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  • Sabato 13 novembre 2021

Due coppie californiane hanno avuto l’una la figlia dell’altra per uno scambio di embrioni

Due genitori se ne sono accorti per le vistose differenze nell'aspetto fisico, e hanno fatto causa alla clinica di procreazione assistita

(YouTube)
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Lunedì una coppia californiana ha fatto causa a una clinica di procreazione medicalmente assistita di Los Angeles accusandola di aver scambiato i propri embrioni con quelli di un’altra coppia che aveva richiesto lo stesso trattamento di fertilizzazione in vitro. Dopo essersi accertati di non essere i genitori biologici della figlia che avevano avuto, i due hanno scambiato la bambina con quella partorita dalla donna dell’altra coppia, restituendole la loro, cioè quella che avevano allevato per mesi. Nella videoconferenza con cui hanno annunciato la causa, hanno però spiegato che questo «scambio traumatico» ha avuto pesanti conseguenze psicologiche.

Daphna e Alexander Cardinale si erano rivolti al California Center for Reproductive Health per la prima volta nel 2018. Avevano già una bambina di quattro anni e desideravano un secondo figlio, ma la coppia non riusciva a concepire. A ottobre i due avevano quindi cominciato i trattamenti per la fecondazione in vitro, un processo delicato, lungo e costoso che prevede di estrarre uno o più ovuli della donna, fecondarli con lo sperma del partner e trasferirli poi nell’utero per avviare la gravidanza. Il primo ciclo non andò a buon fine, ma il secondo sì: a gennaio Daphna Cardinale rimase incinta e il successivo 24 settembre partorì una bambina.

La figlia dei Cardinale non somigliava né al padre né alla madre, aveva la pelle e i capelli più scuri. Ciononostante, per circa tre mesi i due la crebbero come loro, cercando di darsi una spiegazione dei suoi tratti così diversi. Verso la fine del 2019, poi, un test del DNA confermò che i Cardinale non erano i genitori biologici della bambina, e i due capirono che probabilmente quello a essere stato impiantato nell’utero di Daphne era stato l’embrione di un’altra coppia, e viceversa.

Tramite la clinica riuscirono a mettersi in contatto con la famiglia che aveva avuto la loro figlia biologica, nata a una settimana di distanza da quella che aveva portato in grembo Daphna Cardinale e che avevano allevato fino a quel momento. Dopo alcuni incontri e dopo essersi scambiati le bambine per qualche notte, le due famiglie decisero di farlo in via definitiva.

Adesso i Cardinale hanno fatto causa alla clinica e al direttore medico Eliran Mor per imperizia, negligenza medica e inadempimento di contratto, sostenendo di aver subìto e di subire tuttora sofferenza e danni emotivi a causa dello scambio. Tra le altre cose, la coppia sostiene che Mor non abbia mai indicato che il servizio di fecondazione in vitro sarebbe stato svolto da un’altra società, la In VitroTech Labs, di cui lui è peraltro il titolare. L’identità dell’altra famiglia non è stata resa nota.

– Leggi anche: Perché in Italia la procreazione assistita è così indietro

Durante la videoconferenza di lunedì, Daphna Cardinale, 43 anni e psicoterapeuta, ha detto di essersi sentita «privata della possibilità di portare in grembo la sua stessa figlia». Cardinale ha aggiunto che lei e il marito non hanno potuto «vedere la loro bambina nel momento in cui veniva messa al mondo o abbracciarla nei suoi primi istanti di vita», spiegando che ogni volta che lei aveva sentito un calcio o le aveva parlato mentre era incinta in realtà «era la figlia di qualcun altro». I documenti relativi alla causa dicono che la donna ha dovuto prendere antidepressivi e che sia lei che il marito hanno sofferto di attacchi di panico.

Il loro non sembra essere stato l’unico caso di questo tipo. Nel 2019 un’altra coppia californiana aveva fatto causa a una diversa clinica di Los Angeles dopo che il proprio embrione era stato impiantato in un’altra donna. L’avvocato dei Cardinale, che rappresenta anche la coppia che aveva avuto la loro bambina, ha detto che queste vicende «evidenziano come il settore abbia un bisogno disperato di regolamentazione a livello federale».