Il velocista Eseosa Desalu, nato in Italia da genitori nigeriani e diventato cittadino italiano solo dopo i 18 anni (Aleksandra Szmigiel-Pool/Getty Images)
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  • venerdì 13 Agosto 2021

Il dibattito attorno allo ius soli

Se ne riparla per gli atleti italiani delle Olimpiadi di Tokyo che hanno dovuto aspettare i 18 anni per avere la cittadinanza, ma per ora non sembra esserci l'appoggio politico

Il velocista Eseosa Desalu, nato in Italia da genitori nigeriani e diventato cittadino italiano solo dopo i 18 anni (Aleksandra Szmigiel-Pool/Getty Images)

Le Olimpiadi di Tokyo hanno riavviato il dibattito nella politica italiana attorno allo ius soli, un’espressione giuridica che indica l’acquisizione della cittadinanza di un determinato paese nel momento in cui vi si nasca. In Italia se ne parla ciclicamente da anni, senza che però siano stati mai fatti passi concreti per farlo diventare legge. La questione è tornata a essere dibattuta perché alle Olimpiadi di Tokyo hanno partecipato diversi atleti italiani nati in Italia da genitori stranieri, e che hanno ottenuto la cittadinanza italiana solo dopo averne fatto richiesta una volta compiuti i 18 anni.

Lo ius soli è in vigore in vari paesi, soprattutto nel continente americano, mentre in Italia è in vigore lo ius sanguinis (dal latino, “diritto di sangue”): un bambino è italiano se almeno uno dei genitori è italiano, mentre un bambino nato da genitori stranieri, anche se partorito sul territorio italiano, può chiedere la cittadinanza solo dopo aver compiuto 18 anni e se fino a quel momento abbia risieduto in Italia «legalmente e ininterrottamente».

È il caso di Eseosa Desalu, detto Fausto, il velocista vincitore della medaglia d’oro nella staffetta 4×100 metri insieme a Lorenzo Patta, Marcell Jacobs e Filippo Tortu. Desalu è nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, ma essendo figlio di genitori nigeriani ha dovuto aspettare il compimento dei 18 anni per diventare italiano. Molti politici e giornali hanno fatto erroneamente anche l’esempio di Marcell Jacobs, che però è italiano dalla nascita, in quanto figlio di madre italiana e padre statunitense.

A proposito del caso di Desalu e di tutti gli atleti che si trovano nelle sue condizioni in Italia, il presidente del CONI Giovanni Malagò ha detto che è necessario approvare una legge che introduca quello che ha definito ius soli sportivo, che permetta ai minori nati in Italia da genitori stranieri di gareggiare per l’Italia.

Dal 2016, infatti, esiste una legge che permette loro di essere tesserati dalle federazioni sportive italiane a partire dai 10 anni di età, ma non di poter essere convocati per le selezioni nazionali. «Oggi in Italia c’è una legge. Ma se tu aspetti 18 anni per fare la pratica, rischi di perdere la persona. Allora farò una proposta: anticipare l’iter burocratico, che è infernale. Altrimenti o l’atleta smette, o si tessera con il paese d’origine, o arrivano altri paesi che studiano la pratica e lo tesserano loro», ha detto Malagò.

Le dichiarazioni di Malagò sono state seguite da quelle della ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, che a proposito dello ius soli ha detto che «la politica dovrà fare i suoi riscontri e spero che si arrivi ad una sintesi: questi ragazzi devono sentirsi parte integrante della società».

Alla richiesta di una legge per introdurre in Italia lo ius soli si è unito tutto il centrosinistra, e in particolare il PD, con il segretario Enrico Letta che ha proposto di iniziare in autunno una discussione in parlamento «senza volerne fare bandiere ideologiche», per trovare la migliore legge di cittadinanza da dare all’Italia. «La legge sulla cittadinanza – ha detto Letta – è un grande cambiamento per il nostro paese e il PD sarà all’avanguardia e si farà portabandiera di questa battaglia in parlamento. E lì, sono sicuro, troverà consensi e alleati per renderla effettivamente una legge».

Si sono già dichiarati contrari a una legge sullo ius soli tutti i partiti di centrodestra e di destra, compresa la Lega. Il leader leghista Matteo Salvini ha commentato le parole della ministra Lamorgese dicendo che «invece di vaneggiare di ius soli, il ministro dell’Interno dovrebbe controllare chi entra illegalmente in Italia».

Il Movimento 5 Stelle (M5S) non si è espresso in maniera esplicitamente favorevole per una legge sullo ius soli. La senatrice Paola Taverna, per esempio, ha detto di ritenere «che nell’attuale situazione politica ci siano altre priorità» e che «questo argomento ogni tanto è usato in maniera pretestuosa». Non è la prima volta che il M5S non prende una posizione netta su temi delicati e identitari come questo, data l’estrema varietà degli orientamenti politici del suo elettorato e dei suoi parlamentari.

Il precedente del 2017
Già nel 2017 il M5S aveva fatto mancare il numero legale per l’approvazione di una legge sullo ius soli, che era già stata approvata alla Camera e a cui mancava solo il voto del Senato. La legge prevedeva l’introduzione di uno ius soli temperato, ovvero solo ad alcune condizioni: la prima prevedeva che un bambino nato in Italia diventasse automaticamente italiano se uno dei due genitori si trovava legalmente in Italia da almeno 5 anni.

Se il genitore in possesso di permesso di soggiorno non proveniva dall’Unione Europea, doveva aderire ad altri tre parametri: avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale, disporre di un alloggio che rispondesse ai requisiti di idoneità previsti dalla legge, superare un test di conoscenza della lingua italiana.

L’altra condizione era il cosiddetto ius culturae, e passava attraverso il sistema scolastico italiano. Avrebbero potuto chiedere la cittadinanza italiana i minori stranieri nati in Italia o arrivati entro i 12 anni che avessero frequentato le scuole italiane per almeno cinque anni e superato almeno un ciclo scolastico (cioè le scuole elementari o medie). I ragazzi nati all’estero ma arrivati in Italia fra i 12 e i 18 anni avrebbero potuto ottenere la cittadinanza dopo aver abitato in Italia per almeno sei anni e avere superato un ciclo scolastico.