(AP Photo/Francisco Seco)

«Lo stato fallito di maggior successo al mondo»

Il Belgio è un paese talmente disfunzionale e sfilacciato che fra le poche cose che riescono ad unirlo c'è la nazionale di calcio, prossima avversaria dell'Italia

(AP Photo/Francisco Seco)
Caricamento player

Nei quarti di finale degli Europei la nazionale italiana di calcio affronterà quella del Belgio, una delle più forti del torneo: inspiegabilmente forte, sostengono alcuni osservatori che conoscono bene il Belgio, i numerosi malfunzionamenti del suo sistema amministrativo e di governo – organizzato su sei livelli – e le sue enormi difficoltà nel far convivere comunità molto diverse tra loro. Sembra che il movimento calcistico belga sia una delle poche cose che funzionano nel paese, e che riesca ad unire i suoi abitanti.

Di recente l’Economist ha suggerito che per comprendere il Belgio bisogna assumere una «prospettiva metafisica»: «il governo è ovunque ma allo stesso tempo non si vede da nessuna parte», «la responsabilità è condivisa da tutti quindi nessuno è davvero responsabile di qualcosa»: «è lo stato fallito più di successo al mondo».

Di fatto il Belgio è un paese diviso in tre: a nord abita la maggior parte della popolazione, i fiamminghi di lingua olandese. A sud vivono i valloni, che parlano francese e sono all’incirca un terzo della popolazione. Il resto dei belgi vive a Bruxelles, una regione ufficialmente bilingue ma di fatto una specie di isola francofona in territorio fiammingo dove per di più hanno sede parecchie istituzioni europee, cosa che aggiunge un ulteriore livello di complessità. In tutto vivono in Belgio circa 11 milioni e mezzo di abitanti.

Negli ultimi decenni il nord fiammingo si è industrializzato e ha sorpassato il sud francofono in quasi tutti i principali indici di sviluppo. Fiandre e Vallonia hanno più o meno lo stesso numero di impiegati pubblici, anche se i fiamminghi sono quasi il doppio dei francofoni. Nel paese ogni tema di rilevanza pubblica non può prescindere dalla questione linguistica e di convivenza fra le comunità: esiste infatti anche una significativa minoranza tedescofona, opportunamente tutelata dalle leggi statali.

La divisione delle competenze e le vite quasi parallele che conducono le varie comunità finiscono spesso per paralizzare la politica belga: nell’ultimo decennio è successo per due volte che lo stato sia rimasto senza governo in carica per un periodo superiore a un anno e mezzo (l’ultima volta tra il 2018 e il 2020). Nei sondaggi sul futuro del loro paese, quasi sempre una significativa parte della popolazione risponde di credere che prima o poi il Belgio si dividerà in due.

Vuoi capire meglio cosa succede in Europa?

Le divisioni risalgono alla nascita stessa del Belgio. Il Belgio è uno stato costruito a tavolino dalle grandi potenze europee in modo non molto diverso da come furono creati gran parte degli stati del Medio Oriente e dell’Africa, come ha fatto notare qualche tempo fa il Guardian. Dopo un periodo di grande sviluppo e crescita economica nel Rinascimento, il Belgio divenne per secoli uno dei campi di battaglia favoriti delle monarchie europee, continuamente attraversato dagli eserciti di Francia, Spagna, Inghilterra e Austria, trattato spesso come poco più di una colonia.

Dopo la caduta di Napoleone, le grandi potenze d’Europa riunite al Congresso di Vienna decisero di creare uno stato forte nel nord Europa per fungere da cuscinetto contro l’espansionismo francese. Con i territori che oggi formano Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, venne creato il Regno Unito d’Olanda, diviso a metà tra gli olandesi protestanti del nord, e francofoni e olandesi cattolici del sud. Intorno al 1830, dopo alcuni moti rivoluzionari, la parte cattolica del paese fu divisa dalle altre, senza tenere conto delle divisioni sociali e linguistiche: e così nacque il Belgio.

Le inefficienze dello stato e le profonde divisioni fra le varie comunità hanno alimentato una notevole polarizzazione politica; i due partiti che al momento secondo i sondaggi raccolgono maggiori consensi sono rispettivamente di estrema destra (Vlaams Belang) e di destra nazionalista (Nuova Alleanza Fiamminga).

– Leggi anche: Il Belgio ha passato un mese a cercare un soldato di estrema destra

Ma il Belgio è anche un paese profondamente «strano», come fra l’altro fa notare l’Economist. Un piccolo ma significativo catalogo di bizzarrie viene raccolto da anni dal giornalista David Carretta, che lavora come corrispondente alle istituzioni europee per Radio Radicale e il Foglio.

Certo, non tutto in Belgio va a rotoli o funziona in modo strambo. Per esempio, nonostante esistano in tutto nove ministri che si occupano di Sanità a vario titolo e nei vari livelli amministrativi, la campagna vaccinale contro il coronavirus è molto avanti, grazie ad alcune decisioni prese dai consulenti scientifici del governo: tre quarti dei belgi hanno ricevuto almeno una dose di vaccino e il 42 per cento ne ha ricevute due. Un altro settore nel quale il Belgio si è distinto per capacità e organizzazione è stato proprio il movimento calcistico nazionale, da tempo riconosciuto come uno tra i più solidi d’Europa.

Tutto iniziò quando il Belgio ospitò l’Europeo del 2000 insieme ai Paesi Bassi. Mentre la nazionale dei Paesi Bassi arrivò fino in semifinale, dove fu eliminata dall’Italia, quella belga uscì ai gironi riuscendo a segnare appena due gol nelle partite eliminatorie. «Fu brutto per i giocatori, per i club, e per la nazionale», ha raccontato di recente a CNN  Michael Sablon, che ai tempi era direttore tecnico della nazionale: «avevamo toccato il fondo».

Sablon e i suoi collaboratori decisero allora di ripartire da zero, impostando un nuovo sistema di gioco – più offensivo e con maggiore spazio per la creatività individuale – fin dalle squadre dei pulcini, beneficiando anche di un finanziamento del governo federale. I primi frutti si videro dopo una decina d’anni, quando le selezioni giovanili iniziarono a partecipare con maggiore frequenza ai tornei internazionali grazie a una generazione di giocatori di altissimo livello come i difensori Vincent Kompany e Jan Vertonghen, che gradualmente sono arrivati in prima squadra.

Ormai da qualche anno per parlare dei calciatori della nazionale belga non si usa più l’espressione “generazione d’oro” dei calciatori, che indica annate estemporanee particolarmente fortunate: il Belgio è stabilmente ai vertici del calcio mondiale ormai da una decina d’anni, e nel frattempo la nazionale si è arricchita di altri talenti come il centrocampista Kevin De Bruyne e gli attaccanti Eden Hazard e Romelu Lukaku.

La nazionale, fra l’altro, è una delle pochissime cose che riesce a unire tutti i belgi, specialmente durante i tornei internazionali: c’entra il fatto che per una volta la convivenza fra comunità diverse – De Bruyne è fiammingo, Eden Hazard vallone e Lukaku figlio di immigrati dell’ex Congo belga – produce un risultato più che positivo.

Finora però la nazionale belga non è riuscita a vincere nessun torneo internazionale, nonostante di recente arrivi spesso fino in fondo o quasi. Ai Mondiali del 2014 e agli Europei del 2016 è arrivata fino ai quarti, mentre ha concluso i Mondiali del 2018 al terzo posto.