eseguite con scrupolo e attenzione molti di questi dubbi non ci sarebbero stati.