Drew Robinson con i Texas Rangers nel 2017 (Getty Images)
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  • mercoledì 12 Maggio 2021

Drew Robinson è tornato a giocare

Incredibilmente sopravvissuto a un tentativo di suicidio, senza un occhio, gusto e olfatto, è ritornato nel baseball sperando di essere di aiuto a qualcuno

di Pietro Cabrio
Drew Robinson con i Texas Rangers nel 2017 (Getty Images)

«Spero possiate capire che, per come l’ho nascosto, nessuno avrebbe mai potuto prevederlo, in nessun modo, e che non è colpa di nessuno. Mi dispiace» scrisse Drew Robinson su un biglietto lasciato nella cucina della sua casa a Las Vegas prima di tentare il suicidio, il 16 aprile dell’anno scorso. A pochi giorni dal suo ventottesimo compleanno, Robinson stava vivendo una vita apparentemente serena e dalle ottime prospettive. Era un giocatore di baseball professionista sotto contratto con i San Francisco Giants, otto volte campioni del mondo, cresciuto in una famiglia numerosa e felice e prossimo al matrimonio con la fidanzata conosciuta ai tempi del liceo.

Sotto le apparenze nascondeva però una depressione radicata nel tempo che quel 16 aprile, dopo un mese passato a casa in solitudine nel mezzo della pandemia, lo convinse a tentare di uccidersi. Robinson però è sopravvissuto e di recente, in concomitanza con il suo ritorno sui campi da baseball americani, ha raccontato tutta la sua storia.

Quel giorno Robinson pulì la casa da cima a fondo e prese la macchina con l’idea di andare in un parco con la pistola comprata circa un mese prima. Ma cambiò idea e tornò a casa. Alle otto di sera si sparò alla tempia destra seduto sul divano. Mezz’ora dopo si risvegliò disteso sul pavimento. Trovò la forza per lavarsi, svenendo più volte, e poi prese sonno. Si svegliò alle sette del giorno dopo attanagliato dal dolore: il colpo gli aveva trapassato la fronte da lato a lato portandosi via un occhio e fratturando i seni paranasali, dai quali era fuoriuscito liquido cerebrospinale.

Dopo circa venti ore dal tentativo di suicidio, Robinson chiamò il 911, il numero delle emergenze negli Stati Uniti. Al telefono disse: «Ieri notte ho provato a suicidarmi, ma non ce l’ho fatta. Penso di aver staccato l’occhio. Non riesco ad aprire l’occhio destro e ho un enorme buco in testa. Sento molto dolore». Alle quattro del pomeriggio la polizia buttò giù la porta di casa temendo una chiamata ingannevole, ma lo trovarono ancora seduto sul divano. L’ambulanza arrivò poco dopo.

(Rob Tringali/Getty Images)

La carriera professionistica nel baseball aveva riportato a galla ansie e insicurezze che accompagnavano Robinson fin da ragazzino, mentre cresceva pensando di dover guadagnare costantemente l’approvazione dei genitori e dei due fratelli maggiori, uno dei quali giocatore di baseball. Dopo una brillante carriera scolastica in Nevada — in cui si distinse in una generazione molto talentuosa, la stessa da cui venne fuori Bryce Harper, fuoriclasse dei Philadelphia Phillies — venne scelto dai Texas Rangers alla 136ma chiamata nel draft del 2010 ricevendo in premio quasi duecentomila dollari. Da lì divenne a tutti gli effetti un atleta professionista: i primi anni li passò a fare esperienza nelle serie minori, poi nel 2017 esordì finalmente con i Texas Rangers e due anni dopo fu ingaggiato dai St. Louis Cardinals.

Le pressioni e le aspettative del professionismo acuirono la sua mancanza di autostima e sicurezza, ha spiegato. Finì a lungo ai margini del gioco, tra continui passaggi tra le leghe minori e alcuni brevi periodi in Major League, utilizzato più come utility player, cioè un rimpiazzo in grado di coprire più ruoli in modo tutto sommato affidabile e nulla di più. Parlò dei suoi problemi ai San Francisco Giants, che nel gennaio del 2020 lo avevano ingaggiato per utilizzarlo nelle leghe minori, e anche con un terapista. Pochi mesi dopo, il baseball si bloccò per la pandemia, e Robinson, anche a causa di una momentanea rottura con la fidanzata Daiana, si isolò.

Robinson ha raccontato che nella solitudine, lontano dagli amici e dai familiari, la depressione si intensificò e fu accompagnata da pensieri suicidi sempre più frequenti, tanto da fargli comprare una pistola con uno scopo preciso, lo stesso per cui aveva iniziato a frequentare i poligoni di tiro. Pensò di comprare un cucciolo di cane, ma all’ultimo ci ripensò: «Come avrei potuto? Non potevo prendere un cane, avevo intenzione di uccidermi», ha raccontato nella sua intervista a ESPN.

Dopo il tentato suicidio, rimase ricoverato due settimane e un’altra la passò in un ospedale psichiatrico, come richiede la prassi locale. I medici che lo curarono si chiesero più volte non solo come avesse fatto il colpo a non ucciderlo, ma anche a risparmiargli l’occhio sinistro, praticamente illeso.

Da allora Robinson, rimasto con tre placche di titanio nelle tempie, senza olfatto, gusto e occhio destro, ha iniziato a ricostruire la propria vita a partire da familiari e amici in un processo delicato, sia dal punto di vista fisico che psicologico. Tornando lentamente alla vita di tutti i giorni, si è convinto che quello che lo ha portato a sopravvivere lo obblighi a concedere il suo aiuto a chi può trovarsi in situazioni simili: «Avrei dovuto affrontarlo prima, e quindi ora mi sento in dovere di aiutare le persone a superare battaglie che sembrano perse».

Dopo aver ripreso i contatti con i Giants, lo scorso 10 settembre venne invitato a parlare a dipendenti e giocatori della squadra in occasione della Giornata nazionale per la prevenzione dei suicidi. Robinson si rivolse a tutti dicendo: «Le lezioni che ho imparato sono qualcosa che voglio condividere. La sera del 16 aprile ho provato a suicidarmi sparandomi in testa. Un giorno dopo ho chiamato il 911 cercando di salvarmi la vita. Più tardi, la sera stessa, non solo la mia vita era salva, ma sono rinato e ho ricominciato».

Quel giorno i Giants decisero di volere una persona come Robinson all’interno della loro organizzazione. A inizio maggio, dopo mesi di allenamenti con l’obiettivo di tornare a giocare, è stato reinserito a tutti gli effetti come giocatore e mandato in una squadra affiliata di Minor League, i Sacramento River Cats. Il 6 maggio ha debuttato in campionato, l’11 maggio ha battuto il suo primo fuoricampo sotto gli occhi della famiglia in tribuna.

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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.