Un cinghiale nella zona di Tomba di Nerone, a Roma, vicino alla riserva naturale dell'Insugherata, il 3 settembre 2018 (LaPresse - Daniele Leone)

Che ci fanno i cinghiali a Roma

Come in altre città italiane, trovano cibo tra i rifiuti e un ambiente tutto sommato accogliente

Un cinghiale nella zona di Tomba di Nerone, a Roma, vicino alla riserva naturale dell'Insugherata, il 3 settembre 2018 (LaPresse - Daniele Leone)

A Roma, tra i temi affrontati nella campagna elettorale per le amministrative, ci sono i cinghiali: la settimana scorsa sia Carlo Calenda, uno dei candidati alla carica di sindaco, sia il leader della Lega Matteo Salvini hanno condiviso sui social alcuni video di un gruppo di 13 cinghiali – tre esemplari adulti e dieci cuccioli – nel traffico pomeridiano di via Trionfale. Immagini simili vengono diffuse periodicamente da anni e le cause della presenza dei cinghiali in zone urbane è ben nota. Per capirla bisogna tenere conto, tra le altre cose, delle aree di Roma interessate (non proprio il suo «cuore», come ha scritto Salvini) e del fatto che sia un fenomeno comune a molte altre città italiane.

Secondo l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), i cinghiali in Italia potrebbero essere almeno un milione, mentre una decina di anni fa si stimava che ce ne fossero la metà. Non è però facile fare stime precise: i cinghiali sono diffusi più o meno sul territorio nazionale e non possono chiaramente essere contati uno a uno – Coldiretti ha diffuso una stima più alta, 2,3 milioni, ma non ha chiarito come sia stata ottenuta.

È comunque opinione condivisa che il numero di cinghiali sia aumentato negli ultimi decenni. La ragione principale è l’ampliamento delle aree coperte da foreste (sono maggiori di quasi due milioni di ettari rispetto al 1990), l’habitat naturale di specie come i cinghiali. Si ritiene inoltre che l’aumento delle temperature invernali abbia favorito la sopravvivenza di più cucciolate.

Il maggior numero di cinghiali in circolazione poi non è stato compensato da un analogo aumento dei loro predatori naturali, come orsi e lupi, e non ha potuto essere contenuto dalla caccia, che, al contrario, spesso favorisce la diffusione dei cinghiali. È successo infatti in molte occasioni che i cacciatori immettessero alcuni esemplari in zone dove erano poco presenti: fu fatto a partire dal Dopoguerra utilizzando animali provenienti da altre parti d’Europa che erano più grossi, voraci e prolifici rispetto alle varietà italiane. Oggi questa pratica è vietata, ma non è facile impedirla. Anche i foraggiamenti artificiali – cioè la messa a disposizione di mangiatoie nei mesi invernali, un’altra abitudine di chi caccia – hanno favorito la crescita della popolazione dei cinghiali.

I cacciatori infine preferiscono gli esemplari maschi, che sono sensibilmente più grandi delle femmine, e anche per questo non favoriscono la riduzione del numero di cinghiali: se si uccidono principalmente maschi l’impatto complessivo sulla popolazione è minore.

L’aumento dei cinghiali ha favorito la loro espansione verso le zone urbane, che hanno caratteristiche molto favorevoli per questi animali. Piero Genovesi, dirigente dell’ISPRA che si occupa di fauna selvatica, ha spiegato a Wired che secondo una ricerca recente i cinghiali sono presenti in modo più o meno regolare in 90 città italiane: è un «numero in fortissimo incremento rispetto al passato, qualche decennio fa si vedevano solo in pochissime città». Oltre che a Roma, sono stati avvistati, ad esempio, a Torino, Genova, Trieste, Firenze e Bari.

I cinghiali sono animali onnivori e molto adattabili, dunque per loro i cassonetti della spazzatura sono un’importante risorsa alimentare, soprattutto se capita che – per una cattiva gestione cittadina o abitudini scorrette delle persone – siano circondati da sacchetti contenenti resti di cibo. La spazzatura ha anche modificato le abitudini dei cinghiali: in natura sono animali notturni, ma dato che i cassonetti vengono riempiti soprattutto di giorno, molti cinghiali hanno imparato ad approfittarne nelle ore diurne.

Si sono anche abituati a tollerare la presenza delle persone, soprattutto nei casi in cui c’è chi li nutre direttamente. Genovesi ha raccontato: «A Genova c’è quotidianamente un gruppo di cittadini che danno da mangiare le focacce ai cinghiali vicino al Bisagno [un torrente, ndr], probabilmente per scattargli le fotografie». Nelle città poi non ci sono predatori, cacciatori e trappole: i cinghiali vi trovano una certa tranquillità rispetto alle zone rurali, nonostante il traffico automobilistico.

Tornando alle foto e ai video che mostrano i cinghiali in città negli ultimi anni, bisogna anche dire che sono stati realizzati in particolari zone delle città: quelle più vicine alla campagna. A Roma, come ha spiegato al Foglio Francesco Petretti, biologo e presidente del Bioparco della città, si trovano «soprattutto nel quadrante settentrionale della città che è collegato a tutti i sistemi naturali dell’Alto Lazio».

Il territorio del Municipio XIV, che comprende le zone di Monte Mario e Balduina, il quartiere Primavalle e quasi tutta via Trionfale, è infatti collegato, attraverso la Riserva naturale dell’Insugherata, al parco regionale di Veio e da lì alla Tuscia e alla Maremma, regioni in cui la popolazione di cinghiali è in particolare aumento. Quella dove vengono fatti i video dei cinghiali è dunque una parte di Roma, a nord-ovest del centro: la presenza di questi animali in zone urbane non riguarda tutta la capitale.

In ogni caso che il fenomeno sia particolarmente sentito a Roma si spiega con la prossimità di numerose zone agricole: «Roma è il più grande comune agricolo d’Europa», ha aggiunto Genovesi, «e ha storicamente dei veri e propri corridoi per gli animali selvatici». Ma anche in altre città italiane ci sono situazioni simili.