Tim Cook nel tribunale di Oakland (Philip Pacheco/Getty Images)

Il processo di antitrust contro Apple, spiegato

Vede contrapposte Apple e il produttore del videogioco Fortnite, e potrebbe avere conseguenze sul modo in cui scarichiamo le app sugli iPhone

Tim Cook nel tribunale di Oakland (Philip Pacheco/Getty Images)

Questa settimana si è concluso a Oakland, in California, il dibattimento del processo tra Apple ed Epic Games, la società che produce il popolare videogioco Fortnite, e che ha accusato Apple di abuso di posizione dominante sull’App Store, cioè il negozio online da cui varie app, come Fortnite, possono essere scaricate su iPhone e iPad.

Il processo è considerato da molti esperti come uno dei casi di antitrust più importanti affrontati negli Stati Uniti negli ultimi anni, che potrebbe cambiare in maniera consistente il modo in cui sono gestiti gli store di app, e potrebbe influenzare altri procedimenti giudiziari e legislativi di antitrust sia contro Apple sia contro altre importanti aziende tecnologiche.

Il dibattimento è durato poco meno di un mese ed è stato molto combattuto: entrambe le parti hanno speso milioni di dollari in avvocati, perizie e tecnici famosi, e sono stati chiamati a testimoniare tutti i più importanti dirigenti di Apple, compreso Tim Cook, l’amministratore delegato, la cui deposizione tuttavia non è stata considerata brillante.

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La sentenza sarà emessa nei prossimi mesi e deciderà tutto la giudice Yvonne Gonzalez Rogers (non è previsto l’intervento di una giuria): la giudice ha detto che la mole di documenti da esaminare è enorme, che «ci vorrà un po’» e spera di poter arrivare a una sentenza verso metà agosto.

Secondo gli esperti legali, le possibilità di vittoria sono a favore di Apple, perché ha alcuni precedenti a suo vantaggio e perché in generale negli Stati Uniti i casi di antitrust si risolvono spesso a favore dell’accusato. Nel corso del dibattimento, tuttavia, la giudice ha mostrato di essere piuttosto aperta agli argomenti di entrambi, e non è escluso che la sentenza potrà avere anche degli effetti importanti.

La disputa tra Apple ed Epic era cominciata lo scorso agosto, dopo che Epic aveva introdotto nell’app di Fortnite un servizio di pagamenti interno differente da quello dell’App Store; in risposta Apple aveva cancellato il videogioco dall’App Store. Google aveva fatto la stessa cosa con il suo Play Store, su Android, e in risposta Epic aveva fatto causa a entrambe. Il procedimento legale tra Epic e Google è in corso, ma quello contro Apple è di gran lunga il più atteso e importante, sia per l’influenza che l’azienda ha sul mercato degli smartphone sia perché al centro del caso c’è l’App Store, inventato da Apple nel 2008.

Per scaricare un’app su iPhone o iPad è necessario passare per l’App Store. È l’unico modo consentito da Apple, che ha un controllo ferreo e l’ultima parola su tutto ciò che riguarda le app: l’azienda valuta le app candidate all’ingresso nell’App Store una a una, per garantire che siano sicure e affidabili. Fa anche controlli sui contenuti: la pornografia, per esempio, non è permessa.

Per finanziare questo sistema, Apple pretende una percentuale del 30 per cento su tutte le transazioni fatte dagli utenti tramite gli acquisti in-app, cioè all’interno dell’app stessa. Quando un utente si abbona a un giornale tramite iPhone, Apple si prende il 30 per cento di quell’abbonamento; quando vuole comprare all’interno di un videogioco un potenziamento per il suo personaggio, Apple si prende il 30 per cento del prezzo, e così via.

Questo modello di business è piuttosto profittevole per Apple ma spesso esoso per gli sviluppatori delle app, che inoltre si trovano svantaggiati nei confronti delle applicazioni sviluppate direttamente da Apple: sia Spotify sia Apple Music, per esempio, offrono abbonamenti ai loro servizi in streaming a 9,99 euro, ma se l’abbonamento viene fatto tramite iPhone, a Spotify vanno soltanto 6,99 euro, perché Apple si prende il 30 per cento di quella transazione.

Apple inoltre ha regole ferree che impediscono agli sviluppatori di avvertire i loro utenti della possibilità di fare acquisti altrove (in gergo si chiama no-steering policy): se per esempio l’app di un giornale contiene il rimando al suo sito per fare un abbonamento fuori dall’App Store, viene immediatamente rimossa. Epic fece di peggio con Fortnite: inserì uno strumento di pagamento alternativo che offriva sconti di circa il 30 per cento su tutti gli acquisti, cosa che provocò la reazione molto dura di Apple.

Il processo attualmente in corso cerca di trovare risposta a due domande tecniche e complesse. La prima: qual è il mercato in cui Apple ed Epic competono e su cui si esercita il presunto monopolio di Apple? La seconda: se anche Apple fosse un monopolista, è possibile provare che abbia abusato della sua posizione privilegiata?

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Il mercato
La debolezza principale degli argomenti di Epic, o quanto meno la più evidente, è che Fortnite si può scaricare un po’ dappertutto: oltre che su iPhone e su iPad (prima della sua eliminazione), anche sugli smartphone Android, sulla console portatile Nintendo Switch, sulle console Playstation e XBox e sui computer. Come hanno notato gli avvocati di Apple, dire che Apple è un monopolista che impedisce a Epic di prosperare è difficile da sostenere, perché Fortnite è un videogioco diffusissimo con o senza Apple.

Secondo Epic, però, il mercato di riferimento non è quello di tutte le piattaforme di gioco, ma la singola piattaforma dell’iPhone (e in misura minore degli iPad). Su questi apparecchi, tramite l’App Store, Apple ha un monopolio praticamente assoluto. A mostrare che Apple non ha davvero concorrenza, tra le altre cose, ci sarebbe il fatto che la percentuale del 30 per cento richiesta sui pagamenti in-app non è mai cambiata dal 2008 a oggi: se ci fosse concorrenza, Apple sarebbe stata costretta ad abbassare i prezzi.

Apple sostiene che il 30 per cento non sia mai cambiato perché si tratta di una quota già concorrenziale. L’azienda inoltre qualche mese fa ha ridotto la quota al 15 per cento per i piccoli sviluppatori, ma secondo Epic (e anche secondo la giudice) l’avrebbe fatto esclusivamente per rispondere alla pressione del processo.

La questione di quale sia il mercato in cui Apple ed Epic competono è una delle più difficili da sciogliere, e nel corso del dibattimento la giudice Gonzalez Rogers ha mostrato di non essersi ancora fatta davvero un’idea.

Il monopolio
Un altro elemento importante del processo riguarda i meriti di Apple nella creazione dell’App Store. Come ha notato l’esperto di cose tecnologiche Ben Thompson, secondo la giurisprudenza americana il fatto che un’azienda abbia il monopolio su un mercato non è necessariamente un male, anzi: se l’azienda ha ottenuto quel monopolio assumendosi dei rischi e grazie a ingegno e innovazione, è giusto che ottenga i proventi di quel monopolio, almeno per un periodo, come premio per la sua capacità e come incentivo alla competizione.

Questa dottrina deriva da una sentenza del 2004 (Verizon v. Trinko) e nella pratica dice che se anche l’App Store fosse un monopolio, Apple avrebbe tutto il diritto di godersi i proventi della sua proprietà intellettuale: ha inventato l’iPhone, creato l’App Store, sostenuto gli sviluppatori, registrato vari brevetti che hanno consentito all’economia delle app di svilupparsi e di avere successo, ed è quindi giusto che tutti questi investimenti siano premiati.

Il problema, sostiene Epic, è capire se ci sia una proporzionalità tra gli investimenti fatti e i proventi ottenuti: se la differenza fosse troppa, Epic potrebbe sostenere con qualche ragione che ormai Apple ha perso il diritto di godere dei proventi della sua innovazione. Gli avvocati di Epic hanno cercato in tutti i modi di stimare quanto Apple guadagni dall’App Store e quanto spenda in investimenti, ma l’azienda non ha voluto rendere pubblici i dati, e tutti gli alti dirigenti, compreso l’amministratore delegato Tim Cook, hanno detto di non sapere o di non ricordare.

La “morale”
Anche se Apple sembra avvantaggiata negli argomenti legali, sempre Ben Thompson ha scritto che nel processo con Epic c’è anche un «argomento morale», che non può ovviamente influenzare il risultato del dibattimento ma che spiega perché nel corso del processo la stampa specializzata e i giornalisti statunitensi abbiano simpatizzato in maniera piuttosto decisa per Epic Games.

Il commentatore del New York Times Farhad Manjoo, per esempio, ha definito la quota del 30 per cento richiesta agli sviluppatori come una «tassa Apple», che era giustificata oltre un decennio fa quando l’App Store fu reso pubblico ma che ormai non è più difendibile.

Molte critiche sono state fatte alla no-steering policy, anche dalla giudice Gonzalez Rogers, che durante la testimonianza di Tim Cook ha chiesto all’ad di Apple perché l’azienda non voglia concedere agli utenti la possibilità di fare acquisti in-app anche da altre fonti. Cook, probabilmente ben conscio della sentenza Verizon v. Tinko, ha risposto che concedere la scelta agli utenti equivarrebbe a rinunciare ai proventi legittimi della proprietà intellettuale dell’App Store.

Le conseguenze
Un altro problema per Epic è che i suoi obiettivi sono probabilmente troppo ambiziosi: gli avvocati dell’azienda hanno chiesto alla giudice Gonzalez Rogers di imporre ad Apple di accogliere altri sistemi di pagamento sull’App Store, e a questa richiesta la giudice si è mostrata piuttosto fredda: «I tribunali non gestiscono le aziende», ha detto.

Come ha ricordato il New York Times, inoltre, dopo la sentenza è probabile che la parte perdente farà ricorso, e questo significa che prima di vedere cambiamenti, se mai ce ne saranno, potrebbero passare alcuni anni.