Claudio Durigon (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)
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  • giovedì 12 Agosto 2021

Perché si discute di Claudio Durigon

Il sottosegretario all'Economia, leghista, ha chiesto che un parco di Latina dedicato a Falcone e Borsellino torni a essere intitolato al fratello di Mussolini

Claudio Durigon (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Da giorni nella maggioranza di governo si discute intorno a una dichiarazione di  Claudio Durigon, deputato della Lega e sottosegretario al ministero dell’Economia, che in un comizio elettorale a Latina ha proposto di revocare l’intitolazione del parco comunale ai giudici uccisi dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e di tornare a intitolarlo, come in passato, ad Arnaldo Mussolini. Cioè il fratello minore di Benito Mussolini, che durante il ventennio fascista era stato a lungo direttore del Popolo d’Italia, il quotidiano ufficiale del Partito Nazionale Fascista.

Le dichiarazioni di Durigon, fatte mentre sul palco al suo fianco c’era il leader della Lega Matteo Salvini, hanno suscitato accese critiche da tutti i partiti che compongono la maggioranza del governo Draghi, oltre che dai partiti di opposizione, e in molti ne hanno chiesto le dimissioni. L’unico partito della maggioranza che lo ha difeso apertamente è la Lega: Salvini ha detto che Durigon è «bravissimo» e che «fascismo e comunismo sono stati sconfitti dalla storia e nella Lega non c’è alcun nostalgico».

Durigon aveva fatto la proposta il 4 agosto, nel corso di un comizio della Lega tenuto a Latina in vista delle elezioni amministrative, a conclusione del suo intervento e prima di presentare Salvini. Aveva ricordato la storia di Latina, fondata nel 1932 dopo la bonifica dell’Agro Pontino con il nome di Littoria, e abitata inizialmente soprattutto da coloni del Veneto e del Friuli Venezia Giulia (tra cui anche gli avi di Durigon stesso). Parlando del passato della città Durigon aveva quindi terminato il suo discorso dicendo: «Questa è la storia di Latina che qualcuno ha voluto anche cancellare con quel cambio di nome a quel nostro parco, che deve tornare a essere quel parco Mussolini che è sempre stato, su questo ci siamo e vogliamo andare avanti».

Le affermazioni di Durigon erano state da subito duramente condannate, e in molti avevano chiesto che il sottosegretario si dimettesse dal suo ruolo o che il presidente del Consiglio intervenisse direttamente revocandogli le deleghe, entrambe cose che però non sono avvenute. Durigon si era difeso dicendo che le sue dichiarazioni non erano «un inno al fascismo, non è quella la mia intenzione, io non sono fascista, né lo sono mai stato» e su Twitter aveva scritto che «mai e poi mai penserei di mettere in discussione il grande valore del servizio prestato allo stato dai giudici Falcone e Borsellino: ciò non toglie che è nostro dovere considerare anche le radici della città».

Il parco a cui aveva fatto riferimento Durigon era stato intitolato a Falcone e Borsellino nel 2017 su iniziativa del sindaco di Latina Damiano Coletta, eletto nel 2016 con una lista civica. In precedenza ufficialmente il parco si chiamava solo “Parco Comunale”, ma sui cartelli era scritto “Parco Arnaldo Mussolini”. In effetti il parco era stato intitolato ad Arnaldo Mussolini dopo la sua morte, nel 1931, ma tale denominazione era rimasta solo fino al 1943, quando con la caduta del regime il podestà Alfredo Scalfati cancellò con una delibera tutta la toponomastica fascista.

Nel 1996 l’anziano sindaco Ajmone Finestra, che dopo la caduta del fascismo aveva aderito alla Repubblica di Salò e che in seguito era diventato un politico del Movimento Sociale Italiano (MSI), propose di intitolare di nuovo il parco al fratello di Mussolini. Come aveva spiegato Coletta nel 2017, però, Finestra non approvò alcun atto pubblico, quindi il parco ufficialmente non cambiò mai nome. Ciononostante vennero realizzati cartelli che indicavano il parco con il nome di Arnaldo Mussolini.

Il segretario del PD Enrico Letta ha commentato le affermazioni di Durigon giudicandole «incompatibili con la sua presenza al governo» e dicendo che «deve fare un passo indietro e faremo il possibile perché questo avvenga». Lo stesso hanno chiesto tra gli altri Giuseppe Conte, presidente del M5S, la viceministra alle Infrastrutture Teresa Bellanova, di Italia Viva, il ministro alle Politiche agricole Stefano Patuanelli, del M5S, e anche il deputato Elio Vito di Forza Italia.

Infine giovedì il PD ha annunciato tramite il deputato Enrico Borghi che presenterà una mozione di sfiducia al governo contro il sottosegretario. La mozione di sfiducia nei confronti di un sottosegretario, a differenza di quella nei confronti di un ministro, non è però vincolante ma è solo un atto di tipo politico rivolto al presidente del Consiglio, l’unico che ha il potere di revoca dell’incarico (che deve poi essere ufficializzato con un decreto del Presidente della Repubblica).

Nella storia repubblicana solo una volta una mozione di sfiducia nei confronti di un sottosegretario era stata votata in Parlamento. Era il 2010 e la Camera la votò nei confronti del sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, del Popolo della Libertà, indagato dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta “P3”: la Camera respinse la mozione.

Negli altri casi i sottosegretari nei cui confronti era stata presentata una mozione di sfiducia si erano dimessi autonomamente o su iniziativa del presidente del Consiglio. L’ultima volta era successo nel maggio del 2019, quando il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, senatore della Lega indagato per corruzione, era stato rimosso dall’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte.