Indiana Jones rischiò di chiamarsi Indiana Smith

La storia della genesi del celebre archeologo interpretato da Harrison Ford, il cui primo film uscì 40 anni fa

Quarant’anni fa, il 12 giugno 1981, uscì negli Stati Uniti Raiders of the Lost Ark, che in Italia sarebbe diventato I predatori dell’arca perduta. Che solo diversi anni più tardi sarebbe stato rititolato Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta, per assecondare la grande fama che nel frattempo aveva guadagnato il suo protagonista intento a trovare l’Arca dell’Alleanza prima dei nazisti. Che per diverso tempo, prima di Jones, si era chiamato Smith: Indiana Smith.

Indiana Jones – soprannome di Henry Walton Jones, Jr. – è poi comparso in tutti gli altri film della nota tetralogia, sempre interpretato, nei film e da adulto, da Harrison Ford (River Phoenix fece il giovane Jones nel terzo film). Fino a diventare, in più di un sondaggio, il “miglior personaggio cinematografico di sempre”, davanti a tipi come James Bond, Ellen Ripley, il Drugo o Darth Vader. Di certo, sondaggi a parte, uno dei più noti e meglio riusciti, a prescindere dai gusti di ognuno.

A ben vedere, tuttavia, prima del successo dei Predatori dell’arca perduta (il film dai maggiori incassi del 1981) non era per niente scontato che un fittizio professore di archeologia dell’università di Princeton, nato nell’Ottocento e attivo nella prima metà del Novecento, lo diventasse.

Iniziò tutto negli anni Settanta, quando George Lucas, dopo aver fatto American Graffiti, vide una vecchia locandina cinematografica e si mise a fantasticare sulla possibilità di rifare un nuovo film sulla falsariga di certi vecchi titoli piuttosto in voga nella prima metà del Novecento: film senza grandi pretese e con protagonisti avventurieri di vario genere. Pensò, per quel suo nuovo film, al titolo provvisorio The Adventures of Indiana Smith, in cui il nome “Indiana” era una sorta di omaggio al suo cane, un Alaskan Malamute, e il cognome “Smith” un cognome qualunque, scelto perché molto diffuso.

Per un po’, Lucas mise da parte il progetto, preferendo dedicarsi a Guerre stellari, che uscì nel 1977 e in cui sembra che anche il personaggio di Chewbacca fosse in qualche modo ispirato al suo cane, a cui doveva volere proprio un gran bene.

Intanto, comunque, i ragionamenti sul film con protagonista quell’Indiana Smith andavano avanti: e tra gli altri Lucas si mise a pensare a una possibile storia con l’amico Philip Kaufman, regista e sceneggiatore. I due modellarono l’archeologo al centro del soggetto prendendo i tratti che preferivano di diversi famosi archeologi, ma lasciarono comunque la storia da parte per qualche anno.

Poi, nel 1977, Lucas propose a Steven Spielberg – già regista di Duel, Lo squalo e Incontri ravvicinati del terzo tipo – di diventarne il regista. Di trasformare la storia di Kaufman e Lucas in una vera sceneggiatura si occupò invece Lawrence Kasdan, che ci lavorò comunque insieme a Lucas e Spielberg. Secondo quanto raccontò lui, i due registi avevano in mente tante ottime scene: quello che serviva era metterle in fila e presentarle in modo coerente in una storia. Come raccontò il New Yorker, la collaborazione fra i tre fu un efficacissimo esempio di spitballing, una forma di quella pratica più nota come brainstorming. Online si trova anche una lunga trascrizione di alcune delle discussioni fatte dai tre, che le registrarono.

Come raccontato con gran dettaglio dal sito Cinephilia & Beyond, i tre lavorarono anche molto per modellare, limare e smussare certe caratteristiche del protagonista. Sembra per esempio che nell’idea di Lucas, il protagonista dovesse essere una sorta di playboy, un avventuriero che andava in cerca di tesori per garantirsi uno stile di vita lussuoso. «Spielberg e Kasdan invece» ha scritto Cinephilia & Beyond «pensavano che in quanto avventuriero e professore, il personaggio avesse già due lati sufficientemente complessi da sviluppare». Sembra inoltre che Spielberg volesse un protagonista alcolizzato, idea scartata dagli altri due, perlopiù perché lo avrebbe allontanato dagli spettatori più giovani. «Quindi si misero d’accordo: il protagonista non sarebbe stato né alcolizzato e nemmeno un donnaiolo».

Il protagonista, però, continuava a chiamarsi Indiana Smith. In seguito, Spielberg avrebbe raccontato che quel nome proprio non gli piaceva, tra l’altro perché temeva che gli spettatori lo avrebbero confuso con Nevada Smith, un pistolero in cerca di vendetta interpretato da Steve McQueen in un film del 1966. Si pensò quindi a un altro cognome: Jones. E gli altri due concordarono sul fatto che il nome Indiana Jones si adattasse meglio alle caratteristiche del personaggio che avevano creato.

Il successo del film, e poi di tutti gli altri che seguirono, fu merito di una grande serie di fattori e il fortunato incastro di una grande collaborazione tra grandi talenti della scrittura, della regia e della recitazione. Come sempre in questi casi, manca la controprova, ma forse anche la scelta del nome Indiana Jones (e non Smith) diede il suo piccolo contributo a quel grande successo.

Anche se all’inizio nemmeno si pensò di metterlo nel titolo del film.