La villa della famiglia Ghira nel Circeo. (Ansa)
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  • sabato 11 Settembre 2021

Cosa accadde nella villa del Circeo

La storia di uno dei delitti più noti e violenti degli anni Settanta, al centro del film tratto da “La scuola cattolica” di Edoardo Albinati

di Stefano Nazzi
La villa della famiglia Ghira nel Circeo. (Ansa)
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Il film La scuola cattolica, tratto da un romanzo di Edoardo Albinati e presentato in questi giorni alla Mostra del cinema di Venezia, racconta uno dei fatti di cronaca più sconvolgenti della storia d’Italia degli anni Settanta. Avvenne tra il 29 e il 30 settembre 1975, a San Felice Circeo, sul litorale laziale, a poco più di 100 chilometri da Roma. Due ragazze furono seviziate, picchiate e violentate per 30 ore di seguito. Una di loro morì, l’altra si salvò fingendosi morta.

Rosaria Lopez, 19 anni, e Donatella Colasanti, 17, abitavano nel quartiere della Montagnola, a Roma. Un sabato pomeriggio conobbero due ragazzi, Gianni Guido e Angelo Izzo. Iniziarono a frequentarli, ogni tanto li raggiungevano al Fungo dell’Eur, il grande serbatoio dell’acqua con un ristorante al 14esimo piano. Sotto il Fungo si davano in quegli anni appuntamento giovani neofascisti romani. Izzo e Guido avevano 20 e 19 anni, avevano frequentato insieme il liceo classico all’istituto privato San Leone Magno, nel quartiere Trieste. Si definivano fascisti senza però essere particolarmente impegnati politicamente. Racconterà anni più tardi Angelo Izzo nel corso di un’intervista: «Eravamo guerrieri, quindi stupravamo, rapinavamo, rubavamo. Questo, come la nostra mentalità, aveva anche lo scopo di legarci tra noi, personaggi dell’ambiente pariolino».

Il 28 settembre Izzo e Guido proposero a Colasanti e Lopez di andare, il giorno successivo, alla festa di un loro amico a Lavinio, in provincia di Roma. Partirono dal Fungo dell’Eur lunedì pomeriggio ma non andarono a Lavinio. La destinazione era in realtà una villa a San Felice Circeo, Villa Moresca. La casa era di proprietà della famiglia di un terzo ragazzo, Andrea Ghira, 22enne figlio di un noto imprenditore romano, con precedenti per violenze di piazza e già condannato per rapina insieme a Izzo.

Quando la Fiat 127 di proprietà di Guido arrivò al Circeo, Ghira era già lì, sulla porta di casa. I tre ragazzi iniziarono a ridere, Izzo tirò fuori una pistola. Testimoniò al processo Donatella Colasanti:

«Quando siamo arrivate nella villa del Circeo, ci hanno fatte subito entrare in casa. Ci hanno puntato una pistola contro, sghignazzando: “Ecco la festa!”. Poi ci hanno chiuso in un bagno minuscolo, senz’aria. Ci hanno spogliate, tolto gli anelli, i documenti, tutto quello che avrebbe potuto renderci identificabili. Sapevano benissimo cosa stavano facendo. Era tutto preparato. I sacchi in cui ci avrebbero messe, da morte, ce li hanno mostrati subito.

Izzo voleva essere protagonista, al centro dell’attenzione. Ripeteva in continuazione che lui era capace di uccidere mentre Ghira faceva il capo del gruppo, sosteneva di far parte della banda dei marsigliesi, di essere molto amico del loro boss, Jacques Berenguer. Anzi, diceva che era proprio per ordine dei marsigliesi che ci avevano catturate. Izzo poi diceva che ci avrebbe ammazzate. L’ora e il modo non erano stati decisi, ma dovevamo morire. “Da qui non uscirete vive” ripeteva con il suo sorrisetto malvagio. Recitava un copione».

Nel tentativo di liberarsi le due ragazze ruppero un lavandino. Quando Ghira, Izzo e Guidi se ne accorsero le picchiarono violentemente. Poi Ghira trascinò Rosaria Lopez al piano di sopra, la chiuse in un altro bagno. Da sotto, mentre subiva le violenze di Izzo e Guido, Donatella Colasanti sentiva le grida e le richieste di aiuto di Rosaria. Andarono avanti per ore, Ghira a un certo punto prese l’auto e andò a Roma perché doveva assolutamente pranzare con la sua famiglia. Tornò poche ore dopo. Fu a quel punto che Rosaria Lopez venne uccisa, annegata nella vasca da bagno riempita d’acqua.

Donatella Colasanti con la madre e un poliziotto, sul luogo del delitto. (Ansa)

Poi i tre tornarono giù da Donatella Colasanti:

«Poi sono tornati da me. Ho capito che l’unica, minuscola speranza che mi rimaneva era fingermi morta. Gianni Guido mi aveva fatto sdraiare per terra, mi aveva messo un piede sul petto e legato una cinghia attorno al collo. Ha tirato così forte che alla fine la fibbia si è rotta. Allora ha cominciato a infierire con la spranga e con i calci in testa.

Izzo si esaltava nel dare ordini. Provava gusto nel vedermi soffrire. A un certo punto, ho sentito una voce che diceva: “Questa non muore mai”.  Allora ho deciso di stare immobile, come un animale paralizzato di fronte al pericolo. Sono rimasta così ferma che Izzo e gli altri due hanno pensato di avermi uccisa. Mi colpivano e io non fiatavo: una morta non prova dolore».

Donatella Colasanti e Rosaria Lopez furono chiuse nel bagagliaio della 127. I tre uomini, con le due ragazze credute morte, partirono verso Roma. Ridevano e scherzavano, la Colasanti li sentì dire «shh, parliamo piano, dietro c’è gente che sta dormendo». A un certo punto Ghira mise la cassetta con la colonna sonora dell’Esorcista. L’auto si fermò dopo poco più di un’ora, in via Pola, nel quartiere romano Trieste. Ghira, Izzo e Guido scesero e andarono in un ristorante poco lontano.

Fu allora che Donatella Colasanti, passati alcuni minuti, iniziò a picchiare sul cofano. Un uomo che stava passando si fermò, sentì dei lamenti, diede l’allarme. Il cofano fu forzato. C’è una foto che racconta quel momento, è una delle immagini più forti e significative dell’Italia degli anni Settanta: è quella di Donatella Colasanti, sconvolta, coperta di lividi e sangue che si affaccia dal baule. La scattò Antonio Monteforte, un fotografo di “nera” che, come si faceva in quegli anni, era costantemente collegato con una radio sulle frequenze delle forze dell’ordine. La chiamata arrivò alle 22.50: «Centrale… c’è un gatto che miagola nel baule di una 127 in via Pola».

Il medico legale accertò la morte di Rosaria Lopez per annegamento, Donatella Colasanti aveva numerose fratture, ferite e contusioni in tutto il corpo, il naso era rotto. Izzo e Guido vennero arrestati poche ore dopo, Ghira non venne trovato: al processo l’accusa parlò del sospetto che fosse stato avvertito e aiutato a fuggire. C’è un’altra foto emblematica: è quella di Angelo Izzo che ride, davanti ai fotografi, mentre ammanettato viene portato in carcere.

Angelo Izzo nel momento dell’arresto. (Ansa)

Il processo si svolse nella primavera del 1976. Associazioni femministe si presentarono parte civile, Donatella Colasanti era rappresentata da Tina Lagostena Bassi, celebre avvocata impegnata nella lotta per i diritti delle donne. La famiglia Lopez decise di non costituirsi parte civile e accettò un risarcimento di 100 milioni di lire da parte della famiglia di Guido.

Donatella Colasanti testimoniò, raccontò tutto. Come spesso accadeva nell’Italia di quegli anni in processi per stupro e violenza, la difesa degli imputati cercò di distruggere la credibilità delle due ragazze. Nella sua arringa finale l’avvocato di Guido, Angelo Palmieri, disse: «Se le ragazze fossero rimaste accanto al focolare, dove era il loro posto, se non fossero uscite di notte, se non avessero accettato di andare a casa di quei ragazzi, non sarebbe accaduto nulla». Disse poi l’avvocato: «I giudici lessero la sentenza a tarda notte e sembrava di stare in uno stadio. Dovettero accompagnarci a casa i carabinieri con il furgone, neanche fossimo noi gli imputati». Izzo, Guido e Ghira (in contumacia) vennero condannati all’ergastolo. Ghira scrisse agli amici in carcere: «Uscirete presto».

Di Ghira non si seppe nulla per molti anni. Nel 1995 i carabinieri appostati davanti a una bisca clandestina a Roma fotografarono un uomo con una folta barba che camminava lungo la strada. Qualcuno credette di riconoscerlo.

La foto del 1995 in cui qualcuno riconobbe Ghira. (TG1/Ansa)

Venne ricostruito poi che subito dopo essere fuggito, Ghira aveva passato qualche mese in un kibbutz israeliano per poi arruolarsi, nel giugno 1976, nella Legione straniera spagnola con il nome di Massimo Testa de Andrés. Ne fu cacciato 18 anni dopo per   condizioni psicofisiche non idonee: era diventato tossicodipendente. Morì, secondo le ricostruzioni, a Melilla il 2 settembre 1994: venne trovato a letto con la siringa infilata nel braccio. Solo dieci anni dopo la famiglia rese noto che l’ex soldato morto a Melilla era in realtà Andrea Ghira. L’uomo fotografato a Roma, su cui si erano concentrate le indagini, non poteva essere lui. Il 26 novembre 2005 l’esame del DNA sciolse gli ultimi dubbi: il corpo sepolto a Melilla era quello di Ghira.

Gianni Guido, la cui pena in appello, dopo il suo pentimento, era stata ridotta a 30 anni, fuggì dal carcere di San Gimignano nel gennaio del 1980. Fu arrestato due anni dopo a Buenos Aires ma fuggì ancora dall’ospedale militare in cui era stato ricoverato per un’epatite. Fu arrestato nuovamente a Panama nel 1994 ed estradato in Italia. Nel 2008 venne affidato ai servizi sociali, un anno dopo finì di scontare la pena grazie a una riduzione di otto anni dovuta all’indulto. Vive a Roma.

Angelo Izzo, dopo l’arresto, per molti anni, collaborò a numerose inchieste sul mondo neofascista. Nel 1993, approfittando di un permesso premio, lasciò l’Italia. Venne catturato a Parigi ed estradato. Nel dicembre del 2004, detenuto nel carcere di Campobasso, ottenne la semilibertà per andare a lavorare, di giorno, presso una cooperativa. Il 25 aprile 2005 compì un duplice omicidio: uccise Maria Carmela e Valentina Maiorano, moglie e figlia di Giovanni Maiorano, un pentito della Sacra Corona Unita. L’uomo aveva chiesto a Izzo, conosciuto in carcere, di occuparsi della moglie e della figlia, di proteggerle e di aiutarle. Izzo le uccise. Disse: «La presenza di Maria Carmela, i progetti che faceva, l’idea di fuggire con me all’estero, forse perché pensava che io potessi darle una speranza di vita diversa: tutto questo per me era diventato oppressivo». La figlia fu uccisa per eliminare una testimone.

Angelo Izzo nel 2010. (ANSA /FILIPPO VENEZIA)

Nel 2010 Angelo Izzo sposò in carcere la giornalista del Giornale Donatella Papi che, convinta della sua innocenza, si batté per un certo periodo perché venissero riaperti i processi che avevano sancito le due condanne all’ergastolo del marito. I due divorziarono nel 2011.

Donatella Colasanti è morta di tumore il 30 dicembre 2005 a Roma. È sempre stata convinta che quello ritrovato in Spagna a Melilla non fosse il corpo di Andrea Ghira e che l’analisi del DNA fosse stata alterata. Disse, in una delle ultime interviste: «Andrea Ghira è qui, a Roma, libero».

La villa del Circeo di proprietà della famiglia Ghira rimase a lungo disabitata dopo il dissequestro da parte delle autorità giudiziarie. È stata venduta nel 2005.