Un uomo trasporta cibo distribuito gratuitamente da una banca di Belo Horizonte, in Brasile. (Pedro Vilela/Getty Images)
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  • domenica 8 Agosto 2021

Il problema della fame nel mondo sta peggiorando

Il numero di persone in stato di denutrizione è tornato a crescere in maniera preoccupante, in gran parte a causa della pandemia, dice l'ONU

Un uomo trasporta cibo distribuito gratuitamente da una banca di Belo Horizonte, in Brasile. (Pedro Vilela/Getty Images)
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Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha stimato che nel 2020 il numero di persone denutrite e che hanno sofferto la fame nel mondo sia salito in maniera preoccupante, passando da 650 a 768 milioni: circa un decimo della popolazione totale. Una cifra così alta non si vedeva da quindici anni, e interrompe un periodo di qualche anno in cui il numero di persone denutrite era rimasto stabile.

Il rapporto imputa quest’aumento principalmente alla pandemia da COVID-19, che ha ridotto i redditi di milioni di persone rendendo più difficile l’accesso al cibo in molti paesi. Inoltre, fenomeni climatici avversi e la congiuntura economica stanno facendo salire i prezzi, il che non fa che esacerbare il problema.

Questo stato di cose non sembra destinato a migliorare nel breve termine: uno studio del dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti pubblicato la settimana scorsa prevede che il numero di persone senza cibo a sufficienza aumenterà di un terzo nel corso del 2021. Tutto ciò renderà più difficile riuscire nell’obiettivo di eliminare il problema della fame entro il 2030, inserito dalle Nazioni Unite fra i suoi obiettivi di sviluppo sostenibile nel 2015 ma reputato dalla stessa organizzazione difficile da conseguire già prima della pandemia.

Il rapporto delle Nazioni Unite definisce come “denutrite” le persone che si trovano in una condizione per cui «il consumo abituale di cibo di un individuo è insufficiente per provvedere il livello di energia necessario a sostenere una vita normale, attiva e sana».

Tra le altre cose il rapporto, frutto del lavoro congiunto di cinque delle sue agenzie, ha stimato che nel 2020 il numero di persone denutrite sia cresciuto più velocemente della popolazione mondiale, passando dall’8,4 al 9,9 per cento della stessa in un anno.

Il numero di persone denutrite, difficile da stimare con precisione anche a causa della pandemia, nel 2020 è stato compreso tra i 720 e gli 811 milioni (i 768 milioni citati prima sono il punto medio di questi due estremi). Di queste, più della metà (circa 418 milioni) vivevano in Asia, mentre più di un terzo (282 milioni) si trovavano in Africa. L’Asia è stata anche il continente in cui le persone denutrite sono aumentate di più in termini assoluti: 57 milioni in un anno, contro i 46 milioni dell’Africa e i 14 milioni dell’America Latina, che conta in tutto 60 milioni di persone denutrite.

Ancora più ampia è stata la popolazione colpita nello stesso anno da grave insicurezza alimentare, che è una condizione considerata dalle Nazioni Unite come differente dalla denutrizione, nella quale una persona interrompe l’assunzione di cibo per oltre un giorno a causa della mancanza di denaro o altre risorse: 928 milioni di persone, 148 milioni in più rispetto al 2019.

Inoltre, l’anno scorso circa un terzo dell’intera popolazione mondiale ha sofferto di malnutrizione: definizione più ampia che comprende denutrizione, eccessi alimentari (e quindi obesità) e in generale diete che non abbiano un apporto corretto di sostanze nutritive. Anche in questo caso, si tratta di un problema legato alle cattive condizioni economiche, perché i più poveri spesso non si possono permettere una dieta sana, anche nei paesi ad alto reddito. Nel 2020, il numero di persone in questa condizione è cresciuto di 320 milioni rispetto all’anno prima a causa della pandemia, arrivando a un totale di 2,4 miliardi.

Tra queste, le più colpite sono state le donne: l’anno scorso ci sono state 11 donne in condizioni di insicurezza alimentare per ogni 10 uomini nella stessa condizione, un rapporto aumentato rispetto al 2019, quando erano 10,6 contro 10. A livello mondiale, lo studio delle Nazioni Unite ha stimato che l’anno scorso circa un terzo delle donne in età riproduttiva soffrisse di anemia.

– Leggi anche: L’obesità continua a diffondersi in Africa

Negli ultimi vent’anni, il numero di persone denutrite si era quasi dimezzato. Asia e America Latina in particolare avevano fatto importanti progressi nel contrastare la denutrizione. Ciò era avvenuto sia grazie all’aumento dei redditi generato dalla crescita economica di molti paesi in via di sviluppo, sia grazie al miglioramento della produttività agricola a livello mondiale.

Gli effetti economici della pandemia hanno invertito questa tendenza, portando milioni di persone a non avere da mangiare, dover saltare pasti che altrimenti non avrebbero saltato, o anche solo intraprendere diete meno nutritive e salutari. Per determinare con precisione l’impatto del COVID-19 sulla nutrizione servirà tempo e molti più dati di quelli disponibili al momento, ma alcuni studi citati dal rapporto delle Nazioni Unite danno un’idea di quali siano stati i canali attraverso cui la pandemia ha portato a un peggioramento della situazione.

Le restrizioni alla mobilità, le chiusure e le limitazioni agli orari di negozi e mercati alimentari, nonché l’aumento dei prezzi degli alimenti deperibili (che sono spesso i più nutrienti), hanno provocato secondo le Nazioni Unite cambiamenti nei comportamenti alimentari delle persone. Questa situazione, assieme al calo dei redditi, potrebbe aver indotto le famiglie a scegliere cibi più economici, che solitamente sono quelli più trasformati, a più lunga conservazione, e che spesso sono più calorici e meno nutrienti.

Questo cambiamento di comportamenti sarebbe alla base dell’aumento della malnutrizione che, stando al rapporto delle Nazioni Unite, sarebbe piuttosto grave in particolare fra i bambini: nel 2020 si contavano quasi 149 milioni di bambini rachitici, mentre altri 45 milioni erano sottopeso. E da qui al 2030, lo studio prevede altri 22 milioni di bambini rachitici e 40 milioni sottopeso a causa della pandemia.

Il problema della fame è principalmente un problema di distribuzione delle risorse: l’organizzazione umanitaria Action against hunger, che ha come obiettivo l’eradicazione della denutrizione, sostiene che il cibo prodotto a livello globale sarebbe più che sufficiente a soddisfare il fabbisogno giornaliero dell’intera popolazione mondiale. Il problema è che almeno un decimo di questa non ha accesso al cibo per cause che comprendono quelle economiche, ma non si limitano ad esse.

La povertà è ovviamente uno dei fattori principali della fame, ma a essa si aggiungono altre ragioni concatenate fra loro. I conflitti, ad esempio, ne sono una delle cause primarie perché interrompono produzione e approvvigionamenti di qualsiasi tipo di risorsa (cibo, acqua, energia, medicine) limitandone l’accesso per la popolazione interessata. A loro volta, i conflitti sono resi più probabili dall’instabilità politica e sociale, che sono esacerbate dalla fame in quello che può diventare un circolo vizioso.

Altro fattore connesso ai due appena visti è il cambiamento climatico, che riduce le risorse disponibili (come la terra coltivabile e l’acqua) generando contese per il loro utilizzo e dando luogo a fenomeni migratori che possono generare ulteriori scontri sociali.

Ma anche se si tiene conto del solo fattore economico, la situazione sta peggiorando. Lo ha mostrato chiaramente la valutazione annuale sull’insicurezza alimentare pubblicata dal dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti lo scorso luglio. Lo studio, che analizza 76 paesi a reddito medio-basso che abbiano fruito o fruiscano di aiuti alimentari da parte degli Stati Uniti, stima che nel 2021 altri 291 milioni di persone non avranno cibo a sufficienza.

L’aumento maggiore si avrà ancora in Asia, in particolare in Bangladesh, India, Pakistan e Indonesia. I paesi più colpiti in termini di percentuale sul totale della propria popolazione saranno invece Yemen, Zimbabwe e Congo, dove l’incertezza alimentare colpirà oltre l’80 per cento degli abitanti. Questo aumento è stato stimato senza tenere in considerazione il potenziale impatto di conflitti armati, del cambiamento climatico e dell’instabilità socio-politica, perciò costituisce senz’altro una stima al ribasso.

Tutto ciò lascia intravedere quanto sia difficile raggiungere l’obiettivo delle Nazioni Unite di eradicare la fame entro il 2030. Le stesse Nazioni Unite, nel loro rapporto, hanno previsto che in quell’anno ci saranno ancora 660 milioni di persone denutrite: 30 milioni in più rispetto a uno scenario in cui non si fosse verificata la pandemia.