Il tedoforo Yoshinori Sakai (AP Photo)
  • domenica 18 Luglio 2021

Le straordinarie Olimpiadi di Tokyo ’64

Come il Giappone dopo aver perso la Seconda guerra mondiale usò i Giochi per tornare presentabile col mondo

di Federico De Blasi
Il tedoforo Yoshinori Sakai (AP Photo)

Quando nel 2013 il Comitato Olimpico Internazionale assegnò a Tokyo l’organizzazione delle Olimpiadi Estive 2020, non era la prima volta che la capitale giapponese se le aggiudicava. Avrebbe dovuto ospitarle già nel 1940 ma la guerra sino-giapponese fece saltare i piani. Ci riprovò con successo nel 1959, quando ottenne l’assegnazione delle Olimpiadi Estive del 1964. Fu la prima volta che una città asiatica ospitava le Olimpiadi e per il Giappone fu soprattutto un’occasione per riacquistare credibilità e prestigio nel mondo, attraverso l’immagine di Tokyo come metropoli ultramoderna che aveva saputo rinnovarsi radicalmente in meno di vent’anni dopo le devastazioni e la sconfitta della Seconda guerra mondiale.

Il Giappone era uscito dalla Seconda guerra mondiale in condizioni disastrose: povero, distrutto e sull’orlo di una crisi alimentare. Alla sconfitta nella guerra seguì l’occupazione militare da parte degli Alleati, guidati dagli Stati Uniti. Harry Truman, l’allora presidente statunitense, affidò al generale Douglas MacArthur il comando delle Forze Alleate per l’attuazione di riforme su larga scala.

L’occupazione del Giappone durò dal 1945 al 1952, periodo in cui furono attuate misure di profondo rinnovamento militare, economico, sociale e politico. Fu smantellato l’esercito e vietato agli ufficiali militari di ricoprire incarichi governativi; fu dettata una nuova costituzione che ridimensionò la figura dell’Imperatore e vennero introdotti maggiori diritti e tutele per le donne. Si attuarono misure di rilancio dell’economia, la cui fragilità gli americani temevano che avrebbe potuto aprire le porte all’influenza sovietica. Infine, si progettò un accordo di pace che culminò nel Trattato di San Francisco del 1952, con cui si concluse l’occupazione americana in Giappone.

Visti i rapporti ormai sereni tra i due paesi, il Giappone fu il partner economico-militare degli Stati Uniti nella guerra di Corea, anche grazie alla propria posizione strategica. Questo permise al paese di diventare il fornitore più importante di beni e servizi per l’esercito americano e di consolidare il processo di ripresa economica avviato durante l’occupazione. Finita la guerra, inoltre, grazie a una flotta commerciale particolarmente sviluppata il Giappone aveva iniziato ad importare a costi contenuti grandi quantità di petrolio, necessario per sostenere lo sviluppo della sua nascente economia industriale.
Fu in questo clima di ottimismo e rilancio che Tokyo si candidò per ospitare le Olimpiadi del 1964: ne ottenne l’assegnazione – a discapito di Detroit, Bruxelles e Vienna – nel 1959, solo quattordici anni dopo lo scoppio delle bombe atomiche. Per simboleggiare la completa ripresa dalla guerra, l’ultimo tedoforo delle Olimpiadi del ‘64 fu Yoshinori Sakai, nato ad Hiroshima il 6 agosto 1945 qualche ora dopo lo scoppio della prima bomba atomica.

(AP Photo)

Per l’organizzazione dei Giochi, l’agenzia di rating finanziario Standard & Poor’s stima che ai tempi furono spesi circa 3 miliardi di dollari (circa 10 miliardi al valore odierno). Il governo intraprese straordinari interventi di ammodernamento del sistema fognario e dei trasporti. Fu costruito lo Shinkansen, un treno ad alta velocità che collegava Osaka a Tokyo in quattro ore anziché sei ore e quaranta minuti, e furono costruite nuove autostrade, due nuove linee metropolitane e un porto, a completare un’opera di ricostruzione impressionante della città.

Le gare olimpiche furono ospitate in trenta sedi, alcune rinnovate o temporanee, altre ancora costruite per l’occasione. Lo Yoyogi National Gymnasium, uno stadio destinato alle competizioni di nuoto, tuffi e basket, fu progettato dal famoso architetto Kenzo Tange ed è considerato il simbolo dell’architettura giapponese contemporanea. Nuove tecnologie furono introdotte anche nelle tecniche di misurazione e punteggio nel nuoto e nella corsa: furono utilizzati computer per il calcolo e la raccolta di statistiche e l’azienda di cronometri Seiko esordì alle Olimpiadi utilizzando un sistema che rendeva possibile registrare i risultati delle gare di velocità fino a 1/100 di secondo. Inoltre, per la prima volta la manifestazione fu trasmessa in altri continenti grazie all’utilizzo della tecnologia satellitare. Il villaggio olimpico, organizzato in villette indipendenti, ospitò 93 paesi e 5.151 atleti, e tutte le delegazioni ne apprezzarono l’ordine e l’efficienza. Alla fine dell’evento, il Giappone riuscì quindi nell’intento di trasmettere l’immagine di un paese nuovo, nel pieno della sua rinascita industriale, lontano dai canoni nazionali tradizionali e dai valori del militarismo imperiale.

L’olandese Anton Geesink contro il giapponese Akio Kaminaga (AP Photo/AS, File)

A Tokyo ‘64 furono introdotti la pallavolo femminile e il judo come tributo al paese ospitante. L’olandese Anton Geesink sconfisse però in finale l’idolo locale Akio Kaminaga, che pesava 30 kg in meno dell’avversario nell’unica categoria del judo in cui non c’erano limiti di peso. Data l’importanza del judo in Giappone, si temette che la sconfitta di Kaminaga potesse generare un’ondata di sconforto tra i tifosi da portarli addirittura al suicidio (non avvenne). La nazionale femminile di pallavolo, invece, composta per intero da operaie di una fabbrica tessile e sottoposta ad allenamenti estenuanti, riuscì a vincere la medaglia d’oro perdendo un solo set nelle cinque partite disputate.

La nazionale giapponese di pallavolo femminile durante una partita contro l’Unione Sovietica (AP Photo/N. Masaki)

Alla fine il Giappone vinse ventinove medaglie – di cui 16 d’oro – e si classificò terzo nel medagliere. L’atleta simbolo della competizione fu però l’americano David Schollander, nuotatore di origini scandinave che vinse quattro medaglie d’oro nello stile libero. Una menzione merita il neozelandese Peter Snell che vinse due medaglie d’oro negli 800 e 1500 metri, mentre un’altra impresa ricordata di quelle Olimpiadi fu quella di Abebe Bikila, il maratoneta etiope che aveva vinto quattro anni prima a Roma correndo scalzo, che si ripeté nella sua disciplina, ma questa volta indossando un paio di scarpe.

Questo e gli altri articoli della sezione Intorno alle Olimpiadi sono un progetto del workshop di giornalismo 2021 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.