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Come viene raccontato l’aborto nelle serie tv

Male, perché per moltissimo tempo non se n’è parlato, o lo si è fatto in modo poco realistico e sempre drammatico: forse qualcosa sta cambiando

di Giulia Siviero

Sara era una delle protagoniste di I ragazzi del muretto, un teen drama prima ancora che si chiamassero così, andato in onda su Rai 2 all’inizio degli anni Novanta. Era minorenne e la sua gravidanza era indesiderata.

Quando, nell’episodio intitolato “La scelta di Sara”, viene accompagnata dal padre in una clinica per portare a termine la sua decisione, cioè abortire, Sara vede il lettino ginecologico, tocca tragicamente il camice che dovrebbe indossare, va in ansia, scappa, corre nel traffico, causa un incidente e, all’improvviso, si accascia a terra presa da crampi e dolori.

Nella scena successiva si trova in un letto di ospedale. Il padre le dice: «Hai avuto un’emorragia, è avvenuto tutto spontaneamente». Il primo commento di Sara dopo avere capito di avere abortito è: «Mi sento svuotata».

Per decenni l’aborto, nella finzione televisiva e non solo italiana, non è stato considerato un’opzione praticabile dai personaggi. È stato messo in scena sempre nello stesso modo, come una tragedia, o evitato attraverso varie strategie. La motivazione principale, come spiega il sito TvTropes, una specie di wikipedia dei dispositivi narrativi nei media, è che «le brave ragazze evitano l’aborto». Mai, almeno fino a un certo punto, l’aborto è stato raccontato in modo realistico, come decisione volontaria e consapevole o senza drammi.
Un recente articolo di Vox ha spiegato il modo in cui la televisione americana ha rappresentato nelle serie tv l’aborto negli ultimi sessant’anni, dicendo che si possono individuare delle tendenze principali: hanno a che fare con una narrazione unica intorno alla gravidanza, alla gravidanza indesiderata, alla sua interruzione e alle donne che abortiscono; e hanno a che fare con una serie di stereotipi, stigmi e false rappresentazioni.

Seguire la storia e l’evoluzione di queste rappresentazioni nelle serie statunitensi è abbastanza semplice: esiste infatti un archivio con il censimento completo dei personaggi e delle scene in cui si parla di interruzione volontaria di gravidanza. Ci sono anche analisi, ricerche, statistiche e molti articoli. Insomma, se ne parla. Per quanto riguarda le produzioni italiane, la cosa è più complicata da ricostruire, meno lineare e poco o quasi per nulla analizzata.

I primi tentativi, negli Stati Uniti
Dalla fine degli anni Venti e fino al 1980, nelle serie tv americane furono solo due i casi che ebbero a che fare con l’aborto.

Il primo in ordine cronologico, sebbene non fosse coinvolto un personaggio principale, fu The Defenders (La parola alla difesa, serie trasmessa dalla CBS dal 1961 al 1965). Un episodio del 1962 intitolato “The Benefactor” racconta del team legale padre-figlio che difende un medico arrestato per aver praticato illegalmente degli aborti. L’episodio fece scandalo, come si dice: tutti e tre gli inserzionisti abituali si rifiutarono di sponsorizzarlo, ed era stato trasmesso solo dopo che ne era stato trovato un quarto: all’ultimo minuto e a una tariffa pubblicitaria scontata.

Nel 2008, il caso fu utilizzato in un episodio della seconda stagione di Mad Men intitolato, appunto, “The Benefactor”.

Poi, nel 1972, arrivò Maude, una sit-com, andata in onda sulla CBS dal 1972 al 1978. Nell’episodio “Maude’s Dilemma” la protagonista, 47 anni, rimane incinta e dopo averne parlato con il compagno sceglie di abortire. Lo sviluppo fu inserito per un motivo ben preciso: un’organizzazione aveva messo a disposizione 10 mila dollari per affrontare in una produzione televisiva il tema della pianificazione familiare. Inizialmente la produzione di Maude pensò alla vasectomia del protagonista, poi optò per l’aborto di lei che venne considerato accettabile proprio per la sua età.

L’episodio, come raccontarono i giornali del tempo, provocò comunque polemiche e proteste.

A partire dagli Ottanta nelle serie tv che si potevano guardare in prima serata negli Stati Uniti cominciarono ad essere affrontate questioni come il cancro al seno, la violenza domestica, la maternità single, lo stupro, e anche l’aborto, ma quest’ultimo seguendo tre principali narrazioni, che si ritrovano poi anche nelle serie prodotte in Italia: la decisione si evita perché l’aborto è sempre spontaneo, alla fine e a qualsiasi costo prevale l’istinto materno, la discussione è sempre drammaticamente posta sul piano morale in cui entrambe le parti hanno uguale dignità.

Potendo scegliere, meglio non scegliere
La prima narrazione è quella del “c’è mancato poco”, che TvTropes classifica come “convenient miscarriage”, “aborto spontaneo dal tempismo perfetto”: un personaggio che prende in considerazione l’aborto evita di prendere effettivamente la decisione perché il problema, con grande sollievo di tutti, viene risolto da un aborto spontaneo. Ad essere abortita è la decisione stessa.

È il caso de I ragazzi del muretto in Italia, e anche quello di Cinque in Famiglia, serie statunitense trasmessa negli anni Novanta anche su Canale 5.

In un episodio di Cinque in Famiglia, la sedicenne Julia scopre di essere incinta, valuta con preoccupazione le varie opzioni a sua disposizione, e alla fine decide di non voler sacrificare il proprio futuro portando avanti la gravidanza. A poche ore dall’appuntamento ha un aborto spontaneo. Quando il suo ragazzo esprime sollievo, sentimento che lei stessa condivide, Julia si arrabbia e si sente in colpa per la decisione che aveva comunque preso. La co-sceneggiatrice della serie Amy Lippman, in un’intervista, disse che la trama originale dell’episodio prevedeva che Julia abortisse, ma Fox pose il veto a questo finale.

La narrazione verso l’aborto spontaneo continuò a ritrovarsi anche in molte altre serie successive.

Per esempio in Desperate Housewives, trasmessa da ABC dal 2004 al 2012 e più o meno negli stessi anni in Italia su Fox life, Gabrielle rimane incinta perché il marito sostituisce le sue pillole anticoncezionali: lei decide comunque di tenere il bambino che non sa se sia del marito o del giardiniere con cui l’ha tradito. Poi ha un aborto spontaneo causato da una caduta dalle scale.

Potendo scegliere, meglio scegliere di non farlo
Negli anni Novanta e fino ai primi anni Duemila, i personaggi femminili delle serie diventarono più complessi, e la questione dell’aborto cominciò a trovare maggiore spazio di rappresentazione come scelta legittima di una donna. Alla fine, però, la maggior parte di questi personaggi continuava a cedere alla maternità, all’interno di una narrazione quasi mistica sull’essere madre, scelta che poi veniva quasi sempre premiata e che finiva col diventare, di fatto, una condanna indiretta dell’aborto stesso.

In questa seconda narrazione, l’aborto rappresenta una minaccia alla maternità che viene presentata come un destino naturale delle donne, un valore incondizionato e assoluto, qualsiasi sia la condizione.

Andrea, in Beverly Hills 90210 (1990-2000), è incinta e vorrebbe abortire. Va in clinica, piange disperatamente, e alla fine decide di tenere il bambino per paura di deludere il suo uomo e di perderlo. Nella quarta stagione di Sex & The City, anche Miranda si tira indietro e in The O.C. (2003-2007) una tizia rimasta incinta per sbaglio simula un aborto spontaneo per non stravolgere la vita all’ex fidanzato, Ryan, scegliendo di diventare una madre single.

In Italia, moltissime serie e soap hanno preso la strada del “alla fine vince l’istinto materno”.

In La scelta di Laura, medical drama trasmesso da Canale 5 nell’estate del 2009 con due episodi in prima serata, una delle due specializzande protagoniste ha a che fare con il caso di una donna incinta il cui feto è affetto da focomelia (una mano non si è sviluppata). La donna vuole abortire, è oltre il terzo mese, in ospedale si riunisce il comitato etico che dà parere positivo, ma la ginecologa si rifiuta di operare. Alla fine, la donna incinta decide di tenere la bambina dopo aver visto un’infermiera con una protesi alla gamba.

Malformazioni a parte, la gravidanza inaspettata viene portata avanti anche in I Cesaroni (Canale 5, 2006-2014), in Un posto al sole, soap opera tuttora in onda su Rai 3, in Romanzo famigliare, serie più recente andata in onda su Rai 1, moltissime volte in La dottoressa Giò (in onda dalla fine degli anni Novanta su Rete 4) o in Fuoriclasse (Rai 1, 2011-2015) con Luciana Littizzetto che, mentre è in sala d’attesa per l’aborto e la dottoressa la chiama, cambia idea all’improvviso e scappa via.

Gloria Malatesta, sceneggiatrice, spiega che in una cultura profondamente cattolica e patriarcale come la nostra «l’aborto è un tabù e lo è anche in televisione: può essere accettato solo come qualcosa che ti capita, a causa di un incidente o per una caduta dalle scale: un classico. E se il personaggio decide di abortire, all’ultimo minuto il richiamo della maternità e della salvezza del feto è più forte e prevale». Questo perché, dice Malatesta, l’aborto come scelta consapevole «veniva e, spesso ancora oggi, viene visto come una macchia indelebile sul personaggio femminile, uno stigma, che lo condanna agli occhi del pubblico».

Così come non si mette in scena l’aborto consapevole, per gli stessi motivi non si mette praticamente mai in scena nemmeno la scelta consapevole e rivendicata di non essere madri: «L’assenza di istinto materno non è prevista: non corrispondere al modello della donna come procreatrice è qualcosa di cui vergognarsi», dice Malatesta.

Dovendo parlarne, che finisca con un pareggio (che però non lo era)
La terza e tradizionale narrazione intorno all’aborto è quella che si potrebbe definire del “cerchiobottismo”.

Durante gli anni Ottanta e Novanta molti programmi televisivi americani fecero passare messaggi molto espliciti sul posizionamento che avevano deciso di esprimere su diverse questioni sociali: «Argomenti come la razza, l’uguaglianza di genere, lo stupro, l’HIV/AIDS, la sessualità, la dipendenza, la malattia mentale e altro ancora sono stati affrontati in prima serata, in genere in modo progressista», ha scritto Vox. A parte l’aborto.

Sull’aborto, le serie tv continuarono a rappresentare entrambe le posizioni (a favore o contro) in modo molto polarizzato, superficiale, e ricercando il miglior equilibrio possibile. Spesso con esiti paradossali.

L’esempio che fa Vox è un episodio di quella serie degli anni Ottanta che da noi è stata tradotta con New York New York e il cui titolo originale è Cagney & Lacey.

Le due detective protagoniste, una delle quali è incinta, sono accusate di aver aiutato una donna che vuole abortire, la signora Herrera, ad attraversare un violento picchetto davanti a una clinica che pratica aborti, clinica dove poi verrà fatta esplodere con una bomba e una paziente morirà. Dalla parte del diritto all’aborto ci sono la signora Herrera, un medico e la detective incinta, che da adolescente aveva abortito. Contro ci sono l’altra detective, suo padre e il leader di un gruppo anti-abortista che paragona l’aborto all’Olocausto.

Quando l’episodio venne criticato, la CBS diffuse una dichiarazione in cui diceva che la visione era equilibrata. In effetti lo era, commenta Vox: «Il punteggio era un 3 a 3». Era però un finto e pericoloso pareggio perché il diritto di non essere d’accordo con la scelta di abortire era stato messo sullo stesso piano del tentativo intenzionale e criminoso di impedire a qualcuno di fare quella scelta.

«Una cicatrice sull’anima»
«Abortire? Guardi che il fatto che Alice abbia dei problemi non significa che non abbia dei diritti, che non capisca o che non senta come tutti noi. L’aborto è un intervento devastante, può avere conseguenze incredibili anche per l’equilibrio di una donna normale», dice la ginecologa Giò, interpretata in La dottoressa Giò da Barbara D’Urso, al padre di una ragazza minorenne, con un ritardo mentale, che pare sia stata stuprata e che è incinta. E al primario, parlando dello stesso caso: «Ma lei si rende conto o no che Alice forse è stata violentata? E noi, come se non bastasse, la stiamo mandando incontro ad un aborto: a un ABORTO!».

Sempre la dottoressa Giò, a una donna che vuole abortire e che ha un marito violento, Fausto, spiega: «A parte Fausto, al bambino ci hai pensato? Guarda che puoi tenerlo tu… io te lo dico perché abortire non è una cosa semplice, non è come fare una passeggiata. Anche quando poi ti sembra tutto lontanissimo, ti rimane una ferita aperta, una cicatrice sull’anima».

Gloria Malatesta racconta come la cornice generale in cui la questione dell’aborto viene rappresentata nelle serie è comunque e sempre drammatica, a prescindere dal contesto in cui l’ipotesi dell’aborto è inserita nella storia dei personaggi: «Si deve sempre premettere che procura un’enorme sofferenza, che ti addolora per tutta la vita. Non è vero, non sempre è così, e non è detto che debba essere così».

Eugenia Fattori, critica media e tv, ha spiegato come la narrazione intorno all’aborto nelle serie sia molto semplificata e posta sempre in termini di un conflitto morale e binario, in cui entrambe le posizioni (a favore e contro, al di là della singola storia concreta) danno come risultato finale una presunta neutralità: «L’aborto è un tema politico e il corpo delle donne è un campo di battaglia su cui tutti si sentono in diritto di prendere parola. Quando la serie è generalista, e non si sa chi c’è dall’altra parte a guardare, c’è quindi la tendenza a raccontare la cosa nel modo più neutro possibile: o l’argomento non viene affrontato o lo si affronta esclusivamente da un punto di vista sentimentale e morale».

E quando questo accade, prosegue Fattori, «non si racconta il mondo reale che sta intorno alla decisione di abortire, come la pressione sociale, le difficoltà di accesso all’aborto, le imposizioni da parte della famiglia o le varie procedure».

Quest’unica narrazione intorno alla gravidanza, alla gravidanza indesiderata, alla sua interruzione e alle donne che abortiscono, hanno dimostrato diversi studi, restituisce inoltre un’immagine imprecisa di chi sceglie l’aborto, del perché e del come lo fa.

Negli Stati Uniti, dove ci sono dati e analisi che consentono di arrivare a delle conclusioni, le donne che nelle serie tv si confrontano con la questione dell’interruzione di gravidanza sono quasi sempre giovani, bianche, della classe media o benestanti, e non hanno altri figli. Non è quello che accade nella realtà.

Il motivo principale che spinge all’aborto in tv è come la maternità può interferire con le possibilità future (47 per cento), mentre nella realtà questa preoccupazione è alla base solo del 20 per cento delle decisioni (dove, secondo i dati, contano di più le difficoltà finanziarie). Sono poi sovrarappresentate le persone bianche e non sono quasi mai messi in scena né gli ostacoli per accedere a un aborto né l’aborto tramite procedura farmacologica, che invece negli Stati Uniti è sempre più diffuso.

Attraverso la finzione non vengono veicolate solo rappresentazioni imprecise, ma anche messaggi sbagliati: le procedure mediche per l’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) vengono ad esempio presentate come rischiose, molto più di quanto non lo siano nella realtà, e nell’episodio di Black Mirror intitolato Arkangel l’aborto farmacologico viene confuso con la contraccezione di emergenza.

Vox spiega e argomenta, infine, come il modo in cui la televisione ha rappresentato l’aborto abbia contribuito a creare l’immaginario collettivo intorno all’aborto stesso nel mondo reale, a orientare il discorso pubblico e anche quello politico. Tanto che, dall’altra parte, attiviste e attivisti favorevoli all’aborto hanno assunto come centrale la decostruzione di tale narrazione lanciando hashtag, account Instagram, siti, podcast e altro ancora per incoraggiare le donne a condividere le loro esperienze di aborto reale, fuori dallo stigma della colpa e della vergogna. In Italia lo fa ad esempio IVG, ho abortito e sto benissimo.

Esempi positivi, altrove
All’inizio degli anni Duemila, sono avvenuti alcuni timidi cambiamenti nella narrazione dell’aborto nelle serie, almeno negli Stati Uniti e soprattutto di quelle trasmesse sulla tv via cavo e satellitare: sono stati rappresentati aborti consapevoli, che possono essere praticati in varie fasi della vita, senza drammi, postumi o sensi di colpa.

Il caso più famoso e citato è quello di Grey’s Anatomy, celebre serie iniziata nel 2005. Nella prima stagione Cristina Yang è incinta, vuole abortire, ma la gravidanza è extrauterina e tutto si risolve spontaneamente. Poi, più avanti, nella settima stagione Cristina è nuovamente incinta e abortisce: semplicemente perché vuole essere una chirurga e non una madre, e lo dice.

Poi c’è Scandal (2012), sempre della sceneggiatrice e produttrice Shonda Rhimes, dove in un episodio centrato sulla protezione dei finanziamenti a Planned Parenthood, rete di cliniche americane che si occupa anche di interruzioni di gravidanza, viene messa in scena la procedura abortiva e non il processo decisionale.

In Jane the Virgin (2016) per la madre della protagonista la decisione di interrompere la gravidanza è semplice: non viene mostrato niente, non ci sono spettacolarizzazioni o drammi. E ancora: in Dear White People (2017) Coco, giovane studentessa, non si pente del sesso che l’ha portata alla gravidanza ed è contenta di vivere in uno stato senza restrizioni sull’aborto. In GLOW (2017), Ruth scopre di aspettare un bambino dal marito della sua migliore amica e decide di abortire: «Il bambino sbagliato , il momento sbagliato», dice. Planned Parenthood ha parlato molto positivamente di come l’aborto, in quell’episodio, venga mostrato in modo realistico.

In Crazy Ex-Girlfriend (2015), la migliore amica della protagonista, sposata e con due figli, abortisce per frequentare un corso di Giurisprudenza: senza drammi, sensi di colpa e appoggiata dalla famiglia. In You’re the Worst (2014) uno dei personaggi, Lindsay, abortisce non consultando il marito: «My body, my choice», dice («Il mio corpo, la mia scelta»). E in BoJack Horseman, serie animata che ha per protagonista un cavallo, Diane Nguyen decide di abortire, non prima che la cosa venga strumentalizzata dalla cantante per cui lavora. Quando è finita, dice: «I feel shitty. I mean, physically. I’m glad I did it» («Mi sento uno schifo. Fisicamente intendo. Sono felice di averlo fatto»).

Esempi positivi, in Italia
La prima volta che sulla tv generalista italiana è stato messo in scena un aborto volontario è stato nel 2018, a 40 anni dall’approvazione della legge 194, che regola l’interruzione di gravidanza.

Lo spiega Michele Pellegrini, tra gli sceneggiatori della serie La mafia uccide solo d’estate, andata in onda su Rai 1. Durante la seconda stagione Angela, la figlia della famiglia che è al centro della storia, i Giammaresi, rimane incinta del fidanzato: «È giovane, vuole fare la sua vita, studiare, emanciparsi, e vede la maternità come un ostacolo. Decide di abortire e va fino in fondo». Pellegrini racconta che Angela poi si pente, ma precisa: «Il pentimento non era legato all’aborto in sé, ma alla decisione di averlo fatto senza dirlo ai genitori e ricorrendo a una clinica gestita dalla mafia. La serie raccontava in generale che cosa vuol dire crescere in una terra di mafia, e anche il tema personale dell’aborto l’avevamo legato a questo tema collettivo».

Per Pellegrini, quella scena «era rivoluzionaria, anche se non è stato notato: era la prima volta che in una serie italiana si raccontava la decisione di abortire, e che quella decisione veniva portata fino in fondo».

In Chiamami ancora amore, miniserie televisiva di sei episodi trasmessa in prima serata su Rai 1 nel 2021, viene invece mostrato, probabilmente per la prima volta in Italia, un aborto farmacologico; viene mostrato anche come sia complicato potervi accedere.

Nel secondo episodio intitolato “Il dilemma” si vede un ragazzo al telefono fuori da un ospedale di Roma: dice di essere in coda dalla notte precedente con la sua ragazza per la RU486, la pillola abortiva. Dice che lei è alla quinta settimana, che preferirebbe evitare la procedura chirurgica, ma dice anche «che qui hanno tre posti disponibili» e ci sono dieci persone davanti. Gli indicano allora l’ospedale di Formia, in provincia di Latina, e gli danno nome e numero di un medico che lui appunta su un muro con un pennarello, tra le scritte di benvenuto per i nuovi nati.

Da lì in poi viene mostrato quanto possa non essere semplice concludere la procedura: i due, convinti della scelta condivisa che hanno preso, arrivano a Formia, il medico non c’è nonostante avessero un appuntamento e trovano un albergo dove dormire per ripresentarsi la mattina dopo («Comunque è assurdo, lo fanno apposta, è incredibile, è troppo semplice abortire con una pillola, è troppo veloce, preferiscono lasciarti quattro settimane così, con una gravidanza indesiderata, così magari poi ci ripensi», dice lei).

Nella scena successiva, lei è in ospedale, ricoverata, e ha assunto la RU486. L’aborto avviene mentre la ragazza racconta che sua madre, a cui aveva «fatto la guerra perché non tornasse a lavorare», era insoddisfatta, infelice e si è suicidata: l’uccisione simbolica della madre che lei non diventerà passa insomma attraverso la narrazione della morte di una madre reale, in un discorso che dà a tutto l’episodio un alone tragico.

L’intento dell’autore e del regista, Gianluca Maria Tavarelli che ha ringraziato la Rai per aver potuto raccontare questa storia in modo libero, era comunque esplicito: «Era necessario raccontare come in un paese che si suppone civile, esiste un percorso tortuoso. La pillola RU486 si dà negli ospedali per rendere più difficile l’aborto. Siamo in un paese in cui le donne che fanno figli smettono di lavorare, invece le donne si chiedono: faccio i figli o continuo a fare un lavoro per cui ho studiato? Nonostante io sia un maschio e goda di grandi privilegi, faccio di tutto per scrivere un mondo diverso in cui le donne possano godere degli stessi diritti di noi uomini».

La serie, che racconta la difficile separazione di una coppia con un figlio, presenta anche tutte le difficoltà che la maternità comporta, uscendo da una narrazione romantica e celeste dell’essere madri. La protagonista, su cui ricade automaticamente tutto il faticoso lavoro di accudimento, dice: «Voglio laurearmi, io devo trovare il mio posto nel mondo, non posso essere soltanto una madre». E quando sente il bisogno di allontanarsi per qualche giorno e si trova a doversi giustificare davanti a un’assistente sociale che ne deve giudicare l’idoneità genitoriale, dice:

«Ho buttato metà dei miei studi per laurearmi subito (dopo la nascita del figlio lascia medicina per scienze infermieristiche, ndr). Quanti uomini conosce che sono disposti a rinunciare a quello che vogliono fare, nella loro vita, per i propri figli? E quanti uomini abbandonano il tetto coniugale ogni giorno, tutti i giorni? Perché solo noi donne dobbiamo rendere conto di ogni centimetro di libertà che ci prendiamo?»