Fotografi inseguono la barca di George Clooney e Amal Alamuddin prima del loro matrimonio, nel 2014 (AP Photo/Luigi Costantini)

La protesta contro le onde, a Venezia

È organizzata dalle associazioni di vela e voga che chiedono regole per tutelare gli edifici ed evitare rischi per la navigazione

Fotografi inseguono la barca di George Clooney e Amal Alamuddin prima del loro matrimonio, nel 2014 (AP Photo/Luigi Costantini)

Sabato mattina è prevista a Venezia una manifestazione contro le onde, un problema significativo per gli edifici e la navigazione, che solo una città come Venezia può avere, per come è stata costruita all’interno della laguna. Ci si aspetta la partecipazione di centinaia di persone, che esprimeranno le loro ragioni urlando slogan e mostrando striscioni dalle loro barche, rigorosamente a remi, nel bacino di San Marco.

La manifestazione è stata organizzata dal gruppo chiamato “Insieme” che riunisce 31 tra associazioni e società sportive di voga e vela della laguna veneziana. Non è la prima volta che vogatori e vogatrici protestano contro le onde, o più propriamente contro il moto ondoso: per Venezia è un problema storico, dibattuto da decenni, e finora nessuna amministrazione è riuscita a limitare le conseguenze del passaggio quotidiano di migliaia di barche a motore nella laguna.

Cinquant’anni fa ogni giorno circolavano in laguna 12.500 barche a motore, ora è perfino difficile dire con precisione quante siano: secondo le ultime stime sarebbero tra 80 e 100mila.

Giannandrea Mencini, giornalista e scrittore veneziano che ha ricostruito ​​la storia delle proteste contro il moto ondoso a Venezia, ha scoperto che la prima traccia di dissenso risale all’Ottocento, per la precisione al 1882, quando una donna di Cannaregio, Santa Siega, presentò un richiamo al prefetto «pel danno che ne risentono le fondamenta del detto fabbricato dalle onde che producono i vaporetti che fanno il servizio da Venezia a Mestre».

139 anni dopo, le rivendicazioni sono le stesse. Le associazioni protestano principalmente per due motivi: perché le onde create dalle barche a motore rendono molto difficile la navigazione delle barche più piccole, che rischiano di rovesciarsi; e perché le stesse onde, quando si infrangono contro i palazzi e le rive, provocano danni alle fondamenta e in generale alla delicata struttura edilizia della città.

Barche a remi durante il carnevale del 2020 (AP Photo/Antonio Calanni)

Lucio Conz, presidente dell’associazione Canottieri Giudecca, spiega che le onde sono molto pericolose.

I danni provocati agli edifici da un singola onda sono irrilevanti, ma diventano visibili e preoccupanti quando la situazione della stabilità è ormai grave e spesso irreparabile. «Le onde non buttano giù le case in un colpo solo, ovviamente», dice Conz. «Prima tolgono granelli di malta, poi cadono i mattoni e infine i pietroni. Per rimediare a questi danni servono costosi cantieri di consolidamento e a Venezia non è raro vedere palizzate che da anni sorreggono le parti pericolanti di alcuni edifici».

Ogni onda causa anche rischi e fatiche a chi naviga nella laguna su barche a remi o a vela.

Più passano gli anni, più aumentano le barche a motore e i conseguenti pericoli per le altre barche, scoraggiando molte persone dal tutelare una tradizione non solo sportiva. «In certe zone della laguna non si può proprio andare a remi per colpa delle onde, per esempio a Sant’Elena», dice Conz. «Le onde arrivano anche a un metro e venti: per le barche più piccole è un muro. È come andare in bicicletta in autostrada, però qui siamo in una laguna, non in un’autostrada».

Le associazioni sostengono che i controlli per il rispetto dei limiti di velocità siano «praticamente inesistenti» e che con l’aumento dei turisti navighino in laguna imbarcazioni che per come sono state costruite e per il peso che portano provocano onde, pur rispettando i limiti di velocità. Lo stesso vale per i vaporetti che ogni giorno trasportano migliaia di persone da una parte all’altra di Venezia.

Nell’ultimo anno, inoltre, la ristrutturazione di molti palazzi grazie agli incentivi garantiti dal cosiddetto “superbonus 110%” ha causato un aumento del traffico di barche pesanti che riforniscono i cantieri.

Con la loro protesta, le associazioni sportive di voga e vela chiedono al governo di inserire alcune norme specifiche nelle modifiche alla proposta di legge per la salvaguardia di Venezia e della sua laguna di cui è iniziata la discussione in Parlamento.

Per prima cosa chiedono di definire un limite preciso per l’altezza delle onde, «per non danneggiare le rive, i palazzi, i fondali». Sollecitano anche la creazione di un “Pubblico Registro Natanti”, con le stesse caratteristiche di quello esistente per le automobili, e controlli GPS su tutte le imbarcazioni a motore, «un unico sistema in grado di permettere la vigilanza continua di tutte le acque della laguna e che tenga conto delle caratteristiche specifiche della singola imbarcazione e dell’effetto onda prodotto».

L’ultima richiesta è l’istituzione di “No Wake Zone”, zone della città in cui le barche non possono lasciare la caratteristica scia bianca, e quindi creare onde.

La regata storica del 2014 (AP Photo/Luigi Costantini)

Un altro problema non trascurabile causato dalle barche a motore è l’inquinamento. Se per le auto sono state individuate categorie inquinanti per l’omologazione dei veicoli che vengono utilizzate per limitare la circolazione quando la qualità dell’aria è bassa – Euro 0, Euro 1 e così via –, per le imbarcazioni non ci sono vincoli, se non limitazioni alla quantità di zolfo contenuta nel carburante. A Venezia, per esempio, non vale lo stop ai veicoli inquinanti che anche la Regione Veneto, come altre del Nord Italia, ogni anno impone da ottobre ad aprile. Le barche, infatti, sono “natanti” e non veicoli.

Per far capire i danni che l’inquinamento può creare a una città come Venezia si può citare la prima legge speciale per la salvaguardia di Venezia, approvata nel 1973, che impose di alimentare gli impianti termici e industriali solo con combustibili gassosi, come il metano, oppure con l’elettricità. La norma fu introdotta per proteggere i marmi degli edifici che a causa del particolato si trasformano in gesso.

Il particolato trasforma il carbonato di calcio, di cui sono principalmente costruiti gli edifici (marmo, rocce calcaree, travertino), in solfato di calcio, che essendo più solubile e friabile subisce la continua erosione della pioggia. La stessa legge prevedeva che il governo emanasse entro il 1975 nuove norme per determinare caratteristiche specifiche dei motori delle barche e requisiti indispensabili per limitare le emissioni inquinanti. Da allora, nonostante le proteste, non sono state più discusse limitazioni alla presenza di così tante barche (che nel frattempo sono aumentate).

Dalla metà degli anni Novanta associazioni ambientaliste, comitati di quartiere e l’associazione “Pax in Aqua”, costituita appositamente per chiedere una soluzione contro il moto ondoso, hanno rivolto molti appelli alle amministrazioni comunali chiedendo ai sindaci che si sono succeduti di intervenire con norme più restrittive per limitare l’impatto del traffico nella laguna.

Nel 2007 venne installato il sistema ARGOS (Automatic Remote Grand Canal Observation System), una rete di telecamere e sensori per controllare la velocità delle barche in tempo reale e sanzionare chi non rispettava i limiti di velocità. ARGOS fu acceso e spento più volte perché non rispettava la normativa sulla privacy e il Regolamento comunale sulla videosorveglianza. Dal 2017 diversi giudici di pace annullarono decine di ordinanze di ingiunzione emesse dall’amministrazione comunale perché lo strumento non era stato collaudato. Nel 2020 anche la Cassazione lo definì illegittimo.

Negli ultimi anni a Venezia si è discusso molto di come poter controllare le barche a motore, senza trovare una soluzione valida.

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