Sul processo contro Alessandro Gori

«Gori non parla di Denise Pipitone intesa come bambina scomparsa, ma di Denise Pipitone intesa come bambina scomparsa sulla quale altri hanno parlato e scritto per anni in modo morboso e ossessivo, creando a partire dal nudo dato di cronaca una persona nel senso di maschera, simulacro»

Al Tribunale di Arezzo, sezione penale, sta succedendo qualcosa che dovrebbe interessare non soltanto i giuristi e non soltanto le parti in causa ma anche quelli che si occupano di letteratura, spettacolo, comunicazione. Le parti in causa – querelato e querelante – sono persone note per ragioni diverse.

Il querelato è Alessandro Gori, alias «Lo Sgargabonzi», uno scrittore e performer comico che a me pare essere il migliore scrittore comico italiano per le ragioni che ho (lungamente) elencato qui e qui. Ma non è solo la mia opinione. Gori ha pubblicato un libro per minimum fax che ha avuto successo, ha collaborato a programmi televisivi come Battute e Una pezza di Lundini, è stato invitato a fare il suo spettacolo (lui sul palco che legge i suoi testi, nient’altro: più un poeta che uno stand-up comedian) nelle università (so di Padova, dell’Aquila, forse in altre).

Se date un’occhiata ai siti che si occupano di queste cose vedrete che la quantità e la qualità della stima che lo circondano non hanno eguali tra i comici che gli si possono paragonare: Gori-Sgargabonzi ha una voce – cioè una tecnica, un modo di vedere le cose e di mostrarne il lato ridicolo, un linguaggio – che si distingue da quella di tutti gli altri. E questo è, oltre che il suo talento, anche il suo problema.

La querelante è Piera Maggio, la madre di Denise Pipitone, la bambina scomparsa nel 2004 a Mazara del Vallo.

– Leggi anche: Il processo allo Sgargabonzi

È accaduto questo. Nel 2014 Gori ha annunciato su Facebook un suo spettacolo con un post che diceva: «Curiosità pruriginose su Denise Pipitone con diapositiva e Simmenthal». Altri post scritti in quel torno di tempo rievocavano l’episodio nella stessa chiave surreale («La scomparsa di Denise Pipitone in Polinesia è considerata un ballo popolare, una specie di Calipso»). La signora Maggio è venuta a saperlo e prima ha diffidato il gestore del locale in cui avrebbe dovuto aver luogo lo spettacolo, che è stato cancellato, poi ha querelato Gori, che ora rischia una condanna penale.

Dicevo che Gori ha una voce diversa da quella di tutti gli altri scrittori o performer comici, e che questo è appunto il problema. Perché ci sono molti modi di far ridere: barzellette, imitazioni, racconti buffi, satira. Sono tutti modi che non richiedono un particolare impegno da parte del lettore o dell’ascoltatore, per essere apprezzati: modi facili, accoglienti. Non a caso sono i modi prediletti dalla comicità televisiva, che deve rivolgersi al maggior numero possibile di fruitori. Gori ha scelto una strada diversa, e molto meno facile: ha preso il linguaggio corrente, quello tramato dei luoghi comuni, delle frasi fatte, delle espressioni sciocche che ripetiamo per pigrizia o conformismo, e soprattutto dei nomi, l’infinita quantità di nomi con cui i media saturano ogni istante della nostra vita: i nomi dei prodotti commerciali (il Ciocoroll Balconi, la coppa di gelato Dolciando & Dolciando, i ghiaccioli della Sammontana) e i nomi delle persone che i media trasformano a loro volta prima in personaggi e poi in prodotti commerciali.

Con questo spirito, assecondando questa ossessione per la vita mercificata e mediatizzata, Gori negli anni ha scritto post e costruito racconti parlando delle vicende immaginarie di esseri umani realmente esistiti, senza naturalmente che tra quelle vicende e quegli esseri umani vi fosse il minimo rapporto. Ha fatto scontrare il mondo delle favole con quello della cronaca, e con i cocci ha costruito i suoi testi. Questo significa che i nonsense su Denise Pipitone sono fatti della stessa pasta di cui sono fatti racconti come La mia amicizia con Nanni Moretti (che certo non è mai stato amico di Gori) o Il funerale di Dario Fo (al quale Gori fa intervenire decine di personaggi presi a caso dalla società dello spettacolo: «un redivivo Don Gallo accompagnato da Dori Ghezzi […], un dignitoso Gillo Dorfles a braccetto dell’anziana madre, un solenne Umberto Smaila in divisa da capitano di fregata […]. Addirittura Fedez, timidissimo in fondo alla navata centrale, con un maglione marrone con sopra ricamato un capriolo»), o l’immaginaria seduta spiritica con David Bowie che fa da intermezzo ai capitoli di Jocelyn uccide ancora; o come questi post:

Una volta Gino Bramieri fu invitato alla festa del mio paese. Era primavera ed erano passati diversi anni dalla sua morte.

O come

Pietro Germi si ispirò a Don Pino Puglisi per la figura del Sassaroli.

O come

Forlani ad Andreotti glielo disse chiaramente: «Pensi che mi diverta a rispondere alle telefonate in diretta?». Poi gli spiegò: «Io non voglio essere una fra le tante. Io voglio essere come la Cuccarini». Al che Andreotti replicò ironico: «La più amata dagli italiani? Cosa vuoi, Buona domenica?». E Forlani: «Per fare cosa? Lì c’è già lei». E guardandolo dritto negli occhi aggiunse: «Io voglio Domenica In».

Ma anche come

Sto male. Dopo cinquantadue anni di matrimonio, mia moglie ha scelto il suicidio assistito alla Dignitas. Dal 2004 purtroppo combatte la sua battaglia contro la sindrome di Schlesinger-Krall, che la costringe a muoversi come il cavallo degli scacchi. Adelaide è così stanca.

Non solo è tutto palesemente falso, non solo nessuno pensa anche solo per un attimo che ciò che c’è scritto in queste righe abbia il minimo rapporto con la realtà, ma è evidente che Bramieri, Germi, Puglisi (e prima Moretti, Bowie, Fo) non sono veramente lì, o meglio ci sono ma come puri nomi, il cui posto potrebbe essere preso da altri nomi, perché le azioni che si predicano di loro si potrebbero predicare di qualsiasi altro attore o regista o cantante o protagonista della cronaca: sono immateriali come Adelaide, l’inesistente moglie di Gori che combatte contro l’inesistente sindrome di Schlesinger-Krall. Ci vuole tempo – ed è anche per questo che i suoi ammiratori sono preoccupati: perché ci vuole tempo, e un giudice probabilmente non ne ha abbastanza – ma dopo un po’ che si abita questo strano mondo, cioè dopo un po’ che si legge Gori, si comprende l’intelligenza che mette in moto questo gioco col linguaggio, e il vortice della surrealtà rende ogni frase, ogni parola irresistibilmente comica.

Ed è, inoltre, una questione di contesto. Estrapolate dal loro contesto di origine, molte delle battute di Gori possono suonare insensate, o violente, o gratuitamente oscene. Se invece le si legge inserite nel loro contesto, così come Gori le aveva concepite, ci si rende conto che la surrealtà dell’insieme giustifica (senza ovviamente spiegare) l’assurdità delle singole battute. Uno degli slogan che hanno motivato la querela diceva «Curiosità pruriginose su Denise Pipitone con diapositive e Simmenthal», ma era parte di una lista composta da cima a fondo di calembour più o meno riusciti, impossibili da prendere alla lettera:

Mercoledì 30 luglio 2014 alle ore 22.00 sulla terrazza del Circolo Aurora di Arezzo
Lo Sgargabonzi (summer) live
di Alessandro Gori
accompagnamento musicale di Marco Luchi

Curiosità pruriginose su Denise Pipitone con diapositive e Simmenthal
10 modi per raccontare male una barzelletta però brutta
Giovanni Falcone: il Renato Rascel dell’antimafia?
Poesie con dentro le parole consapevolezza, ambra e glicine
Unplugged delle canzoni dell’immenso De André ma anche di suo padre Fabrizio
Le imitazioni dei presentatori difficili tra cui Carlo Massarini e Massimo De Luca
Classico numero di burlesque con la flanella e le feci
Seduta spiritica con scherzo a Gesù e poi riattacchiamo
Provocazioni antipatiche nei confronti della gente ai tavoli (fare molta attenzione)
Numero di telefono di Mariella Nava in regalo per tutti
Momento introspettivo perché noi comici sotto sotto ridi pagliaccio eccetera
Marco Luchi al piano che suona le canzoni del miglior Mozart
Roulette russa con quelli del pubblico senza baffi finti (biondi)
Interverrà Arnaldo Forlani
Porto anche un dolce all’ananas che mi ha fatto mia mamma
Malore dal vivo non simulato
E molto altro…

Puri nomi, dicevo. E qui sta appunto il problema. Perché per qualcuno il nome di Denise Pipitone (ma come quello di Bramieri, di Fo, di Andreotti eccetera) non è un puro nome, e la signora Maggio ha tutto il diritto di offendersi e di trovare grevi e irrispettose le invenzioni di Gori. Forse aveva anche il diritto di chiedere agli organizzatori dello spettacolo di ritirare la locandina, e persino di chiedere che lo spettacolo venisse annullato, come poi è accaduto. Ma il nomignolo buffo, la sfacciataggine e il fatto che si dedichi a un genere percepito come ‘minore’ come il comico (l’Italia è un paese che prende sul serio solo quelli che si prendono sul serio) non devono ingannare. Alessandro Gori è un artista, uno dei più originali artisti italiani contemporanei, e come artista ha dei diritti, il principale dei quali consiste nel poter usare il suo strumento di lavoro, che è il linguaggio, nel modo che gli è più congeniale.

C’è un piano letterale del discorso nel quale affibbiare una vita alternativa a Moretti o a Bramieri o a Bowie è privo di senso, oltre che da villani. E c’è un piano del discorso – che è quello di Gori – in cui questa insensatezza, calata in una forma adeguata, produce attraverso lo straniamento una delle descrizioni più efficaci dell’ambiente comunicativo, o del mondo tout court, nel quale ci troviamo a vivere. In altre parole: Gori non parla di Denise Pipitone intesa come bambina scomparsa, ma di Denise Pipitone intesa come bambina scomparsa sulla quale altri hanno parlato e scritto per anni in modo morboso e ossessivo, creando a partire dal nudo dato di cronaca una persona nel senso di maschera, simulacro. Ed è il simulacro l’oggetto del discorso di Gori.

Naturalmente si può dissentire circa la qualità di questo discorso, e si può trovare lo scherzo poco o per niente divertente. Ma un conto è il dissenso espresso a parole e un conto è una condanna penale, che avrebbe conseguenze molto gravi per la carriera, cioè per la vita, di questo scrittore. Il giudice dovrebbe saper vedere la differenza, e dovrebbe difendere il diritto di Gori di usare il linguaggio nel modo in cui la sua immaginazione gli suggerisce, cioè di esprimersi in piena libertà.

Claudio Giunta
Claudio Giunta (Torino, 1971) insegna Letteratura italiana all’Università di Trento, ed è uno specialista di letteratura medievale. Il suo ultimo libro è Le alternative non esistono. La vita e le opere di Tommaso Labranca