La vittoria di Ben Johnson alle Olimpiadi di Seul del 1988 (Mike Powell/Allsport/Getty Images)
  • domenica 18 Luglio 2021

Storia e storie del record dei 100 metri

Dopo un secolo di miglioramenti continui, a Tokyo non ci si aspettano nuovi record: ma ci sono due italiani da tenere d’occhio

di Stefano Piccin
La vittoria di Ben Johnson alle Olimpiadi di Seul del 1988 (Mike Powell/Allsport/Getty Images)

Nel 1912 l’atleta statunitense Donald Lippincott corse 100 metri in 10,6 secondi, il miglior tempo mai registrato all’epoca su quella distanza. Da allora, sia tra le donne che tra gli uomini, le prestazioni nei 100 metri sono migliorate costantemente, grazie al miglioramento delle strutture di allenamento, della preparazione e delle caratteristiche fisiologiche degli atleti, arrivando fino all’attuale record di Usain Bolt tra gli uomini, 9,58 secondi, e ai 10,49 secondi di Florence Griffith-Joyner tra le donne. Le Olimpiadi di Tokyo saranno le prime dal 2008 senza Usain Bolt e non ci si aspettano nuovi record mondiali, ma qualcosa potrebbe accadere di nuovo sul fronte del record italiano: sebbene fosse fermo dal 1979, è stato infatti superato due volte in tre anni da due atleti diversi.

La gara dei 100 metri piani di atletica è quella che dura di meno, ma anche una fra le più affascinanti e seguite. Quello che sanno tutti è che la gara inizia quando i nove atleti sui blocchi di partenza – con tutto il peso sulle mani, poste pochi millimetri prima della linea iniziale – sentono lo sparo del giudice di gara, e che finisce con un vincitore quando il primo atleta supera col busto la linea posta 100 metri più avanti.

Quello che non tutti sanno è che nelle competizioni organizzate dalla federazione internazionale, la World Athletics, una partenza può essere giudicata irregolare non soltanto se un atleta parte prima dello sparo ma anche se parte troppo presto dopo lo sparo: se la pressione dei piedi sui blocchi viene rilasciata meno di 0,12 secondi dopo lo sparo, infatti, la partenza viene annullata perché un tempo di reazione inferiore a quella soglia non è giudicato umanamente possibile.
Dal 2008, inoltre, una falsa partenza determina immediatamente l’eliminazione dell’atleta: non è più permesso un secondo tentativo. Durante la gara viene misurato il vento, che può alterare le prestazioni degli atleti: se il vento soffia più veloce di due metri al secondo nella direzione della corsa, favorendo gli atleti, la classifica della gara resterebbe valida ma i tempi non sarebbero registrati ufficialmente, perché la competizione con i record precedenti o successivi sarebbe sbilanciata.

Sebbene alcune regole della gara siano cambiate nel corso degli anni, diventando sempre più precise e stringenti – per esempio dal 2008 le scarpe degli atleti non possono avere chiodi più lunghi di 9 millimetri sotto la pianta – questo non ha impedito un costante miglioramento delle prestazioni.

Il primo record del mondo dei 100 metri venne registrato nel 1912 alle Olimpiadi di Stoccolma, i 10,6 secondi di Donald Lippincott. Dieci anni dopo, nel 1922, fu ufficializzato il primo record femminile: a Praga Marie Mejzlíková II completò la gara in 13,6 secondi. Dopo Lippincott si ebbero solo miglioramenti di qualche decimo di secondo, finché nel 1936 lo statunitense Jesse Owens vinse quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Berlino, compresa quella dei 100 metri, correndo, alla presenza di Adolf Hitler sulle tribune, in 10,2 secondi. Il record restò imbattuto fino al 1960, quando Armin Hary della Germania Ovest corse in 10 secondi netti. Fu superato nel 1968 dallo statunitense Jim Hines, il primo a scendere sotto la soglia dei 10 secondi a Città del Messico, durante la prima grande gara corsa in una pista sintetica e con un tempo registrato con un’apparecchiatura elettronica. Da quel momento i tempi diventarono più precisi, registrando anche la seconda cifra decimale.

Vent’anni dopo, nel 1988, un altro grande scossone al record arrivò durante quella che fu definita la più controversa gara dei 100 metri mai disputata. Alle Olimpiadi di Seul l’atleta Ben Johnson, canadese nato in Giamaica, completò la gara in 9,76 secondi. «Questo record durerà cinquant’anni, forse cento», disse poi in conferenza stampa. In realtà il record durò solo tre giorni, finché Johnson non venne trovato positivo al test antidoping per l’uso di stanozololo, un derivato sintetico del testosterone noto anche come Winstrol. Successivamente altri cinque degli otto atleti presenti quel giorno vennero trovati positivi a sostanze dopanti. Come la definì il giornalista sportivo Richard Moore, fu «la più sporca gara di sempre».

Poco prima di quei Giochi, ai trials statunitensi – le gare per qualificarsi alle Olimpiadi – Florence Griffith-Joyner corse i 100 metri in 10,49 secondi ottenendo quello che è ancora oggi il record del mondo femminile. Ai Giochi olimpici del 1992 fu Carl Lewis, uno dei più grandi rivali di Ben Johnson, a ottenere il nuovo record maschile correndo in 9,86 secondi. Dopo qualche altro minimo miglioramento, dal 2005 al 2007 ci fu il periodo ricordato come una vera e propria dominazione di Asafa Powell. Dopo un quinto posto alle Olimpiadi di Atene e nonostante una condizione non eccezionale mostrata durante la stagione, il 15 giugno 2005 Powell superò il precedente record di Tim Montgomery – 9,78 secondi, poi revocato per doping – completando la gara in 9,77 secondi. Nei successivi due anni eguagliò due volte il suo tempo, per batterlo il 9 settembre 2007 a Rieti, correndo in 9 secondi e 74 centesimi.

Otto mesi dopo, il 31 maggio 2008, il giamaicano Usain Bolt diventò il più veloce centometrista di sempre correndo in 9,72 secondi, mostrandosi clamorosamente superiore ai suoi avversari e dando inizio a un formidabile dominio della disciplina che dura ancora oggi che Bolt si è ritirato. Alle Olimpiadi di Pechino del 2008 vinse la medaglia d’oro stabilendo un nuovo record in 9,69 secondi, che poi superò di nuovo un anno dopo ai Mondiali di Berlino correndo in 9,58 secondi. Bolt vinse la medaglia d’oro nel 2008 a Pechino, nel 2012 a Londra e nel 2016 a Rio de Janeiro, e lo fece anche nei 200 metri – di cui è anche primatista mondiale – e nella staffetta 4×100, venendo quindi considerato il più grande velocista della storia dell’atletica leggera.

Negli ultimi vent’anni, il miglioramento delle prestazioni degli atleti si è accompagnato a una sempre maggiore comprensione scientifica dei fattori che incidono sulla gara. Il dottor Peter Weyand, professore di fisiologia applicata e biomeccanica alla South Methodist University di Dallas, in Texas, nel suo laboratorio esegue i più precisi test di analisi della corsa ad alta velocità, grazie a tapis roulant in grado di muoversi fino a 144 km/h e a tecnologie molto avanzate per monitorare lo sforzo e la tecnica di corsa degli atleti.

Weyand ha studiato come la velocità massima raggiunta durante una gara dipenda da tre fattori. Il primo è la forza che l’atleta riesce a imprimere al terreno in rapporto al suo peso corporeo: i professionisti riescono a rilasciare una forza fino a cinque volte il loro peso, mentre un atleta non specializzato nella velocità arriva a 3,5 volte. Il secondo aspetto è il tempo impiegato a imprimere questa forza: un professionista mantiene il piede a terra per meno di un decimo di secondo, tre volte più velocemente di un battito di ciglia medio.

Il terzo elemento è la resistenza alla fatica. Un corridore infatti non accelera per tutta la gara dei 100 metri, ma raggiunge la sua velocità massima qualche decina di metri prima dell’arrivo e poi è costretto a rallentare. Questo forniva a Bolt uno dei vantaggi principali: grazie alla sua altezza, e quindi alla lunghezza maggiore dei suoi passi, completava la gara con meno falcate dei suoi rivali – 40 contro una media generale di 44 o 45 – riuscendo quindi a stancarsi di meno e raggiungendo la velocità massima più avanti nella gara.

Weyand sostiene che questa recente migliore comprensione della gara non abbia ancora prodotto davvero nuovi metodi di allenamento, ma è convinto che si possa correre più veloci di 9,58 secondi. A Tokyo il favorito per vincere l’oro è Trayvon Bromell, statunitense con un record stagionale di 9,77 secondi: quando era molto giovane era considerato “il nuovo Bolt”, poi una serie di gravi infortuni lo costrinsero ad abbandonare le competizioni per un lungo periodo. Dovrà confrontarsi con il sudafricano Akani Simbine, autore del secondo miglior tempo fra gli atleti in attività con 9,84 secondi, e con il connazionale Micah Williams, che a soli vent’anni ha un miglior tempo personale da 9,91 secondi.

A Tokyo potrebbero essere gli atleti italiani a migliorare le loro prestazioni nella disciplina. I velocisti Filippo Tortu e Marcel Jacobs negli ultimi tre anni hanno ottenuto in momenti diversi il record italiano, superando per la prima volta quello ottenuto da Pietro Mennea che aveva corso in 10,1 secondi il 4 settembre del 1979. Il primo è stato Tortu nel 2018, diventando anche il primo italiano a scendere sotto la soglia dei 10 secondi, con un tempo di 9,99. Da allora non è più riuscito a migliorarsi, e viene da una stagione altalenante in cui non ha fatto meglio di 10,17 secondi. Marcell Jacobs, lombardo di madre italiana e padre texano, è invece l’attuale primatista italiano con un tempo di 9,95 secondi ottenuto a maggio del 2021, undicesimo miglior tempo registrato quest’anno. Entrambi sperano di qualificarsi per la finale, che si terrà il 30 luglio: nessun atleta italiano ci è mai riuscito nella storia delle Olimpiadi.

Questo e gli altri articoli della sezione Intorno alle Olimpiadi sono un progetto del workshop di giornalismo 2021 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.